Usa-Ue pronto il grande accordo commerciale

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Dammi Tregua, commercio internazionale e protezionismo tra Cina, Usa e Ue

Docenti di studi internazionali dell’Università di Trento

di Stefano Schiavo, professore di economia presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Economia e Management

Uno degli appuntamenti più attesi del vertice G20 andato in scena a Buenos Aires pochi giorni fa è stato senz’altro il faccia a faccia tra il presidente americano Trump e il suo omologo cinese Xi. L’obiettivo principale era affrontare la disputa commerciale tra i due paesi, fatta di dazi (americani) e contro-dazi (cinesi), che sta destabilizzando l’economia mondiale.

L’accordo che è stato raggiunto non mette fine al conflitto, ma promette una tregua di 90 giorni, durante i quali i due governi si impegnano a cercare una soluzione definitiva. L’accordo quindi si limita a rimandare una possibile escalation. Il primo gennaio 2020 i dazi imposti dall’amministrazione Trump su 250 miliardi di importazioni cinesi dovevano passare dal 10% al 25%, dando probabilmente il via ad un nuovo round di contromosse cinesi. Questo inasprimento è stato rimandato di 90 giorni, al termine dei quali, senza un accordo, si procederà come stabilito, cioè con l’innalzamento dei dazi.

L’economia mondiale rimane quindi soggetta ad un sostanziale grado di incertezza rispetto al futuro: tre mesi non sono molti per imprese che devono pianificare investimenti a medio-lungo termine. Questo vale anche per le imprese statunitensi potenzialmente avvantaggiate delle barriere commerciali imposte alla Cina: esse faticheranno a scommettere sulla propria crescita se questa è dovuta a misure protezionistiche temporanee che possono essere revocate nel giro di qualche mese.

Il perdurare dell’incertezza è il dato più preoccupante anche per le imprese europee che non sono direttamente coinvolte nella disputa (anche se l’UE è comunque soggetta ai dazi sull’acciaio e invischiata in un contenzioso con gli USA) e potrebbero beneficiare delle tensioni USA-Cina per guadagnare quote di mercato. Una possibile lettura (ottimista?) del rallentamento dell’economia italiana nell’ultimo trimestre è proprio legata agli effetti negativi che l’incertezza sul commercio internazionale ha su un paese come il nostro, in cui l’export rappresenta circa il 30% del PIL e la domanda interna è ancora piuttosto debole.

Un secondo aspetto deludente del vertice argentino è relativo al comunicato finale. A dieci anni di distanza dal vertice G20 in cui le maggiori economie di pianeta si impegnavano a non implementare misure protezionistiche per combattere la crisi finanziaria del 2008 (in modo da non replicare gli errori fatti durante la Grande Depressione degli anni ’30), questa volta non è stata spesa neanche una parola contro il protezionismo. Segno che i tempi sono cambiati, e non c’è la capacità di rispondere in modo efficace alla retorica protezionistica.

I perché dell’accordo

Quali sono le motivazioni che hanno portato i governi americano e cinese a cercare una tregua e impegnarsi per una futura soluzione? Le analisi presentate alla recente conferenza annuale del network EconPol Europe –di cui anche l’Università di Trento fa parte- svoltasi a metà novembre a Bruxelles, ci aiutano a fare luce su questi aspetti.

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Per quanto riguarda Pechino, gli studi suggeriscono che, al momento, il costo dei dazi commerciali grava principalmente sulle imprese cinesi, che hanno abbassato i propri prezzi per non perdere quote di mercato negli USA. In parte, questo risultato deriva dal fatto che finora la risposta cinese ai dazi americani è stata piuttosto “morbida”: a fronte di tariffe che colpiscono quasi il 50% delle importazioni americane dalla Cina (pari a circa 250 miliardi di dollari), il governo di Pechino ha imposto contromisure limitate, dirette a circa 60-100 miliardi di esportazioni americane. Se si andasse ad una “guerra totale”, la situazione potrebbe senz’altro cambiare, ma al momento l’export cinese sta soffrendo.

L’accordo di Buenos Aires permette di non aumentare la pressione e cercare un compromesso accettabile. Politicamente poi, la Cina ha tutto l’interesse di mostrarsi al mondo come un partner affidabile e ragionevole. Nemmeno Washington vuole un’escalation che finirebbe per penalizzare anche le imprese statunitensi, in virtù dei maggiori costi dei beni intermedi importati dalla Cina. Nel corso degli ultimi decenni infatti, il modo di produrre è radicalmente cambiato: i processi produttivi sono spezzettati in numerose fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi. Basti pensare che al giorno d’oggi lo scambio di prodotti intermedi (quei beni che vengono utilizzati come “ingredienti” da altre imprese) rappresenta circa 2/3 del commercio mondiale.

È chiaro allora come in un contesto in cui molte imprese americane utilizzano componenti importati (spesso di origine cinese), dazi e barriere protezionistiche possono avere un costo che supera i benefici della ridotta competizione estera sul proprio mercato domestico. Questi effetti hanno già iniziato a manifestarsi con la chiusura da parte di General Motors di 5 stabilimenti in Nord America (e il licenziamento di 14mila dipendenti). I maggiori costi dell’acciaio determinati dai dazi imposti da Trump in primavera sono citati tra le motivazioni per la scelta dell’azienda automobilistica statunitense: da qui la pressione sul governo di Washington a cercare un accordo.

La posizione europea

Qual è la strategia europea in questo contesto? Le dichiarazioni dei leader europei presenti al vertice G20, e gli interventi che si sono susseguiti nella conferenza EconPol Europe già citata in precedenza, delineano i punti che guidano la politica commerciale dell’UE:

  1. Salvare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dai tentativi di sabotaggio degli USA. Per quanto le regole del WTO non siano più al passo con i tempi e abbiano bisogno di una revisione, è necessario salvaguardare l’idea che il commercio internazionale è regolato da una serie di regole condivise. La decisione dell’amministrazione Trump di imporre dazi sull’acciaio sulla base di una presunta minaccia alla sicurezza nazionale implica di fatto il rifiuto delle regole. Aver inserito la riforma del WTO tra i punti su cui c’è accordo tra i membri del G20 è un primo passo importante, anche se probabilmente ognuno dei partecipanti ha un’idea diversa di quel che bisogna cambiare…
  2. Stringere buoni accordi commerciali bilaterali che permettano alle imprese europee di avere maggiore accesso ai mercati stranieri. Si sono da poco conclusi i negoziati con il Giappone, paese tradizionalmente chiuso verso l’esterno, ed è in corso una trattativa di ampio respiro con la Nuova Zelanda. L’obiettivo è quello di ribilanciare i flussi commerciali europei verso nuovi mercati, per ridurre l’esposizione al mercato americano e a quello cinese.
  3. Riparare le relazioni con gli USA, danneggiate dai dazi sull’acciaio e dalle contromisure prese dall’UE. La spada di Damocle che pende sui rapporti tra Bruxelles e Washington è l’indagine lanciata dagli USA sulle importazioni dall’Europa di automobili e componenti automobilistiche. Se anche questa portasse all’imposizione di nuove barriere commerciali (sempre sulla scorta di una non meglio definita minaccia alla sicurezza nazionale), si aprirebbe un nuovo capitolo della guerra commerciale mondiale.
  4. Ingaggiare un dialogo costruttivo con Pechino sulle regole del commercio, per mettere le imprese europee in grado di competere sullo stesso piano con quelle cinesi. Al momento infatti, aspetti cruciali come il trasferimento di conoscenze e know-how che viene imposto alle imprese occidentali che vogliono operare in Cina, oltre alle varie forme di sostegno pubblico di cui godono le imprese cinesi, rendono la competizione poco equilibrata e alimentano le tentazioni protezionistiche occidentali.

Come si dice… se son rose, fioriranno. Intanto godiamoci la tregua.

Non c’è alternativa all’accordo commerciale Usa-Ue

Caro De Carlo, ho letto il suo commento uscito sulla Nazione, sul Resto del Carlino e sul Giorno. Credo che lei sia troppo ottimista. E credo che lei esageri sugli effetti benefici sull’economia italiana di un accordo transatlantico, vale a dire fra Usa e Europa. L’abolizione eventuale dei residui dazi doganali e lo snellimento delle […]

Caro De Carlo,
ho letto il suo commento uscito sulla Nazione, sul Resto del Carlino e sul Giorno. Credo che lei sia troppo ottimista. E credo che lei esageri sugli effetti benefici sull’economia italiana di un accordo transatlantico, vale a dire fra Usa e Europa.

L’abolizione eventuale dei residui dazi doganali e lo snellimento delle procedure non avranno – a mio parere – conseguenze eccessivamente positive per il nostro commercio.
Pensi un po’: la moda e il lusso che una volta erano dominate dall’Italia oggi non lo sono più. Fendi, Gucci, Pucci, Crizia, Bulgari, Valentino e molte altre non sono più nostre.

L’alimentazione idem: Barilla, Motta, Fiorucci, San Pellegrino, Panna, Peroni e altre.
Cademartori, un big del formaggio, mi ha detto che la Francia ha comprato quasi la totalitГ delle industrie del latte e dei formaggi.
Le uniche grandi che ci sono rimaste sono Luxottica, Ferrero e Campari.
Mamma mia che paura!
Giuseppe Naim

*** *** ***
Caro De Carlo,
sono anch’io d’accordo che la notizia sia buona: aprire i mercati vuol dire offrire opportunità e offrire opportunità vuole dire progresso in generale.

Penso che però sia importante che questa apertura sia preceduta dalla severa definizione degli standard di qualità dei prodotti . Il grande problema dell’apertura dei mercati creatasi finora sta nella quasi totale mancanza d’informazione su cosa si compra.
Altro problema: l’aver trascurato l’importanza dell’impatto della poca cultura purtroppo esistente fra chi compra. Voglio dire che non si può lasciare il consumatore alla merce dei furbi o dei truffatori e pensare che questo sia un problema del singolo e non dei governi.

L’informazione sulla qualità di un prodotto è fondamentale tanto quanto l apertura dei mercati e a mio parere costituisce un argomento che deve essere risolto in parallelo.
Se l’informazione è carente, deve intervenire lo Stato. Ed è giusto che sia così. Dietro la qualità c’è ricerca e ci sono investimenti che se non tutelati possono scomparire provocando pericoli anche per la salute e la sicurezza, soprattutto in campo alimentare.

Molti prodotti recano giГ indicazioni su provenienza e caratteristiche in maniera chiara e inequivocabile. Moltissimi altri no.
Prendiamo il caso della Cina: basterebbe scrivere nell’imballo a caratteri grandi e chiari, insieme col nome del prodotto, la sua provenienza per prevenire e sconfiggere in buona parte truffe e mistificazione.

Dopo di che se il consumatore vuole comunque comprare quel prodotto, fatti suoi. Ma questa distinzione deve esserci almeno fino a che tutte le procedure di certificazione non saranno identiche
nei vari Paesi .

Ritengo che tutte le procedure sulla sicurezza, sull’inquinamento, eccetera debbano essere di pari efficacia livello e debbano permettere di partire dagli stessi costi .

Aprire i mercati senza regole severe che nascono dall’esperienza attuale, senza il rispetto per l’importanza della ricerca e degli investimenti sulla qualità , per la difesa della salute o per la sicurezza nei processi di produzione, senza ammettere l’ignoranza della massa dei consumatori, può rovesciare i vantaggi in svantaggi. Così ne approfitterebbero i furbi e aumenterebbero le nostre difficoltà , come quelle che stiamo sperimentando con Cina e compagni.

Io personalmente non sono preoccupato se le nostre aziende hanno capitali stranieri. Sono invece preoccupato dalla mancanza di regole, dalla poca voglia di lavorare, dall’inefficienza burocratica e dai costi di lavoro non competitivi.
Se fossimo competitivi, evviva. Non avrebbe nessuna importanza su chi detenesse il capitale, perchГ© il lavoro e lo sviluppo delle aziende rimarrebbero sempre in casa.
CordialitГ ,
Mario Galletto

Pubblico volentieri queste osservazioni dettate dall’esperienza di chi – suppongo – ha fatto o fa ancora impresa.
Mi limito a precisare due punti. Il primo: ГЁ vero che tanti marchi illustri non sono piГ№ italiani. Ma italiani sono migliaia di altri marchi, molto meno conosciuti, che formano il tessuto della piccola e media impresa e che vivono appunto di export.
Il secondo punto riguarda le regole di un futuro eventuale accordo fra Stati Uniti e Unione Europea. I negoziati – l’ho scritto nel mio commento – si presentano lunghi e difficili. Ma sono condannati, ripeto condannati, ad avere esito positivo.
Usa e Ue sono costretti a fare fronte comune. Debbono difendersi dalla concorrenza sleale della Cina che ha messo fuori dal mercato tante aziende provocando da un lato una colossale e destabilizzante disoccupazione e dall’altro contribuendo al dissesto dei conti pubblici.

Ttip, ecco gli effetti del trattato commerciale Usa-Ue

Pubblichiamo grazie all’autorizzazione di Class Editori un articolo di Tino Oldani uscito sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi.

Per capire cosa potrebbe cambiare dopo l’approvazione del nuovo trattato commerciale Usa-Ue denominato Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), di cui ho scritto ieri, lo scandalo del pollo transgenico in Germania cade a fagiolo.

LA LETTERA DI MCDONALD’S

Il colosso americano McDonald’s, con una lettera alla sezione tedesca di Greenpeace, ha ammesso di avere ripreso nei fast-food della Germania l’uso della carne di pollo allevato con cibi transgenici, meno costoso ma considerato veleno dagli ambientalisti. In questo modo, il colosso Usa del fast-food si è rimangiato un impegno che aveva preso tredici anni fa. Del caso dovrà ora occuparsi il governo tedesco, che dovrà decidere in base alle leggi nazionali, integrate eventualmente con i regolamenti di Bruxelles. Dunque, una disputa in cui saranno rispettate la sovranità tedesca e quella europea nel tutelare la salute dei consumatori.

LIBERTÀ DI MERCATO TOTALE

Poiché il principio fondante del nuovo trattato è la libertà di mercato nel senso più ampio, con una tutela esplicita degli investitori e della proprietà privata, in caso di controversia è previsto che le società multinazionali possano appellarsi all’Organismo di risoluzione per rivalersi sui governi che, a loro giudizio, siano colpevoli di ostacolare il raggiungimento del profitto.

LE DENUNCE DELLE ASSOCIAZIONI

Circa 60 associazioni europee, politicamente trasversali, si sono coalizzate per denunciare le maggiori storture del Ttip, accusando governi e partiti di colpevole negligenza rispetto alle ricadute del nuovo trattato Usa-Ue, considerate per lo più negative. Una polemica destinata a salire di tono visto che il trattato Usa-Ue potrebbe essere pronto per la ratifica in coincidenza con il semestre italiano di presidenza europea.

I fautori del Ttip sostengono che l’abolizione delle barriere tra Usa e Ue, tariffarie e non, porterebbe a un unico grande libero mercato con 800 milioni di consumatori, e vantaggi notevoli: milioni di nuovi posti di lavoro, più una crescita del pil – proiettata al 2027 – tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 per gli Usa.

L’AUMENTO DI RICCHEZZA VISTO DA LONDRA

Uno studio del Centre for Economic Policy Research di Londra per conto della Commissione Ue ha stimato che i 199 miliardi di maggiore pil europeo significherebbero una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia: un «regalo» del Ttip, con il quale l’Europa si lascerebbe la crisi alle spalle. Meno trionfalistico un altro studio, compiuto da Prometeia su incarico del governo di Enrico Letta (che sui temi internazionali era più attento di Matteo Renzi): pur giudicando in modo positivo il Ttip, ha calcolato che il vantaggio sarebbe di una crescita del pil europeo pari a zero in caso di liberalizzazioni limitate, mentre sarebbe dello 0,5 per cento a seguito di liberalizzazioni totali, scenario giudicato «ottimistico, ma improbabile».

L’OPPOSIZIONE DELL’ANALISI AUSTRIACA

Di parere opposto, per lo più negative, le previsioni di un centro di ricerche austriaco (Ofse). L’abolizione delle barriere tariffarie farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno, somma non trascurabile in un periodo di crisi come l’attuale. L’occupazione non aumenterebbe affatto, mentre la disoccupazione resterebbe stabile, a seguito della profonda riorganizzazione dei mercati. A beneficiare dei maggiori scambi commerciali sarebbero soprattutto le multinazionali, a scapito delle piccole e medie imprese. Nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano, le prime dieci detengono il 72 per cento dell’export totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Inevitabile l’invasione di prodotti made in Usa. In definitiva, l’Ofse prevede «pochi benefici economici, ma molti rischi e costi potenziali».

I COSTI DEL TTIP

Ma quali costi? Ecco qualche esempio, tra quelli indicati dai movimenti anti-Ttip. Le norme europee su pesticidi, Ogm, carne agli ormoni e sulla qualità degli alimenti sono più restrittive di quelle Usa, ma potrebbero essere impugnate di fronte a un arbitrato privato e condannate come «barriere commerciali illegali». Idem per le legislazioni europee sul lavoro, più rigide che negli Usa: basterebbe un arbitrato per aprire la strada alla deregulation più ampia, anche salariale, cancellando decenni di conquiste sindacali.

FRACKING

Energia: gli Stati che dovessero vietare il fracking per estrarre il gas, come ha fatto la Francia, potrebbero essere citati in giudizio per avere ostacolato la libera impresa e condannati per danni. Idem per quegli Stati o per gli enti locali che dovessero privilegiare il settore pubblico per servizi quali i trasporti, l’acqua, l’educazione, la sanità e la previdenza.

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Quello che viene omesso nella discussione del trattato è la dipendenza che avrebbero le nazioni che lo sottoscrivono alle leggi del wto secondo le quali il mancato pagamento di uno stato importatore potrebbe innescare un’azione legale contro lo stato stesso. In sostanza la stessa cosa che è accaduta poco tempo fa in Argentina che ha visto un fondo avvoltoio fare causa per il mancato pagamento dei bond che l’Argentina aveva sottoscritto.

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