Segnali di miglioramento per l’economia europea

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Segnali di miglioramento per l’economia europea

L’economia della zona euro continua a essere in recessione, tuttavia gli indicatori di fiducia economica e i mercati finanziari hanno iniziato a dare segnali di miglioramento, secondo quanto riferito dalla Commissione europea nel suo Rapporto trimestrale sull’area dell’euro.
Le misure di supporto al sistema bancario adottate dagli Stati membri dall’autunno 2008 hanno avuto un impatto positivo sull’accesso ai capitali, anche se la situazione continua a rimanere fragile, sottolinea la Commissione. Si prevedono infatti altri trimestri di crescita economica negativa e un aumento ulteriore del tasso di disoccupazione, ma nella seconda metà del 2009 l’economia della zona euro non peggiorerà ulteriormente. Per questo, secondo l’esecutivo europeo è di estrema importanza che i governi degli Stati membri preparino «strategie di uscita» da adottare appena si creeranno le condizioni, ad esempio attraverso misure fiscali di stimolo all’economia senza escludere ulteriori pacchetti di aiuti.
Positive poi le previsioni inflazionistiche, pur vincolate ai rischi potenziali derivanti dall’oscillazione dei prezzi del petrolio e delle materie prime, mentre per il terzo mese consecutivo si è registrato un miglioramento dell’indice di fiducia economica delle imprese e dei consumatori, anche se rimane ai livelli più bassi dal 1992: a giugno è stato del 73,3 nella zona euro (71,1 nell’Ue a 27), con un aumento di 3,2 punti rispetto al mese precedente.

Bce: preparare il risanamento economico

Anche la Banca centrale europea (Bce), nel suo bollettino mensile di luglio, ha rilevato che l’economia dei Paesi della zona euro sarà caratterizzata da una «persistente debolezza» fino alla fine del 2009, ma poi, dopo una «fase di stabilizzazione», dovrebbe giungere una ripresa.
I governi dell’area dell’euro dovrebbero «predisporre» e rendere note «strategie di uscita dalle misure di stimolo e strategie di risanamento dei conti che siano ambiziose e realistiche» nel quadro del Patto di stabilità e crescita, sostiene la Bce. Con la ripresa prevista per il 2020 andrà avviato un «processo di aggiustamento strutturale», specialmente nei Paesi dove le misure adottate per sostenere il sistema finanziario hanno avuto un maggior impatto sui conti pubblici (soprattutto Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Slovenia), mentre nel 2020 dovranno essere «intensificati gli sforzi di risanamento».
Il taglio dei tassi di oltre tre punti in sette mesi «dovrebbe seguitare a sostenere l’attività economica nel prossimo periodo» osserva la Bce, secondo cui la politica monetaria espansiva dovrebbe «trasmettersi progressivamente» sull’economia reale, mentre per il futuro le aspettative di inflazione nel medio-lungo termine «restano saldamente ancorate» all’obiettivo di mantenere l’inflazione su «livelli inferiori ma prossimi al 2%».

microcredito contro la crisi

Intanto, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un nuovo strumento finanziario per fornire microcrediti alle piccole imprese e alle persone che hanno perso il lavoro e intendono avviare una piccola impresa. Un bilancio iniziale di 100 milioni di euro dovrebbe, secondo le intenzioni dell’esecutivo europeo, mobilitare finanziamenti per un importo di 500 milioni di euro in cooperazione con istituzioni finanziarie internazionali quali il gruppo Banca europei per gli investimenti (Bei). Ciò potrebbe tradursi in circa 45.000 prestiti in un periodo massimo di otto anni. Inoltre, la possibilità di applicare a questi finanziamenti tassi d’interesse agevolati grazie all’intervento del Fondo sociale europeo dovrebbe facilitare l’accesso ai finanziamenti. Nell’Ue per microcredito si intendono prestiti di valore inferiore a 25.000 euro. Lo strumento intende aiutare le microimprese che danno lavoro a meno di 10 persone (91% di tutte le imprese europee) e le persone disoccupate o inattive che intendono diventare lavoratori autonomi ma non hanno accesso ai tradizionali servizi bancari. Il 99% delle nuove imprese create in Europa sono microimprese o piccole imprese e un terzo di esse è creato da disoccupati.
«Quest’anno la crisi economica comporterà la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro nell’Ue. La crisi finanziaria ha prosciugato il credito per coloro che desiderano avviare o sviluppare la propria impresa. Nell’attuale recessione vogliamo offrire l’opportunità di un nuovo inizio ai disoccupati agevolando l’accesso al credito affinché possano creare o sviluppare nuove imprese. E desideriamo anche aiutare le piccole imprese a svilupparsi ulteriormente a dispetto della crisi. Ciò contribuirà a creare nuovi posti di lavoro» ha spiegato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla.
La proposta della Commissione sarà ora discussa nell’ambito della procedura di codecisione dagli Stati membri e dai ministri riuniti in sede di Consiglio (con votazione a maggioranza qualificata) e dal Parlamento europeo. La Commissione auspica che il nuovo “strumento di microfinanziamento Progress” sia operativo nel 2020.

forti differenze tra Stati membri

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Se la crisi economico-finanziaria ha colpito tutti i Paesi dell’Ue, è indubbio che esistono comunque forti differenze preesistenti alla recessione. Un recente studio pubblicato da Eurostat ha rilevato come il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite del Paese più ricco, il Lussemburgo, è oltre sei volte maggiore a quello registrato nel Paese più povero, la Bulgaria.
Secondo le stime riferite all’anno 2008 e basate sul Pil pro capite espresso in standard del potere d’acquisto (Purchasing power standards – Pps), considerando 100 la media dell’Ue a 27 si va infatti da un minimo del 40% in Bulgaria a un massimo del 253% in Lussemburgo. In Francia, Spagna, Italia (che con il 100% è in piena media europea), Grecia e Cipro il Pil pro capite registra uno scarto massimo del 10% superiore alla media; in Austria, Svezia, Danimarca, Regno Unito, Finlandia, Germania e Belgio lo scarto superiore alla media è compreso tra il 10% e il 30%, mentre le distanze maggiori dalla media riguardano il Lussemburgo appunto (+ 153%), l’Irlanda (+ 40%) e i Paesi Bassi (+ 35%). Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo e Slovacchia sono tra il 10% e il 30% al di sotto della media; Estonia, Ungheria, Lituania, Polonia e Lettonia registrano differenze inferiori alla media dell’Ue comprese tra il 30% e il 50%, mentre Romania e Bulgaria chiudono la graduatoria con un Pil pro capite tra il 50% e il 60% al di sotto della media.
Tra i Paesi europei non comunitari, gli scarti al di sotto della media Ue sono particolarmente elevati in Albania (- 75%), Bosnia Erzegovina (- 70%), Macedonia (- 68%) e Serbia (- 63%), mentre sul lato opposto presentano un Pil pro capite superiore alla media dell’Ue la Norvegia (+ 90%), la Svizzera (+ 41%) e l’Islanda (+ 19%).

PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO PER IL RILANCIO ECONOMICO

Una somma complessiva di 3,2 miliardi di euro è stata stanziata per partenariati pubblico-privato volti a sviluppare nuove tecnologie nei settori dell’industria manifatturiera, della costruzione e dell’automobile, secondo quanto annunciato dalla Commissione europea. Si tratta di una collaborazione tra l’esecutivo europeo e le imprese per promuovere la competitività europea a livello mondiale, ridurre l’eccessivo consumo di energia degli edifici europei (che producono un terzo delle emissioni di Co2 dell’Ue) e sviluppare nuove forme sostenibili di trasporto su strada. Secondo la Commissione, infatti, la ricerca nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione può svolgere un ruolo particolarmente utile ai fini dello sviluppo degli strumenti che contribuiranno a rilanciare l’economia dell’Europa e a renderla più ecologica.
Oltre 800 rappresentanti delle imprese e della ricerca in Europa si sono riuniti per annunciare la prima tornata di inviti a presentare proposte che dovrebbero partire entro la metà del 2020. Si tratta di 268 milioni di euro di finanziamenti alla ricerca che serviranno ad esempio a sviluppare:
– tecnologie, materiali e processi di fabbricazione innovativi per produrre di più consumando meno materiali, meno energia e producendo meno rifiuti;
– edifici più efficienti sotto il profilo energetico: si tratta sia delle nuove costruzioni sia degli edifici già esistenti, che dovrebbero essere resi ecologici, nonché di materiali e tecniche di costruzione nuovi;
– auto più verdi e sistemi di trasporto più intelligenti, compresa l’elettrificazione del trasporto su strada e urbano, e la ricerca in tecnologie ibride.
Nel periodo 2020 saranno allocati complessivamente 3,2 miliardi di euro per la ricerca tramite tre partenariati pubblico-privato, metà dei quali provengono dalle imprese e metà dalla Commissione europea tramite il Settimo programma quadro per la R&S. I tre partenariati previsti fanno parte del piano europeo di ripresa economica della Commissione, approvato dal Consiglio europeo nel dicembre del 2008, inteso a promuovere la convergenza dell’interesse pubblico e dell’impegno delle imprese per la ricerca.

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Qualche segnale di miglioramento per l’economia europea

L’economia della zona euro continua a essere in recessione, tuttavia gli indicatori di fiducia economica e i mercati finanziari hanno iniziato a dare segnali di miglioramento, secondo quanto riferito dalla Commissione Europea nel suo Rapporto trimestrale sull’area dell’euro.
Le misure di supporto al sistema bancario adottate dagli Stati membri dall’autunno 2008 hanno avuto un impatto positivo sull’accesso ai capitali, anche se la situazione continua a rimanere fragile, sottolinea la Commissione. Si prevedono infatti altri trimestri di crescita economica negativa e un aumento ulteriore del tasso di disoccupazione, ma nella seconda metà del 2009 l’economia della zona euro non peggiorerà ulteriormente. Per questo, secondo l’esecutivo europeo è di estrema importanza che i governi degli Stati membri preparino «strategie di uscita» da adottare appena si creeranno le condizioni, ad esempio attraverso misure fiscali di stimolo all’economia senza escludere ulteriori pacchetti di aiuti.
Positive poi le previsioni inflazionistiche, pur vincolate ai rischi potenziali derivanti dall’oscillazione dei prezzi del petrolio e delle materie prime, mentre per il terzo mese consecutivo si è registrato un miglioramento dell’indice di fiducia economica delle imprese e dei consumatori, anche se rimane ai livelli più bassi dal 1992: a giugno è stato del 73,3 nella zona euro (71,1 nell’UE a 27), con un aumento di 3,2 punti rispetto al mese precedente.

Segnali di miglioramento per l’economia europea

Si ravvivano le speranze di una ripresa dell’economia europea. I L’indice Pmi composito di luglio preliminare dell’Eurozona mostra segnali positivi. L’indicatore è stato molto sopra le attese attestandosi a 54 punti, riguardo ai 52,7 punti stimati dall’insieme degli analisti. Risulta essere in miglioramento principalmente il settore dei servizi che passa da 52,8 a 54,4. Il Pmi manifatturiero e’ invece aumentato da 51,8 a 51,9.

Il dato parla di una crescita economica trimestrale dello 0,4% nel periodo luglio-settembre se un andamento del genere sarà tenuto ad agosto e settembre.

Il settore privato della zona euro evidenzia quindi nel mese di luglio un’espansione al tempo più celere degli ultimi tre mesi, anche grazie al nuovo taglio dei prezzi fatto dalle aziende (L’indice è rilevato da Markit, basato su un sondaggio realizzato su migliaia di aziende in tutta la regione).

Nell’insieme, tutti gli indici restano sopra lo spartiacque dei 50 punti che suddivide le fasi di espansione da quelle di contrazione economica. La Germania è il Paese che va più veloce tra i Paesi dell’area. Indicazione che le imprese tedesche stanno seguendo in maniera decisa la strada della ripresa.

L’andamento dei dati della Germania insieme a quelli dell’Eurozona hanno rincuorato gli operatori che imediatamente dopo la diffusione dell’indice Pmi composito, hanno ripreso gli acquisti. «C’è un’espansione molto incoraggiante nel settore servizi, con la Germania che cresce al ritmo più sostenuto degli ultimi tre anni. Anche le aziende francesi stanno tornando ad una modesta crescita», ha spiegato Chris Williamson, capo degli economisti di Markit.

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