Le novita di Facebook non incidono sul mercato

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Le novità di Facebook non incidono sul mercato

Il CEO di Facebook ha presentato le novità in programma per il 2020 senza accennare al lancio del Facebook Phone o all’introduzione dei messaggi a pagamento, ma annunciando una nuova funzionalità da introdurre nel social network: Graph Search.

Graph Search rappresenta un passo in avanti in termini tecnologici per Facebook ma non si può dire che la novità abbia scosso il mercato più di tanto. Graph Search è un motore di ricerca nuovo per il social network blu che non ha nemmeno intenzione di minacciare Google visto che farà ricerche soltanto dentro Facebook.

Graph Search promette di essere molto più vicino al linguaggio umano e di restituire risultati significativi, nel senso che non saranno restituiti contenuti ma significati. Le ricerche potranno essere raffinate inserendo maggiori parametri, si potranno scegliere tante chiavi di ricerca e selezionare i risultati per tipologia di contenuti. Alla fine dei giochi la ricerca sarà altamente personalizzata e potrà anche essere condivisa, sempre nel rispetto della privacy.

La novità di Zuckenberg è sicuramente interessante ma gli utenti e gli azionisti si aspettavano qualcosa di più visto l’alone di mistero creato attorno a Graph Search, tanto che in borsa c’è stato un altro brusco calo del titolo che ha perso lo 0,90%.

Pacchetto Marchi: le novità per le imprese

In data 8 marzo 2020 è stato pubblicato il testo in Gazzetta Ufficiale ed è entrato in vigore il 23 marzo il decreto legislativo 20 febbraio 2020, numero 15 in attuazione alla Direttiva europea 2436 del 2020 sul ravvicinamento delle legislazioni degli stati membri in materia di marchi d’impresa, con adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento europeo 2424 del 2020 sul marchio comunitario, che insieme formano il cosiddetto Pacchetto Marchi.

Il decreto legislativo recentemente entrato in vigore andrà ad apportare sostanziali modifiche al Codice della Proprietà Industriale. Tali modifiche porteranno all’introduzione di nuove possibilità per le imprese anche di piccole e medie dimensioni che nel territorio nazionale rappresentano gran parte del tessuto industriale presente, per le quali è di preminente importanza la tutela del marchio, il quale è fondamentale all’interno delle aziende come asset immateriale che rappresenta parte del valore dell’attività stessa nel suo complesso.

Il Codice della Proprietà Intellettuale, già dal momento della sua entrata in vigore ormai più di un decennio fa, mette a disposizione delle imprese che vogliono interiorizzare nel proprio patrimonio il valore intangibile fisicamente, ma con un notevole riscontro in termini economici e di tutela della propria attività i beni immateriali derivanti dalla proprietà intellettuale, diversi strumenti, partire dalla registrazione e ai diritti ad essa connessi e all’opposizione alla registrazione del marchio identico o simile da parte di altri soggetti.

Con l’entrata in vigore della Legge 163 del 2007 il governo italiano è stato delegato ad adottare i decreti legislativi per l’attuazione della direttiva europea 2436 del 2020 e il regolamento europeo 2424 del 2020, entrambi emanati con l’esplicita finalità di ravvicinamento delle legislazioni degli stati membri per la creazione di un mercato unico della proprietà intellettuale.

L’occasione non deve passare inosservata alle imprese italiane, che potranno godere di un ammodernamento del sistema attraverso l’inserimento di modifiche che potranno rendere ancora più completo il sistema della tutela del marchio d’impresa.

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Tra le altre novità, il decreto legislativo 15 del 2020 semplifica, per le imprese che ne avranno la necessità, la possibilità di contestazione della decadenza e della nullità del marchio registrato introducendo uniformemente a quanto già in attuazione a livello europeo in precedenza, una procedura amministrativa semplificata per le contestazioni che abbiano ad oggetto la decadenza o la nullità di un marchio d’impresa registrato.

L’innovazione introdotta

L’innovazione che caratterizza l’introduzione del procedimento amministrativo introdotto dal decreto è la possibilità di far valere tali contestazioni per i marchi registrati senza l’obbligo di adire necessariamente l’autorità giudiziaria che si rinviene nella sezione specializzata in materia di impresa, comportando un risparmio per le imprese che decideranno di avvalersi di tale strumento sia in termini economici che di tempistiche evitando l’attesa dei tempi della giustizia.

La semplificazione e velocizzazione della procedura di nullità del marchio risulta essere un importante passo avanti per l’ampliamento della tutela in quanto viene richiesta in caso di sussistenza di diritti anteriori o nel caso in cui chi la richiede ritiene di aver subito la violazione di un diritto d’autore, di proprietà industriale o altro diritto esclusivo.

Il nuovo procedimento amministrativo è regolato da una serie di nuovi articoli inseriti all’interno del codice della proprietà industriale i quali sono compresi tra il 184-bis e 184-decies e si svolgerà semplicemente attraverso istanza scritta da depositare all’Ufficio italiano marchi e brevetti, il quale esaminerà i documenti corredati e la situazione ad oggetto della richiesta e provvederà a dichiarare la decadenza o la nullità del marchio d’impresa registrato.

Per quanto riguarda la domanda di nullità, può essere richiesta se il marchio non possedeva i requisiti idonei per la registrazione, oppure se il marchio d’impresa è stato registrato dall’agente o dal rappresentante senza che il titolare abbia espressamente dato consenso o non ci sia stata la presenza di un giustificato motivo, o se il marchio non avrebbe dovuto essere registrato a causa dell’esistenza di un diritto anteriore, ipotesi ricorrente e per la quale l’impresa subisce il danno.

Ulteriore novità di rilievo per le imprese italiane è rappresentata dal divieto di atti preparatori alla contraffazione, iniziativa supportata consistentemente dall’Italia in sede di negoziati a causa del forte impatto negativo sull’economia nazionale.

Il problema contraffazione

Il fenomeno della contraffazione ha una presenza particolarmente elevata nel nostro paese, da sempre vittima di tale pratica.

Secondo un rapporto del Censis su dati Istat, si stima per le imprese italiane la grave incidenza di questo fenomeno che comporta una perdita di domanda che si aggira attorno ai 7.208 miliardi di euro.

Per contrastare ulteriormente in maniera efficace le pratiche di contraffazione, dalle disposizioni è prevista la possibilità per il titolare di un marchio di impresa registrato di poter vietare determinati atti eseguiti per la preparazione alla contraffazione attraverso la previsione del diritto di vietare a terzi l’apposizione del segno non solo sul prodotto ma anche al suo esterno, ad esempio se si ritrova su confezioni, imballaggi, etichette o su altri mezzi sul quale può essere apposto qualora si possa ritenere sussistente il rischio che tale utilizzo possa comportare delle violazioni dei diritti del titolare del marchio registrato.

La lotta alla contraffazione è supportata anche dalla previsione inserita nel decreto legislativo emanato lo scorso 14 febbraio, estensione dell’applicazione della procedura di sequestro delle merci alla frontiera anche in caso di mero transito doganale.

L’intervento tempestivo per arrestare la circolazione delle merci contraffatte che fanno il loro ingresso sul territorio nazionale di uno stato significa superiori possibilità di evitare il rischio di circolazione e conseguente esportazione e reimportazione nei paesi membri delle stesse per il territorio europeo e di emarginazione del danno che tale libera circolazione causa all’impresa che ne subisce l’attività di contraffazione.

L’insieme coordinato delle modifiche alle disposizioni prospettate dalla novella che incidono sul codice della proprietà industriale porteranno al rafforzamento dell’esclusiva del titolare del marchio d’impresa registrato, con la conseguenza per le imprese che registrano i loro marchi di potersi avvalere in maniera più ampia ed efficace dei diritti connessi alla procedura di registrazione e all’ammodernamento del sistema in difesa degli asset immateriali delle imprese in conformità di quanto già previsto dal diritto dell’Unione e in vigore negli altri stati membri che hanno armonizzato il loro sistema a quello comunitario.

Assegno di mantenimento: il genitore può chiedere la revoca? Le novità

Assegno di mantenimento: un genitore può far richiesta di revoca, solo quando il figlio è economicamente indipendente. Ecco le novità

Molti genitori non sanno quando finisce l’obbligo di mantenere i figli. Finisce solo quando i figli raggiungono una serenità economica? Spesso un figlio inizia a lavorare con contratto part-time e guadagna poco, ma c’è la prospettiva di poter far carriera. In questo modo lo stipendio diventerà più consistente e il figlio avrà raggiunto una serenità economica. In questo frattempo, il genitore non sa se può smettere il mantenimento. Questo problema si fa più sentire quando c’è una situazione in cui i genitori sono separati e il padre versa l’assegno di mantenimento. Il padre può ritenere che ormai sia tempo di concludere con il versamento, perché ormai il figlio è cresciuto e si può mantenere da solo. Anche sé lo stipendio è ancora basso, dovrà fare dei sacrifici, ma tutti ne hanno fatti nella vita, quindi prima di decidere di far richiesta al tribunale per la cancellazione dell’assegno ci si pone un’ulteriore domanda: “quando un figlio si può ritenere economicamente indipendente?”.

Assegni di mantenimento: quando si può revocare

Non c’è nessuna normativa di legge che stabilisce l’età in cui si possa sospendere l’assegno di mantenimento. Anzi, l’obbligo continua anche dopo la maggiore età, fino a quando i figli non raggiungono una loro indipendenza economica. Quindi, fino a quando il figlio non riesce a trovare un lavoro che gli permette di vivere un buon tenore di vita. Ciò a volte non è sempre possibile, non basta avere un lavoro precario che gli possa permettere di pagarsi gli studi o fare esperienza, con una retribuzione al quanto soddisfacente. In ogni modo, un genitore che vuole sospendere definitivamente il pagamento dell’assegno di mantenimento, lo può fare solo rivolgendosi al giudice e non arbitrariamente.

Assegno di mantenimento: quando si ritiene che un figlio sia indipendente?

La Cassazione ha stabilito per i figli che hanno superato i 35 anni, i genitori possono far richiesta dell’annullamento del mantenimento, perché la Cassazione ritiene che è pigrizia e svogliatezza del figlio per questo non ha raggiunto l’indipendenza economica e non è colpa delle difficili condizioni di mercato e della disoccupazione. Inoltre, la Cassazione con una recente sentenza ha stabilito che un figlio con un lavoro stabile da almeno due anni non ha più diritto all’assegno di mantenimento. Questa sentenza è importante perché in modo indiretto ha stabilito la soglia di reddito al di sopra della quale il giovane, seppur con uno stipendio ridotto, può ritenersi economicamente indipendente e quindi non più legittimato a chiedere l’assegno di mantenimento.

La soglia quindi stabilita, che al di sopra di questa si ritiene che il figlio sia indipendente economicamente, è di 500 euro. Una volta raggiunta questa soglia, il padre ha tutto il diritto di richiedere la revoca dell’assegno di mantenimento.

Come abbiamo detto, non c’è una legge che fissa tale misura, ma è a interpretazione dei giudici che tiene conto di una serie di circostanze come la formazione scolastica e le aspirazioni del giovane.

Molto importante è anche l’età del figlio, come già abbiamo detto, più è grande di età e meno possibilità ha di poter richiedere, ancora, l’assegno di mantenimento.

Assegno di mantenimento: cosa deve provare il genitore per poter far richiesta di revoca?

Sarà, comunque, sempre il genitore a dover dare la prova della effettiva e stabile autosufficienza economica del figlio. Oppure della sua responsabilità per la mancanza di un’occupazione che lo renda indipendente. Un genitore ha l’obbligo di mantenere i propri figli anche oltre la maggiore età, per assicurare a quest’ultimi la possibilità di completare il percorso formativo prescelto e di acquisire la capacità lavorativa necessaria a rendersi autosufficiente.

Il genitore, quindi alla conclusione del percorso formativo del figlio, può far presente la capacità lavorativa dello stesso e l’esistenza di un mercato del lavoro in cui essa sia spendibile. A questo punto è il figlio che deve dimostrare che la mancata occupazione dipende da fattori estranei alla sua responsabilità. Bisognerà sempre valutare una serie di fattori come: la distanza temporale dal completamento della formazione; l’età raggiunta; altri fattori che incidono sul tenore di vita del figlio che lo rendono non più dipendente dal contributo dei genitori.

L’ingresso al lavoro del figlio, anche se con uno stipendio modico, ma che preclude una prospettiva di crescita, segna la fine dell’obbligo da parte del genitore di versare l’assegno di mantenimento. Tuttavia, una perdita eventuale di lavoro del figlio non comporta la ripresa dell’obbligo del genitore a versare il mantenimento. Quindi, una volta che il figlio ha perso il diritto al mantenimento questo non si può più ripristinare.

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