Le conseguenze del calo del PIL italiano

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Quali sono per Italia le conseguenze di una recessione tecnica

Con il crollo del Pil nel 2020 il nostro Paese diventa più vulnerabile. Il debito pubblico rischia di esplodere. In forse il reddito di cittadinanza e quota 100. E da febbraio può arrivare il downgrade delle agenzie di rating.

Preannunciata dal premier Giuseppe Conte ad Assolombarda («Mi aspetto un’ulteriore contrazione del Pil nel quarto trimestre»), l’Istat ha certificato l’entrata dell’Italia in recessione. Per il secondo mese consecutivo l’economia del Paese ha registrato un calo: -0,2% nel trimestre ottobre – dicembre e -0,1% nel trimestre precedente, quello tra luglio e settembre. La crescita del Pil italiano nel 2020 si attesta così all’1%, in netta frenata rispetto all’1,6% del 2020. Ma quali potrebbero essere le conseguenze sull’economia e le finanze italiane?

Sappiamo tutti che la vulnerabilità dell’Italia dipende da una sciagurata combinazione: un indebitamento pubblico in costante crescita e un Pil anemico che, anzi, è tornato a scendere. Inoltre, le dinamiche demografiche in atto come la riduzione delle popolazione in età lavorativa, manterranno i livelli di crescita dell’Italia relativamente bassi anche nei prossimi anni. È in questo scenario di base che vanno letti i dati sul Pil italiano. Ma come è vista l’Italia dalla comunità degli investitori del Vecchio Continente?

PERCHÉ LA CRESCITA IN ITALIA È UN PROBLEMA

«Il concetto stesso di crescita è alieno all’Italia» dice Jardy Hermanns, gestore multi-asset di Aegon Am, colosso dei fondi pensione olandese, basato all’Aja. «Queste forze», prosegue, «non agiscono solo in Italia, dato che molti Paesi sviluppati si trovano ad affrontare condizioni simili. La combinazione tra una bassa crescita strutturale e un debito pubblico elevato (131% del Pil, ndr) rende difficile per il governo raggiungere un surplus di bilancio e ridurre i livelli di debito in maniera strutturale. Diventa quindi improbabile per l’Italia riuscire ad abbassare il debito e ciò significa che non riuscirà a rispettare le regole europee per un lungo periodo di tempo. Questo avrà conseguenze su vari livelli, sia sulle politiche europee sia sui mercati finanziari».

L’Italia in recessione mette in serie difficoltà l’attuale governo, perché difficilmente riuscirà a mantenere quanto scritto nell’ultima Legge di Bilancio, in particolare di portare il deficit/Pil al 2,04% per pagare il reddito di cittadinanza di 780 euro al mese (voluto dal M5s) e attuare la quota 100 (Lega) che permettere il pensionamento anticipato a 62 anni di età e 38 di contributi (rispetto ai 67 anni fissati dalla pensione di vecchiaia). Il motivo è semplice: se il denominatore aumenta c’è spazio per fare più deficit, che sta al numeratore del rapporto deficit/Pil, uno dei parametri su cui si basa il trattato sulla stabilità della Ue. Al contrario, bisogna spendere di meno per evitare di sforare i parametri europei.

SIAMO SOTTO LA LENTE DELLE AGENZIE DI RATING

A preoccupare di più gli investitori (e forse anche coloro che siedono ai piani alti del ministero dell’Economia) non sono solo i vincoli posti da Bruxelles, ma cosa faranno invece nelle prossime settimane le agenzie di rating, che stanno monitorando la situazione italiana molto da vicino. Il giudizio sulla solvibilità dell’Italia è a un passo dal livello “spazzatura” che in finanza formalmente si dice “high yield” (alto rendimento, e quindi più rischiosi, per la nota regola che a maggior rischio corrisponde un più alto rendimento) e che nel gergo dei trader sono detti “junk bond“. Il Btp ha la tripla B (Baa2) da parte delle tre principali agenzie di rating – S&P’s, Moody’s e Fitch – mentre per la cinese Dagong i nostri titoli di Stato sono già titoli spazzatura (BB+).

In ottobre Moody’s ha tagliato il rating a Baa3 e cambiato l’outlook da stabile a negativo, lasciando il Paese a un passo dall’uscita dalla fascia investment grade. Le ragioni sono state l’indebolimento della posizione fiscale e lo stallo nei piani delle riforme economiche e fiscali. Nel caso in cui l’outlook economico dovesse deteriorarsi ancora, i costi di finanziamento potrebbero aumentare molto rapidamente, come abbiamo visto lo scorso anno. «Un ulteriore downgrade da parte delle agenzie di credito potrebbe inoltre rivelarsi doloroso, soprattutto contando che l’Italia perderebbe lo status di investment-grade e l’accesso facilitato al mercato dei capitali», aggiunge Hermanns. Paese avvisato, mezzo salvato, anche se è una storia, che purtroppo, dura da troppi anni.

Conseguenze del Coronavirus sull’Economia ecco quali saranno

Oltre che ad avere un fortissimo impatto a livello sanitario, il Coronavirus sta avendo importanti conseguenze sull’economia internazionale. In tutto il mondo sono 6,036 le vittime e circa 160,000 casi di contaggio, ma sono tante anche le attività che resteranno chiuse nel prossimo periodo, pubbliche e private, andando verso il lockdown, cosa che sta interessando anche l’Italia dopo le manovre d’emergenza dell’8 marzo 2020.

A risentire maggiormente delle conseguenze del CoViD-19 sull’economia sono i settori turistico e dell’automotive, senza contare le imprese private in generale, che potrebbero registrare una perdita su scala mondiale di circa 1,5 trilioni di euro e dello 0,4% del PIL.

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In ogni caso, una soluzione sarà la salvaguardia del welfare state, quello che è in grado di garantire il benessere di ogni settore e amministrazione. Comprendere le conseguenze del Coronavirus sull’economia significa studiare a fondo lo scenario mondiale, così da valutarne le motivazioni.

Che conseguenze avrà il CoViD-19 sull’economia mondiale?

Mentre la pandemia di Coronavirus continua a estendersi in tutto il mondo, tra cui in Italia che registra un record negativo di contagi e decessi in Europa, a destare notevole preoccupazione sono i danni che subirà l’economia internazionale.

Prima ad essere colpita è l’economia cinese, che rappresenta una delle più solide del continente asiatico, ma nonostante ciò ha subito un brusco calo della sua capacità produttiva: a febbraio 2020 l’indice di produzione manifatturiera è sceso a 27,8 punti rispetto ai 51,3 del mese precedente.

A marzo, malgrado il Coronavirus sia stato contenuto specialmente nell’Hubei, provincia primo focolaio, la produzione nazionale sta riprendendo solamente al 62,8%, col trasporto urbano riattivato solo al 47,8%. Anche l’acquisto di materie prime della Cina, tra i più elevati al mondo, ha registrato un -35% rispetto al 2020, stimando una perdita di circa 100 miliardi di dollari.

Ciò ha inoltre portato inevitabili conseguenze sull’export, che segna una perdita di almeno 50 miliardi di dollari rispetto al primo trimestre 2020, causata anche dai blocchi dell’importazione da parte degli Stati Uniti, mentre hanno serie ripercussioni anche Corea del Sud e Sud Est Asiatico in generale, dipendendo fortemente dalle importazioni cinesi.

Con l’approdo del Coronavirus negli Stati Uniti anche il continente più potente del mondo subisce gravi effetti, che hanno portato molti stati a chiudere scuole, uffici, strutture pubbliche e private per poi raggiungere progressivamente il totale lockdown, misura d’emergenza per contenere il virus. Nel mentre, la Federal Reserve interviene acquistando titoli di stato per 700 miliardi di dollari e azzerando i tassi di mercato.

A livello internazionale, la perdita economica di imprese private potrebbe essere di circa 1,5 trilioni di euro e dello 0,4% del PIL. I settori maggiormente colpiti sono:

  • Turismo, per cui si stimano perdite per circa 820 miliardi di dollari, col oltre 50 milioni di posti di lavoro a rischio; ad essere maggiormente colpire saranno le compagnie aeree, per cui si stimerà una perdita di 113 miliardi di dollari, così come settori suppellettili come ristorazione e alberghiero
  • Automotive, per cui si stimano perdite per circa 370 miliardi di dollari, di cui oltre 70 provenienti dall’export cinese; i costruttori d’automobili stimano una perdita dal 20% al 50% del loro valore, che può essere fino al 60% per le auto di lusso

L’importanza del welfare state contro il Coronavirus

I paesi maggiormente colpiti dalla pandemia hanno reagito con una forte efficienza dei loro sistemi sanitari nazionali. La sanità pubblica è compresa all’interno del welfare state, ossia stato del benessere, che rappresenta politiche volte a garantire il benessere e la corretta gestione di ogni settore pubblico e amministrazione. Lo welfare state comprende infatti politiche volte a salvaguardare:

  • Sanità
  • Scuola
  • Università
  • Lavoro
  • Previdenza sociale
  • Assistenza sociale

Specialmente in ambito europeo, il concetto di welfare state è associato a quello di modello sociale, che comprenda servizi e finanziamenti forniti dalla pubblica amministrazione per rendere il più possibile efficienti tali settori.

Anche per fronteggiare il Coronavirus il welfare state può essere una soluzione che garantisca la massima efficienza degli enti pubblici. Enti privati, infatti, specialmente quelli inerenti alla sanità, sono del tutto impotenti di fronte alla pandemia.

I benefici dello stato di benessere saranno effettivi sull’economia nazionale, poiché affrancheranno da numerose spese gli enti privati: a qualsivoglia settore essi appartengano, su questi grava in modo rilevante l’impatto del virus.

Conseguenze del Coronavirus sull’economia, la situazione italiana

Con 27,980 casi di contagio e 2,158 vittime, l’Italia vanta il triste primato di essere la nazione più colpita in Europa dal Coronavirus. Economicamente si vivono estreme difficoltà, specialmente dal d.p.c.m 8 marzo 2020 firmato dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, che ha stabilito una quarantena fino al 3 aprile. Tale decreto dispone la chiusura forzata di diverse attività commerciali come:

  • Strutture ricettive
  • Ristoranti, pub, bar e locali affini
  • Musei e cinema
  • Negozi di varia entità

A rimanere aperti sono invece luoghi di prima necessità come supermercati, farmacie, tabaccherie ed edicole, è tuttavia previsto un lockdown progressivo, compromettendo il commercio legato alle festività del periodo (San Patrizio, Pasqua e primo maggio).

159 anni fa veniva proclamata l’Unità d’Italia. Da allora il nostro Paese ha affrontato mille difficoltà, guerre mondiali, il regime fascista. Ma gli italiani, con orgoglio e determinazione, hanno sempre saputo rialzarsi e ripartire. A testa alta.

Queste le parole del presidente Conte in un tweet del 17 marzo 2020, dopo l’approvazione del Decreto Cura Italia, una manovra settoriale da 25 miliardi di euro volta a:

  • Potenziamento del Sistema Sanitario Nazionale, con assunzione diretta di 20,000 persone per cui la sola laurea sarà abilitante
  • Rifinanziamento della Protezione Civile e altri enti pubblici impegnati a fronteggiare l’emergenza
  • Rifinanziamento del Fondo Emergenze Nazionali per un valore complessivo di 1,65 miliardi di euro
  • Supporto al credito per famiglie e PMI, attraverso il fondo di garanzia
  • Sostegno a liberi professionisti con Partita IVA, con indennizzi fino a 600,00 euro mensili
  • Sospensione degli oneri fiscali per le aziende e incentivi a chi resta in servizio

Secondo uno studio di Cerved, per le attività italiane in particolare PMI si prevede una perdita di 641,6 miliardi di euro entro il 2021, che colpirà principalmente la Lombardia, regione tra le più performanti dell’industria italiana, con perdite di circa 182 miliardi di euro. Secondo la stessa previsione, sarà il 10,4% delle aziende a rischiare il fallimento, percentuale raddoppiata rispetto al trend reale.

Studi di Acta asseriscono invece che la categoria più colpita sarà quella degli artigiani, che rischiano di perdere il 50% del fatturato annuale. A seguire vi sono i lavoratori freelance, che a febbraio 2020 hanno subito la cancellazione del 47,3% delle loro commissioni.

Ulteriore criticità sarà, infine, il rischio di perdita reputazionale del Made in Italy: come diretta conseguenza economica del CoViD-19 l’Italia rischia infatti di perdere credibilità e competitività all’estero, venendo considerata come una seconda Wuhan e causando un drastico calo dell’export italiano, fino all’inizio dell’epidemia tra i più desiderati e prestigiosi al mondo. A portare ciò, anche un’errata gestione della comunicazione

Conclusioni

Al termine di questa analisi, si vede chiaramente quanto le conseguenze del Coronavirus sull’economia siano estremamente gravi in tutto il mondo, specialmente in quelle aree dedite all’export e considerate grandi potenze economico-finanziarie continentali. La prima a subire gravi effetti è perciò la Cina, epicentro del virus, che malgrado abbia contenuto l’epidemia non è ancora tornata a livelli produttivi degni di nota.

Tale disagio si ripercuote anche oltre i confini cinesi, specialmente in Italia. A conti fatti, il Belpaese rientra tristemente nei più gravi casi al mondo, poiché nello scenario più pessimistico rischia di perdere quasi 650 miliardi di euro di fatturato, colpendo principalmente aziende private e artigiani. Senza contare poi la perdita di credibilità del Made in Italy, che versa in condizioni estremamente difficili a causa dell’export e dell’attuale situazione sanitaria nazionale.

Le conseguenze del calo del PIL italiano

Il PIL italiano, anche nel quarto trimestre dell’anno continua a diminuire e alla fine del 2020 si conferma in calo. Tutto dipende non tanto dalla crisi politica, quanto piuttosto dal calo dei consumi legato ad una diminuzione della produzione.

Il PIL del quarto trimestre 2020 dà almeno due indicazioni importanti: la prima è che il calo del prodotto interno lordo percepito durante l’anno di crisi è stato assolutamente confermato nell’ultima parte del 2020. L’altro dato che possiamo ricavare dal report è che a far diminuire il PIL è stata la flessione del consumo privato, non tanto la crisi politica, visto che il declino è stato costante da gennaio a dicembre anche se con oscillazioni più o meno forti.

Quello che ci si aspetta, adesso, è che ci sia una ripresa dell’attività economica. Quando al momento in cui l’Italia inizierà a respirare, non si parla più del secondo semestre dell’anno, quindi di giugno, quanto piuttosto del quarto trimestre del 2020.

I consumi privati, tra l’altro, avrebbero un discreto margine di tempo per migliorare. L’austerità potrebbe essere sempre meno percepita. Resta comunque da risolvere il problema della disoccupazione e quello della “non” crescita dei salari.

Sicuramente faranno da traino le esportazioni che sono cresciute dello 0,3 per cento a fronte di una diminuzione delle importazioni dello 0,9 per cento.

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