La politica monetaria Europea per indebolire l’Euro

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Politica Monetaria | Cos’è? Politica Monetaria Espansiva e Restrittiva

Cos’è la politica monetaria? In particolare, cos’è la politica monetaria espansiva? E che cos’è la politica monetaria restrittiva?

La politica monetaria è l’insieme di azioni di una banca centrale volte a garantire la stabilità dei prezzi ed a sostenere la crescita economica del proprio paese (o dei proprio paesi) di riferimento. Ciò viene fatto mediante strumenti monetari quali la modifica dei tassi di interesse e l’inizio e/o la gestione di un quantitative easing (QE)

Quantitative easing (QE), tassi d’interesse, banche centrali, stabilità dei prezzi, BCE, FED, hawkish, dovish.… arghhhh!!

Se al solo sentire queste parole ti sei messo le mani nei capelli, non disperare.

E’ normale. Personalmente penso che, nel corso degli anni, economisti e finanzieri abbiano deliberatamente creato un linguaggio economico difficilissimo da capire per i non addetti ai lavori. Forse quasi per “mantenere l’esclusiva” sul loro lavoro!

A volte trovo persino io difficile da seguire chi dispensa opinioni su questi argomenti.

Sarà che spesso gli economisti e i finanziari parlano con il carisma di una mummia. Sarà che forse usano un gergo appositamente difficile e complicato per nascondere le loro carenze di idee sugli ultimi avvenimenti riguardo i mercati globali.

Detto questo, non aver paura.

In questo articolo:

Parleremo di banche centrali, dello loro politica monetaria espansiva e della loro politica monetaria restrittiva. Tutti i paroloni di sopra derivano infatti da questi 3 concetti madre.

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– Ti permetto subito di passare alla pratica mostrandoti un esempio di attualità: come la BCE si è mossa negli ultimi anni di forte crisi globale.

Per tua comodità, ti ho diviso la lettura in 8 punti. Per dirtela tutta, ero indeciso fino all’ultimo se usare il titolo che hai letto sopra oppure se usare le “8 cose che devi sapere sulle banche centrali, sulla politica monetaria espansiva e sulla politica monetaria restrittiva”.

Poco cambia, l’importante è che ti metti comodo ed inizi a leggere. Pronto? Iniziamo!

1) Cosa sono le banche centrali?

Le banche centrali sono istituti pubblici di emissione il cui compito è gestire la politica monetaria del paese (o dei paesi) a cui fanno riferimento

Il termine “emissione” sta a significare che le banche centrali hanno il monopolio legale di stampare la moneta di riferimento del loro paese.

Di solito, le banche centrali fanno riferimento ad un solo paese ed alla moneta corrispondente.

Come avrai intuito, l’unica eccezione è la Banca Centrale Europea (BCE). BCE che stampa moneta ed attua la politica monetaria espansiva e restrittiva europea, con riferimento a tutti e 19 i paesi che adottano l’euro come moneta unica.

In linea generale, le banche centrali possono essere più o meno indipendenti dalla politica, dipende da caso a caso.

Per esempio Draghi, il presidente della BCE, o Powell, presidente della FED (la banca centrale americana), hanno un’indipendenza quasi assoluta sulle scelte di politica monetaria espansiva e di politica monetaria restrittiva (almeno in teoria).

La banca centrale cinese o la banca centrale delle Nuova Zelanda, invece, attuano le politiche monetarie seguendo di fatto gli “ordini” dei capi di governo.

Ok, ora ti starai chiedendo: ma che cos’è la politica monetaria espansiva? E che cos’è la politica monetaria restrittiva?

Vediamolo nei prossimi punti.

2) I 2 obiettivi della politica monetaria espansiva e restrittiva attuata dalle banche centrali

Dobbiamo distinguere gli “obiettivi” con gli “strumenti” delle banche centrali.

Gli obiettivi della politica monetaria restrittiva ed espansiva sono sostanzialmente due.

A) Garantire la stabilità dei prezzi: controllare ed agire sul tasso di inflazione

B) Favorire la crescita economica

Vediamoli nello specifico.

A) Garantire la stabilità dei prezzi: controllare ed agire sul tasso di inflazione

Senza girarci troppo intorno, la storia economica recente parla chiaro riguardo a quale sia il livello di inflazione ideale per un paese.

Il livello di inflazione “ideale” per un paese è intorno al 2% annuo.

Dunque, i governatori delle banche centrali cercano di mantenere il tasso inflazione annuo attorno a tale livello nel medio-lungo termine.

Ti faccio un esempio dei giorni nostri, condito con un pizzico d’ironia.

Celebre è ormai diventata la frase del governatore della BCE Mario Draghi, che ad ogni conferenza stampa non fa altro che ripetere che il suo target d’inflazione per l’eurozona è “close but below 2%”, ovvero “vicino ma sotto il 2%”…

…frase diventata ormai un must per i “nerd” di economia come il sottoscritto!

B) Favorire la crescita economica

La politica monetaria espansiva e la politica monetaria restrittiva hanno anche il potere e il dovere di sollecitare la crescita economica del paese di riferimento.

Ciò significa che le banche centrali hanno a disposizione strumenti monetari che possono favorire gli investimenti nel paese, far aumentare i prestiti delle banche alle imprese, far aumentare l’occupazione, ed in generale far crescere il PIL (Prodotto Interno Lordo) del paese.

Nel prossimo punti vedremo “come”.

Dunque, ora sappiamo che le banche centrali hanno due principali obiettivi. Controllare ed agire sull’inflazione e favorire la crescita economica.

Ma quali sono gli strumenti monetari che le banche centrali come la BCE possono usare per perseguire questi due obiettivi?

Vediamolo nel prossimo punto.

3) I 2 strumenti di politica monetaria espansiva e restrittiva delle banche centrali

Gli strumenti in mano ai governatori centrali per controllare ed agire sull’inflazione e per perseguire la crescita economica sono sostanzialmente due.

1) La modifica dei tassi di interesse

2) Il quantitative easing (QE)

Vediamoli nel dettaglio.

4) 1° strumento monetario: modificare i 3 tassi d’interesse

Le banche centrali possono modificare 3 tassi d’interesse:

1) Interest rate o tasso d’interesse principale

2) Deposit rate o tasso sui depositi

3) Marginal interest rate o tasso d’interesse marginale

Ti dico subito che il tasso d’interesse di cui si sente parlare quasi sempre in TV, quello più importante, nonché quello che ha i maggiori effetti sull’economia reale se modificato, è il primo che ti ho citato.

Ovvero l’interest rate o tasso d’interesse principale (anche se ha molti altri nomi, li trovi sotto).

4.1) Interest rate o tasso d’interesse principale

I seguenti termini sono dei sinonimi per indicare tale tasso:

Interest rate, tasso d’interesse principale, tasso d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, tasso ufficiale a sconto, tasso REFI, TUR o TUS (Tasso Ufficiale di Rendimento o Sconto), interest rate on the main refinancing operations (MRO).

L’interest rate è il tasso al quale tutte le banche del paese di riferimento possono ottenere del credito con scadenza ad una settimana dalla loro banca centrale. E’, dunque, il tasso mediante il quale la banca centrale fornice la gran parte di liquidità alle banche del suo paese

Questo tasso è molto importante perché influenza i tassi dei prestiti tra la banche. E di conseguenza influenza i tassi dei prestiti ai cittadini sui mutui, sul credito al consumo, e sul credito alle imprese.

Infatti, più è basso tale tasso “madre”, più tutti questi tassi secondari scendono. Ciò perché essi “dipendono, sono derivati” dal loro tasso madre. E tali tassi secondari hanno un’influenza diretta sull’economia reale.

Questi tassi hanno influenza sull’economia reale perché, ad esempio, se è molto basso un tasso su un prestito ad un’azienda, l’azienda stessa sarà più incline a chiedere tale prestito e quindi ad investire.

Più i tassi di prestito in un’economia sono bassi, più ciò rappresenta un incentivo agli investimenti. E dunque alla produzione, al lavoro, ai consumi, e in definitiva alla crescita economica.

Dunque, quando una banca centrale fa un “rate cut”, ovvero un taglio dell’interest rate, vuol dire che sta attuando un intervento di politica monetaria espansiva. Volto a favorire i prestiti alle imprese, gli investimenti, e la crescita.

Inoltre, un rate cut contribuisce anche a far aumentare l’inflazione.

Infatti, l’inflazione nei periodi di stagnazione economica stenta a crescere. Mentre in quelli di crescita economica cresce con vigore.

L’altra parte della medaglia è che un interest rate troppo basso e per un periodo di tempo troppo lungo può causare diversi problemi.

Infatti, tassi troppo bassi e troppo a lungo rappresentano una spinta “artificiale” verso l’alto dei mercati azionari. Banche, aziende, cittadini ed investitori, essendoci la possibilità di prendere a prestito denaro a buon mercato (quasi gratis se si vede alcuni casi limite come il Giappone o l’eurozona nel 2020), sono spinti a investire tale denaro sui mercati azionari, che potrebbero crescere senza motivi reali. Insomma, si crea un forte rischio di bolla finanziaria.

Inoltre, tassi bassi per lungo tempo fanno male a tutto il sistema finanziario di un paese. Banche ed operatori finanziari, infatti, vedono pesantemente peggiorata la loro redditività. Ed in paesi capitalistici come quelli occidentali i problemi di redditività delle banche possono, alla lunga, portare a catastrofi economiche.

Dunque, tassi d’interesse troppo bassi e per troppo tempo potrebbe avere l’effetto opposto ed in realtà essere negativi per la crescita economica.

Quando una banca centrale fa un “rate hike”, ovvero un aumento dell’interest rate, vuol dire che sta attuando un intervento di politica monetaria restrittiva. Intervento volto a far tornare la situazione economica sotto canoni di maggior normalità, con tassi di interesse non troppo bassi ma normali.

Un rate hike ha come effetto anche quello di far diminuire l’inflazione o, almeno, mantenerla stabile senza dare dunque nessuna spinta inflattiva.

Infine, tagli o aumenti dei tassi hanno effetti anche sui titoli di stato. Se c’è un rate cut, i rendimenti dei titoli di stato del paese corrispondente calano. E di conseguenza i prezzi di tali titoli aumentano.

Ciò accade perché il denaro costa meno, e quindi gli operatori sono disposti a investire di più. Non solo nell’equity, ma anche e soprattutto in obbligazioni sicure come i titoli di stato.

Per capire meglio questo concetto ricordati quello che successe all’Italia. Ricordi l’emergenza dei rendimenti dei titoli di stato altissimi a seguito della quale fu chiamato Monti? Quell’emergenza rientrò solo grazie ai vari rate cut della BCE! (e al QE, ne parliamo tra poco).

Se invece c’è un rate hike, i rendimenti dei titoli di stato salgono. Ed i prezzi di tali titoli scendono. Ma i mercati azionari in questo caso non è detto che vadano al ribasso.

Se i fondamentali dell’economia sono forti, un rate hike potrebbe essere invece un ottimo motivo per trasferire liquidità da bond governativi che sono calati di prezzo ad azioni che rendono di più (anche se sono più rischiose). Dipende dunque dalla situazione economica del paese sotto cui si verifica il rate hike.

Per farti un esempio concreto, nell’eurozona l’interest rate scelto dalla BCE è al momento (inizio 2020) allo 0%, quindi molto basso.

Vediamo ora gli altri 2 tassi d’interesse che i governatori delle banche centrali possono modificare. Ma che hanno un’importanza, come ti ho detto, molto inferiore rispetto all’interest rate che ti ho appena spiegato.

4.2) Deposit rate o tasso sui depositi

I seguenti termini sono dei sinonimi per indicare tale tasso.

Deposit rate, tasso di interesse sui depositi, interest rate on the deposit facility, rate on the deposit facility.

Il deposit rate è il tasso in base al quale tutte le banche del paese di riferimento percepiscono un interesse sui loro depositi overnight (di un solo giorno) presso la loro banca centrale

Se è negativo, vuol dire che le banche pagano di fatto una tassa per depositare la loro liquidità in eccesso presso la banca centrale.

Abbassare questo tasso rappresenta una spinta indiretta alle banche ad usare il denaro non per “parcheggiarlo” presso la banca centrale. Ma per usarlo o per comprare strumenti finanziari (azioni, etc…). O soprattutto per immetterlo nell’economia reale. E quindi aumentare i prestiti al consumo, i prestiti alle imprese per investimenti, etc…

Abbassare questo tasso è, inoltre, anche uno stimolo importante alla crescita dell’inflazione, visto che si stimola la crescita economica.

I lati negativi di tassi sui depositi troppo bassi e per troppo tempo sono gli stessi visti sopra riguardo l’avere un tasso di interesse principale troppo basso e troppo a lungo. Spinta artificiale dei mercati finanziari, rischio di bolle, e problemi di redditività delle banche e delle varie istituzioni finanziarie.

Come avrai intuito, dunque, una diminuzione del tasso sui depositi è un intervento di politica monetaria espansiva. Mentre un aumento del tasso sui depositi è un intervento di politica monetaria restrittiva.

Per farti un esempio, nell’eurozona il deposit rate scelto dalla BCE è al momento (inizio 2020) a -0.4%, quindi molto basso.

4.3) Marginal interest rate o tasso di interesse marginale

I seguenti termini sono dei sinonimi per indicare tale tasso.

Marginal interest rate, tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale, interest rate on the marginal lending facility, lending rate.

Il marginal interest rate è il tasso al quale tutte le banche del paese di riferimento possono ottenere credito dalla banca centrale con scadenza a un giorno, quindi overnight

A fronte del minore orizzonte temporale del prestito rispetto al tasso di interesse principale, le banche devono pagare di più.

Quindi tale tasso è sempre maggiore del tasso di interesse principale. Dei tre tassi di interesse visti questo è quello di gran lunga meno importante.

Le dinamiche, gli effetti, i lati positivi e negativi di abbassarlo o alzarlo, sono gli stessi di quelli riguardo il tasso di interesse principale.

Tale tasso è, infatti, la stessa cosa del tasso di interesse principale, salvo la scadenza del prestito, che qui è overnight.

Visto che i prestiti overnight ottenuti dalle banche da parte della banca centrale sono solo una piccola parte rispetto a quelli con scadenza settimanale, l’importanza di tale tasso è decisamente inferiore rispetto a quello del suo “fratello maggiore”.

Per farti un esempio, nell’eurozona il marginal interest rate scelto dalla BCE è al momento (inizio 2020) 0.25%, quindi molto basso anch’esso.

Ci sei ancora? Ho cercato di semplificarti il più possibile degli argomenti che non sono facilissimi da semplificare.

Prenditi un break!

Siamo arrivati più o meno a metà di questo articolo su che cos’è la politica monetaria espansiva e su che cos’è la politica monetaria restrittiva. Ti sta piacendo? Lo stai trovando utile per la tua formazione?

Be’, allora potresti dimostrarmi il tuo apprezzamento aggiungendomi un bel like su Facebook! A te non costa niente, mentre per me conta veramente tanto. Basta che clicchi sul bottone qui sotto.

Ora proseguiamo e scopriamo il secondo grande strumento in mano ai banchieri centrali: il quantitative easing (QE).

5) 2° strumento monetario: il quantitative easing (QE)

I seguenti termini sono dei sinonimi per indicare il quantitative easing (QE):

Asset purchase program, allentamento monetario, alleggerimento quantitativo.

Insieme al taglio o aumento dei tassi di interesse, il quantitative easing (QE) è l’altro grande strumento usato delle banche centrali per attuare la loro politica monetaria espansiva o la loro politica monetaria restrittiva.

Il quantitative easing (QE) è un meccanismo mediante il quale una banca centrale acquista mensilmente alcuni strumenti finanziari emessi da entità del proprio paese di riferimento. Nel fare ciò la banca centrale utilizza della moneta “di nuova emissione”, e quindi di fatto “inietta” nuova liquidità nel paese. Gli strumenti finanziari acquistati per tale scopo sono principalmente i titoli di stato emessi dal paese corrispondente. Tuttavia, tali strumenti possono anche essere azioni o obbligazioni di vario genere emessi da istituti sia pubblici che privati

L’applicazione di un quantitative easing (QE) incentiva la crescita economica di un paese. Innanzitutto perché i titoli di stato acquistati dalle banche centrali aumentano il loro prezzo e quindi diminuiscono il loro rendimento (perché vengono comprati in massa dalla banca centrale stessa).

Con i rendimenti dei titoli di stato così bassi (a volte arrivano anche ad essere negativi), banche ed investitori sono incentivati, in teoria, ad investire il denaro in forme alternative.

Le banche, per esempio, sono spinte così a concedere prestiti alle imprese o al consumo piuttosto di investire il denaro in titoli di stato che rendono 0 o anche meno di 0. Oppure, le banche stesse e gli investitori comprano azioni, facendo così crescere i mercati azionari.

Di conseguenza, visto che c’è una spinta a concedere prestiti ed a investire sulle azioni, i tassi d’interesse dei prestiti alle imprese ed ai cittadini scendono, ed i mercati azionari salgono.

Dunque anche il quantitative easing (QE) ha l’effetto di far diminuire i tassi d’interesse dell’economia reale

Inoltre, il QE permette allo stato di finanziare il suo debito con un costo molto minore. Infatti uno stato si finanzia tramite l’emissione dei titoli di stato.

Avendo la possibilità di indebitarsi a costo basso, uno stato potrebbe così diminuire le tasse o aumentare la spesa pubblica per favorire la crescita economica.

Approfondiremo questo punto nell’articolo sulla politica fiscale.

Il quantitative easing (QE) causa anche inflazione, perché, come visto già in precedenza, favorisce la crescita economica, e quindi la produzione, il lavoro, i consumi e alla fine anche l’inflazione.

Infine, un altro effetto del quantitative easing (QE) è l’indebolimento della valuta del paese. Proprio perché c’è più denaro in circolazione iniettato dalla banca centrale.

Dunque, quando una banca centrale applica una forma di quantitative easing (QE) essa sta attuando un forma di politica monetaria espansiva. Se invece la banca centrale conclude o riduce un quantitative easing (QE) iniziato in precedenza, sta attuando una forma di politica monetaria restrittiva. Hai capito cos’è il QE?

Un altro termine da tenere a mente quando si parla di quantitative easing (QE) è “tapering”. Fare tapering vuol dire ridurre gradualmente un quantitative easing (QE) che è in essere. Rientra dunque nelle azioni di politica monetaria restrittiva.

Anche in questo caso, ci sono però alcuni effetti negativi nell’avere un quantitative easing (QE) troppo elevato o che dura troppo a lungo

Innanzitutto, la creazione di un mercato finanziario “drogato”. Infatti, rendimenti sui titoli di stato vicino a 0 o negativi portano gli investitori ad emigrare verso strumenti finanziari che rendono di più, ma che sono più rischiosi, come le azioni.

Dunque, i mercati azionari potrebbero crescere non per i fondamentali delle aziende, ma in modo puramente artificioso perché non ci sono alternative sui titoli di stato! (con il conseguente rischio di bolle finanziarie).

Inoltre, molti economisti pensano appunto che arrivare a tassi di interesse negativi sui titoli di stato sia stato un azzardo, un eccesso, e che ciò ha di fatto anche frenato gli effetti positivi che un quantitative easing (QE) dovrebbe avere su crescita e inflazione.

Infatti, anche i quantitative easing (QE) mettono in difficoltà la redditività di banche ed operatori finanziari, con tutti i rischi e problemi che ciò comporta.

Infine, ti sottolineo che non esiste un solo tipo di QE. Banche centrali diverse possono attuare QE diversi. In particolare, i QE possono avere come oggetto di acquisto titoli diversi, un ammontare totale di acquisto diverso, durate diverse, e anche prevedere alcune condizioni specifiche per decidere se rendere il QE stesso effettivo oppure no.

Per farti un esempio, nel 2020 la BCE ha attuato nell’eurozona un QE che prevedeva l’acquisto di vari titoli da parte della BCE per un valore totale di 80 miliardi di euro al mese, poi scesi a 60 miliardi al mese. Tale misura è stata ulteriormente diminuita a 30 miliardi al mese a partire da gennaio 2020. Il QE della BCE si concluderà probabilmente a fine 2020.

6) Sintetizziamo: cos’è la politica monetaria espansiva e cos’è la politica monetaria restrittiva delle banche centrali?

Rileggi ora la definizione che ti ho scritto all’inizio di questo articolo:

La politica monetaria è l’insieme di azioni di una banca centrale volte a garantire la stabilità dei prezzi ed a sostenere la crescita economica del proprio paese (o dei proprio paesi) di riferimento. Ciò viene fatto mediante strumenti monetari quali la modifica dei tassi di interesse e l’inizio e/o la gestione di un quantitative easing (QE)

Questa definizione ti sembra ora molto più chiara? Inoltre:

Una diminuzione dei tassi d’interesse e/o l’attuazione o aumento di un QE sono definite come mosse di politica monetaria espansiva. Mentre un aumento dei tassi d’interesse e/o la diminuzione (detto tapering) o conclusione di un QE sono definite come mosse di politica monetaria restrittiva

Un paio di cosine: il significato del gergo “hawkish” e “dovish”. E poi l’effetto della politica monetaria espansiva e restrittiva sui tassi di cambio e sui mercati azionari. Quest’ultimo è un argomento essenziale per il trading multi-day.

7) Hawkish VS Dovish

Ti dico subito che i gerghi hawkish e dovish si riferiscono a un decisore di politica monetaria.

Dunque, in primo luogo tali termini si riferiscono ai governatori delle banche centrali. Essi sono infatti i più importanti decisori riguardo la politica monetaria espansiva e restrittiva del loro paese.

Detto ciò, nota che i governatori non decidono mai del tutto da soli. Ci sono i cosiddetti “membri secondari” delle banche centrali, che si confrontano con il governatore e possono anche avere un discreto peso nelle scelte monetarie che poi il governatore stesso andrà a compiere. Anche a tali membri, dunque, può essere connessa la terminologia di essere hawkish o dovish.

Ma cosa significano tali termini?

Hawkish si riferisce ad un decisore che ha intenzione di attuare, oggi o in futuro, misure di politica monetaria restrittiva. Dunque si riferisce a decisori che vogliono alzare i tassi e/o diminuire o concludere un QE

Dovish si riferisce ad un decisore che ha intenzione di attuare, oggi o in futuro, misure di politica monetaria espansiva. Dunque si riferisce a decisori che vogliono abbassare i tassi e/o iniziare o aumentare un QE

8) Gli effetti esplosivi della politica monetaria sul forex e sugli indici azionari

Seguimi bene ora, perché questo passaggio è molto importante per guadagnare con il trading multi-day.

La politica di una banca centrale ha effetti esplosivi sulla valuta e sui mercati azionari a cui fa riferimento.

Interventi di politica monetaria espansiva fanno indebolire la valuta di riferimento. La valuta si deprezza, diminuisce di valore. Inoltre, essi spingono (in teoria) al rialzo il mercato azionario del paese di riferimento

Interventi di politica monetaria restrittiva fanno rafforzare la valuta di riferimento. La valuta si apprezza, aumenta di valore. Inoltre, essi spingono (in teoria) al ribasso il mercato azionario del paese di riferimento

Se l’effetto sulle valute è chiaro e netto, quello sui mercati azionari è invece da valutare a seconda del singolo caso. Ecco perché ho scritto tra parentesi “in teoria”.

Infatti, l’andamento di un indice di mercato non dipende solo dalla politica monetaria espansiva e restrittiva. Ma anche dalla politica fiscale e dall’andamento di vari indicatori economici connessi all’economia stessa. Capirai meglio le dinamiche che influenzano l’economia di un paese leggendo tutti gli altri articoli di questa categoria del sito: analisi fondamentale.

Tornando a noi, ricordati sempre che il comportamento presente e futuro delle banche centrali è uno degli elementi che devi valutare meglio per impostare una giusta strategia di trading.

Se non lo sai ancora, trovi nella pagina previsioni Euro Dollaro le mie analisi fondamentali riguardo le più comuni valute su cui fare trading.

Ti offro le mie analisi gratis, spiegate con un linguaggio semplice e aggiornate ogni settimana. E’ una grande mano per te, ti consiglio di dare un’occhiata.

Un’altra considerazione importante che devi sapere è che spesso, nelle varie conferenze stampa o uscite pubbliche dei governatori centrali, essi possono “anticipare” le future mosse monetarie che andranno ad attuare.

Oltre, chiaramente, a spiegare i motivi per cui adottano certe mosse monetarie.

Ecco, ricorda che il mercato reagisce subito. Ovvero, il mercato “sconta” subito le notizie nuove di cui viene a conoscenza. Senza aspettare l’eventuale applicazione effettiva di una misura monetaria nuova.

Se Draghi, per esempio, annuncia che nel prossimo mese la BCE aumenterà il quantitative easing (QE), l’euro si deprezza subito. Non aspetta mica il prossimo mese per iniziare il suo movimento al ribasso!

Insomma, i mercati si muovono molto sulle notizie, sui rumors e sulle aspettative di mosse monetarie, più che sull’attuazione vera e propria di politiche monetarie. Tiene sempre a mente questo quando operi.

Video di sintesi e di attualità su che cos’è la politica monetaria espansiva e su che cos’è politica monetaria restrittiva

A questo punto ti propongo di dare un’occhiata al seguente video prodotto da Euronews. Video che approfondisce alcuni dei concetti che abbiamo visto oggi.

Soprattutto, questo video ti spiega le mosse monetarie della BCE tra il 2007 e il 2020. Poi integrerò io quello che ha fatto la BCE dopo il 2020. Tutto questo rappresenta un esempio di come una banca centrale abbia risposto a determinati input economici (critici in questo caso).

Questo video di Euronews è un po’ lungo, dura ben 12 minuti. Ho ritagliato per te i 2 minuti che ritengo più interessanti, più pratici e più utili alla tua formazione. Nulla ti vieta però di sparartelo tutto se vuoi, male non ti fa!

Ora vediamoci questo spezzone di video di 2 minuti e commentiamo insieme le parti più importanti.

I punti più importanti di questo spezzone di video sono:

– Come dice il professor Portes, la politica delle banche centrali riguarda tutti noi. Per vari motivi, ma per 2 motivi principalmente: influenza tantissimo l’inflazione e influenza i tassi di interesse su cui riceviamo i prestiti. Mutui in primis.

– Nel 2008 la BCE iniziò un programma di politica monetaria espansiva. Ciò a seguito della terribile crisi globale partita dagli USA. Il video non dice però i dettagli. Per darti un’idea, la BCE da ottobre 2008 a Maggio 2009 tagliò i tassi parecchie volte, portandoli dal 4,25% all’1%.

E’ poi vero che la BCE alzò i tassi da aprile 2020 a luglio 2020. Passando dall’1% all’1.5%. Fu un disastro, visto che tantissimi paesi dell’eurozona come l’Italia erano ben lontani dall’uscire dalla crisi. Così da novembre 2020 fino ai giorni nostri i tassi sono gradualmente scesi sempre più, fino ad arrivare all’attuale livello di 0%.

– Oltre alla modifica dei tassi, la BCE ha attuato negli anni diverse e varie misure di QE. Il servizio non è molto chiaro a riguardo. Ma in realtà non lo è perché non è facilissimo spiegare le varie misure quantitative attuate dalla BCE negli ultimi anni! Ora ci provo.

Prima di passare a un QE vero e proprio, la BCE tra il 2020 e il 2020 ha attuato delle misure monetarie dette “non standard o di emergenza”. Queste misure non standard si chiamarono Long Term Refinancing Operation (LTRO) e Outright Monetary Transactions (OMT). E’ difficile sintetizzare in 2 righe cosa prevedevano tali misure monetarie.

Ti dico solo che queste misure furono come dei “QE non consueti, modificati”, ovvero attuati con modalità del tutto nuove e mai viste prima. Ti rimando ai link per maggiori informazioni su di esse.

Ma la vera svolta quantitativa ci fu solo nel 2020 quando Draghi, visto lo scarso successo di LTRO e OMT, decise di mettere in campo il suo famoso “Bazooka”: questa volta si che si attuò un vero e proprio quantitative easing. Che è proseguito fino al 2020, per poi calare gradualmente.

– Fammi aggiungere una mia personale opinione. Molti hanno criticato le mosse della BCE per combattere la crisi dell’eurozona. Alcuni dicono che si sia mossa male. Altri che si sia mossa in ritardo. Ti faccio solo notare 2 cose però:

1) Una politica da attuare in modo comune per 19 economie diverse e in un periodo di fortissima crisi globale fu un qualcosa di totalmente nuovo. Non era facile capire cosa avrebbe funzionato e cosa no. E’ normale dunque che le mosse monetarie siano state più difficili da compiere e che gli effetti di tali mosse siano stati più imprevedibili.

2) Sono 10 anni che qualsiasi mossa espansiva della BCE è sempre contrastata duramente dai tedeschi. Se la critica è quella di essersi mossi in ritardo o con poco vigore (almeno inizialmente), dunque, le colpe vanno senza dubbio date a Merkel, Weidmann e compagnia. I tedeschi hanno sempre fatto di tutto per contrastare l’LTRO prima, l’OMT dopo, ed infine il QE vero e proprio. E naturalmente si sono anche opposti più volte ai vari tagli dei tassi.

Conclusione + una lista a sorpresa per te

Come pensi sia andata? Hai capito tutto? Sono sicuro che sei un po’ stanco!

I concetti che hai appreso in questo articolo non sono banalissimi. Ma non sono nemmeno così difficili o impossibili da capire come potevi immaginare prima di questo articolo (spero).

In questo articolo:

– Ti ho spiegato tutto quello che devi sapere su che cos’è la politica monetaria espansiva e su che cos’è la politica monetaria restrittiva.

– Hai consultato un esempio reale e attuale dell’atteggiamento che una banca centrale (la BCE) ha avuto negli ultimi anni.

Ti lascio con una sorpresina: una lista completa delle banche centrali e dei governatori centrali più importanti al mondo.

Questa lista ti serve non solo per avere successo nel trading. Ma anche per tua cultura personale. E per farti il figo con i tuoi amici/amiche alle prossime cene!

Questa lista include le 8 più importanti banche centrali al mondo ed i loro attuali governatori (aggiornata a inizio 2020).

Ti è piaciuto questo articolo? Lo hai trovato utile?

Se la risposta a queste domande è si, ti lascio con una richiesta:

1) Se non lo hai già fatto, potresti mettermi un bel like su Facebook? A te non costa niente, mentre per me vale veramente tantissimo. Clicca sul bottone qui sotto!

Ecco a te la lista delle banche centrali con i connessi governatori

Eurozona

Banca Centrale Europea (BCE) o European Central Bank (ECB)

Governatore: Mario Draghi

Federal Reserve (Fed)

Governatore: Jerome Powell

Bank of England (BoE)

Governatore: Mark Carney

Giappone

Bank of Japan (BoJ)

Governatore: Haruhiko Kuroda

Canada

Bank of Canada (BoC)

Governatore: Stephen Poloz

Australia

Reserve Bank of Australia (RBA)

Governatore: Philip Lowe

Nuova Zelanda

Reserve Bank of New Zealand (RBNZ)

Governatore: Graeme Wheeler

Svizzera

Swiss National Bank (SNB)

Governatore: Thomas Jordan

Infine, ti ricordo che se hai qualche dubbio o se vuoi dirmi/chiedermi qualcosa puoi commentare l’articolo qui in basso oppure puoi scrivermi in privato a [email protected] Sarò lieto di rispondere alla tue domande!

Ho un’ultima cosa per te: qui di seguito trovi un box di sintesi riguardo i principali punti chiave di questo articolo. Trovi uno schema del genere in tutti gli articoli di questo sito.

Ti abbraccio e alla prossima!

Giovanni alias Fairmaster

Box di sintesi | Politica Monetaria | Cos’è? Politica Monetaria Espansiva e Restrittiva

– La politica monetaria è l’insieme di azioni di una banca centrale volte a garantire la stabilità dei prezzi ed a sostenere la crescita economica del proprio paese (o dei proprio paesi) di riferimento. Ciò viene fatto mediante strumenti monetari quali la modifica dei tassi di interesse e l’inizio e/o la gestione di un quantitative easing (QE)

– Le banche centrali sono istituti pubblici di emissione il cui compito è gestire la politica monetaria restrittiva ed espansiva del paese (o dei paesi) a cui fanno riferimento

– Gli obiettivi della politica monetaria restrittiva ed espansiva sono due:

A) Garantire la stabilità dei prezzi: controllare ed agire sul tasso di inflazione

B) Favorire la crescita economica

– Gli strumenti della politica monetaria restrittiva ed espansiva sono due:

1) Modificare i 3 tassi di interesse: tasso di interesse principale, tasso sui depositi e tasso di interesse marginale

2) Utilizzare il QE: Il quantitative easing (QE) è un meccanismo mediante il quale una banca centrale acquista mensilmente alcuni strumenti finanziari emessi da entità del proprio paese di riferimento

– Una diminuzione dei tassi d’interesse e/o l’attuazione o aumento di un QE sono definite come mosse di politica monetaria espansiva. Mentre un aumento dei tassi d’interesse e/o la diminuzione (detto tapering) o conclusione di un QE sono definite come mosse di politica monetaria restrittiva

– Un decisore di politica monetaria che ha intenzione di attuare politiche restrittive è detto hawkish. Un decisore che invece ha intenzione di attuare politiche espansive è detto dovish

– Interventi di politica monetaria espansiva fanno indebolire la valuta di riferimento. Inoltre, essi spingono (in teoria) al rialzo il mercato azionario del paese di riferimento. Viceversa, interventi di politica monetaria restrittiva fanno rafforzare la valuta di riferimento. Inoltre, essi spingono (in teoria) al ribasso il mercato azionario del paese di riferimento

La politica monetaria Europea per indebolire l’Euro

L’Europa corre il rischio di perdere la coincidenza del treno congiunturale globale e di regredire di nuovo. Oltre ai mercati finanziari, questo è stato constatato anche da Mario Draghi, per cui sul finire della primavera ha sganciato la politica monetaria europea da quella americana e ha diminuito ancora i tassi. Che la conseguente svalutazione dell’euro dia nuovo slancio alle esportazioni europee è ancora tutto da vedere. L’embargo commerciale della Russia è un ulteriore fattore frenante da non sottovalutare spiega Martin Neff, Economista capo di Raiffeisen. Le possibilità politico-monetarie sono tuttavia esaurite e quindi il Presidente della BCE parla più che agire.

I suoi commenti cercano di indebolire l’euro in modo sempre più evidente, dopo che a marzo 2020 affermava ancora: «Il tasso di cambio non è un obiettivo della nostra politica monetaria». In aprile dichiarava che il tasso di cambio stava diventando un importante fattore nella valutazione a medio termine della stabilità dei prezzi e il 7 agosto infine: «La base per un corso più debole dell’euro è ora migliore rispetto ad alcuni mesi fa». Questo cambio di paradigma verbale è un segnale dei limiti della politica monetaria europea. La politica dei tassi bassi non arriva all’economia reale e allora rimane solo il tasso di cambio come ultimo strumento. Qui c’è lo zampino del Giappone. Fino a quando non si saprà con certezza se due delle tre aree economiche mature del mondo ritorneranno anche solo timidamente alla crescita, gli aumenti dei corsi sulle borse mondiali dovrebbero rimanere modesti. Poiché inoltre le tensioni geopolitiche possono contribuire all’incertezza in ogni momento, difficilmente saranno prevedibili aumenti dei corsi nelle prossime settimane. Le speranze si basano quindi sull’autunno, che però deve confermare le forti aspettative.

La sovranità in un mondo globalizzato

Intervento di Mario Draghi, Presidente della BCE, in occasione del conferimento della Laurea ad honorem in Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bologna, Bologna, 22 febbraio 2020

È per me un grande onore essere qui oggi nell’Università di Bologna, culla dell’istruzione in Europa, fin dal 1088. La sua storia ha visto studiare qui Thomas Becket e Copernico, e nel 1506 Erasmo da Rotterdam che avrebbe dato il suo nome al programma europeo in cui l’Università di Bologna è protagonista di prima grandezza.

Il programma Erasmus è uno degli esempi più apprezzati dei benefici che una stretta cooperazione a livello europeo può portare. Ma sappiamo che altre sue dimensioni non riscuotono eguale approvazione.

Al cuore del dibattito sui meriti della cooperazione europea sta una percezione che appare in superficie inevitabile: da un lato l’integrazione genera indubbi benefici; dall’altro, perché questi si materializzino è necessaria una cooperazione talvolta politicamente difficile da conseguire o da spiegare. Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso.

Ciò non implica che si abbia bisogno dell’Unione europea per qualsiasi cosa ma, in un mondo globalizzato, l’Unione europea diviene oggi ancora più rilevante. Come scriveva Jean Monnet più di 50 anni fa: “abbiamo bisogno di un’Europa per ciò che è essenziale. un’Europa per ciò che le nazioni non possono fare da sole” [1] .

Sovranità in un mondo interconnesso

Nel complesso i cittadini europei apprezzano i benefici dell’integrazione economica che l’Unione europea ha prodotto [2] e da anni considerano come il suo maggior successo la libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi, cioè il mercato unico. Inoltre il 75% dei cittadini dell’area dell’euro è a favore dell’euro e dell’unione monetaria e il 71% degli europei è a favore della politica commerciale comune.

Allo stesso tempo però diminuisce dal 57% nel 2007 al 42% di oggi la considerazione che i cittadini europei hanno delle istituzioni dell’Unione. Peraltro questo declino è parte di un fenomeno più generale che vede diminuire la fiducia in tutte le istituzioni pubbliche. Quella verso i governi e i parlamenti nazionali oggi si attesta appena al 35%.

Questa discrasia nei sondaggi può essere spiegata con la percezione che ci sia un trade-off tra l’essere membri dell’Unione europea e la sovranità dei singoli Stati. Secondo questo modo di pensare, per riappropriarsi della sovranità nazionale sarebbe necessario indebolire le strutture politiche dell’Unione europea.

Ritengo sbagliata questa convinzione, perché confonde l’“indipendenza” con la sovranità.

La vera sovranità si riflette non nel potere di fare le leggi, come vuole una definizione giuridica di essa, ma nel migliore controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini: “la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo”, secondo la definizione che John Locke ne dette nel 1690 [3] . La possibilità di agire in maniera indipendente non garantisce questo controllo: in altre parole, l’indipendenza non garantisce la sovranità.

Si prenda l’esempio, estremo ma efficace, di quei paesi che sono totalmente al di fuori dell’economia globale: essi sono indipendenti, ma certamente non sovrani in un senso pieno della parola, dovendo ad esempio spesso contare sull’aiuto alimentare che proviene dall’esterno per nutrire i propri cittadini.

La globalizzazione aumenta la vulnerabilità dei singoli paesi in molte direzioni: li espone maggiormente ai movimenti finanziari internazionali, a possibili politiche commerciali aggressive da parte di altri Stati e, aumentando la concorrenza, rende più difficile il coordinamento tra paesi nello stabilire regole e standard necessari per il conseguimento al proprio interno degli obiettivi di carattere sociale. Il controllo sulle condizioni economiche interne ne risulta indebolito.

In un mondo globalizzato tutti i paesi per essere sovrani devono cooperare. E ciò è ancor più necessario per i paesi appartenenti all’Unione europea.

La cooperazione, proteggendo gli Stati nazionali dalle pressioni esterne, rende più efficaci le sue politiche interne.

Cooperare per proteggersi

La globalizzazione ha profondamente cambiato la natura del processo produttivo e aumentato l’intensità dei legami tra paesi. La proprietà transnazionale di attività finanziarie è oggi il doppio del PIL mondiale: nel ’95 era pari al 70%. Il commercio con l’estero è aumentato da circa il 43% del PIL mondiale nel 1995 a circa il 70% di oggi. E circa il 30% del valore aggiunto estero è oggi prodotto attraverso catene del valore [4] .

A livello mondiale ciò non è tanto il risultato di scelte politiche quanto il frutto del progresso tecnologico nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nei computer e nel software che ha reso conveniente lo scambio globale e la frammentazione produttiva [5] .

L’Unione europea, sia per le scelte politiche del passato sia per la vicinanza geografica dei suoi membri, è, per i paesi che ne fanno parte, di gran lunga la più importante area commerciale. La maggior parte del commercio mondiale avviene all’interno di tre grandi blocchi: l’Unione europea, il NAFTA e l’Asia che, nonostante una crescita nelle loro relazioni commerciali, restano relativamente chiusi tra loro, con una quota di scambi al di fuori del blocco inferiore al 15% del prodotto [6] .

Fra questi tre blocchi, l’Unione europea è il più integrato. Due terzi del commercio europeo sono con altri Stati membri, contro circa il 50% nel caso dell’USMCA e circa il 50% di tutte le attività finanziarie proviene da altri paesi europei. In concreto, ciò significa che l’Italia esporta di più in Spagna che in Cina e più in Austria che in Russia o in Giappone. Nel 2020 gli investimenti tedeschi in Italia sono stati pari a 5 volte quelli americani.

L’Europa ha tratto grandi benefici da questa integrazione. Tenendo conto sia degli effetti diretti derivanti dal commercio, sia di quelli prodotti dalla maggiore concorrenza, si valuta che il mercato unico contribuisca a un livello del PIL per l’Unione europea che è più alto del 9% circa [7] .

Ma quanto più i vari paesi sono tra loro collegati, tanto più esposti essi sono alla volatilità dei flussi di capitale, alla concorrenza sleale e ad azioni discriminatorie, quindi ancor più necessaria diviene la protezione dei cittadini. Una protezione, costruita insieme, che ha permesso di realizzare i guadagni dell’integrazione, contenendone in una certa misura i costi. Una protezione che attraverso strutture e istituzioni comunitarie limita gli spillover, assicura un uguale livello di concorrenza, protegge da comportamenti illegali, in altre parole, una protezione che risponde ai bisogni dei cittadini, e quindi permette ai paesi di essere sovrani.

Nella struttura dell’Unione europea, le regole comuni vengono definite nel Consiglio e nel Parlamento europeo. La Commissione provvede a che siano rispettate, la Corte di Giustizia europea assicura la protezione in giudizio in caso siano violate. Per quel che riguarda i paesi dell’area dell’euro, la vigilanza bancaria europea e l’autorità che presiede alla risoluzione delle banche contribuiscono a contenere gli effetti dell’instabilità finanziaria.

In questo mondo così interconnesso, cercare l’indipendenza da queste istituzioni pone i paesi di fronte a scelte complesse. O, per poter continuare ad avere accesso al mercato unico, devono accettare passivamente regole scritte da altri perdendo il controllo su decisioni che toccano l’interesse dei propri cittadini, o devono separarsi dai partner commerciali più importanti, perdendo controllo sul benessere dei loro cittadini.

Si stima che nel caso di una possibile reintroduzione delle barriere commerciali in Europa, il PIL della Germania sarebbe più basso circa dell’8% e quello dell’Italia del 7% [8] .

L’argomento per cui la cooperazione accresce la sovranità vale anche per le relazioni tra l’Unione europea e il resto del mondo. Ben pochi paesi europei hanno una dimensione tale da poter resistere agli spillover provenienti dalle altre grandi aree economiche del mondo o una voce forte abbastanza da essere ascoltata nei negoziati commerciali mondiali. Ma, insieme nell’Unione europea la loro forza è ben più grande.

L’Unione europea produce il 16,5% del prodotto mondiale [9] , secondo solo alla Cina: il che dà a tutti i paesi europei un mercato interno di grandi dimensioni in cui riparare in caso di crisi commerciali nel resto del mondo. Il commercio dell’Unione europea vale infatti il 15% degli scambi mondiali [10] , contro l’11% negli USA; e ciò contribuisce ad aumentare il peso negoziale dell’Unione europea nei negoziati sul commercio con gli altri paesi. Inoltre, il fatto che l’euro sia la seconda moneta più utilizzata negli scambi internazionali contribuisce a isolare l’economia dell’area dell’euro dalla volatilità del tasso di cambio.

Infatti, poiché circa il 50% delle importazioni dai paesi al di fuori dell’euro è oggi fatturato in euro [11] , la trasmissione delle variazioni del cambio ai prezzi delle importazioni è oggi minore. La politica monetaria può quindi concentrarsi sugli sviluppi interni all’area dell’euro senza dover reagire ripetutamente agli shock ad essa esterni [12] .

Per tutte queste ragioni, porsi al di fuori dell’UE può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica.

La maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni. Sarebbero inoltre più esposti agli spillover monetari dall’esterno che potrebbero condizionare l’autonomia della politica economica nazionale: primi tra tutti gli spillover della politica monetaria della BCE, come negli ultimi anni è peraltro accaduto alla Danimarca, alla Svezia, alla Svizzera e ai paesi dell’Europa centrale e orientale [13] .

Furono proprio questi spillover provenienti dalle economie più grandi uno dei motivi per cui si creò la moneta unica. Nel Sistema monetario europeo ad essa antecedente, la maggior parte delle banche centrali doveva seguire la politica monetaria della Bundesbank. Per questo dopo più di un decennio di esperienze deludenti quando non devastanti, si preferì riguadagnare la sovranità monetaria condividendola nella creazione della moneta unica [14] .

Cooperazione e politica economica

Il secondo modo in cui la globalizzazione vincola la sovranità di un paese sta nel limitarne la capacità di emanare leggi e fissare standard che riflettano gli obiettivi sociali del paese stesso.

L’integrazione del commercio mondiale tende a ridurre l’autonomia dei singoli paesi nel fissare le regole, perché con il frammentarsi della produzione nelle catene del valore, aumenta l’importanza di standard comuni. In generale questi non vengono fissati nell’ambito di un processo multilaterale come il WTO ma vengono imposti dalle economie più grandi che hanno una posizione dominante nella catena del valore. Le economie più piccole solitamente non possono che accettare passivamente le regole stabilite da altri nel sistema internazionale [15] .

Analogamente, l’integrazione finanziaria globale riduce il potere che i singoli paesi hanno di regolare, tassare, fissare gli standard di protezione sociale. Le imprese multinazionali influenzano la regolamentazione dei singoli paesi con la minaccia di ricollocarsi altrove, scelgono i sistemi fiscali a loro più favorevoli spostando tra le varie giurisdizioni i flussi di reddito e le attività intangibili.

Tutto ciò può spingere i governi a usare gli standard di protezione sociale come uno strumento di concorrenza internazionale: la cosiddetta “corsa al ribasso”.

Per un paese diventa più difficile la difesa dei suoi valori essenziali, quindi la protezione dei suoi cittadini: si ha inoltre un’erosione della base fiscale societaria che riduce il finanziamento del welfare state [16] . L’OCSE stima la perdita di gettito causata dall’elusione fiscale tra il 4% e il 10% del totale del gettito dell’imposizione sul reddito societario [17] .

Ciò avviene quando i paesi non sono grandi abbastanza da avere potere regolamentare da opporre alle imprese transnazionali o a una mobilità dei capitali distruttiva di valore. Ma è più difficile che ciò avvenga nei confronti dell’Unione europea perché nessuna impresa può permettersi di abbandonare il suo mercato. Il fatto di disporre di poteri di regolamentazione a livello comunitario permette agli Stati membri di esercitare la propria sovranità nelle aree della tassazione, della protezione del consumatore e degli standard del lavoro.

L’Unione europea dà agli Stati membri la capacità di impedire alle multinazionali di erodere la base imponibile sfruttando loopholes e beneficiando di sussidi. Recentemente qualche progresso è stato fatto anche in quest’area indubbiamente complessa. Quest’anno sono entrate in vigore nuove regole europee che dovrebbero eliminare le forme di elusione più comuni [18] . E se è vero che la Corte di Giustizia Europea si è recentemente pronunciata contro la Commissione in un caso di esenzione fiscale, è anche vero che ha stabilito che accordi fiscali tra le multinazionali e i singoli paesi possono costituire aiuti di Stato illegali che la Commissione ha il diritto di esaminare [19] .

Inoltre l’Unione europea ha ben maggiori capacità di difendere i consumatori e assicurare loro un equo trattamento all’interno del mercato europeo.

Ciò si è visto quando l’Unione europea ha voluto affermare i propri valori in tema di protezione della privacy, con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati [20] . Si è visto anche quando, grazie alle regole europee, le tariffe del roaming sono state drasticamente ridotte per i consumatori [21] o quando è stato stabilito che le commissioni per i pagamenti internazionali in euro all’interno dell’Unione europea non possono essere superiori a quelle applicate all’interno dei paesi [22] .

Inoltre gli Stati membri possono, attraverso l’Unione europea, coordinarsi per difendere la propria rete di protezione sociale senza dover imporre restrizioni al commercio. Con la Carta sui Diritti Fondamentali, la legge europea ha ridotto la possibilità di concorrenza sleale da parte dei paesi con leggi sul lavoro meno protettive. Ma ha contribuito a innalzare gli standard di protezione del lavoro anche all’interno dell’Unione europea. Un esempio è quello della Direttiva sul lavoro a tempo parziale del 1997 che ridusse alcune discriminazioni che fino ad allora erano ancora praticate in 10 su 15 Stati membri [23] , inclusa l’Italia.

Successivamente, l’OCSE mostrò come l’eliminazione di discriminazioni tra vari tipi di lavoro portasse a una maggior probabilità di contratti di lavoro permanenti [24] .

Queste stesse protezioni non esistono a livello globale o sono molto meno incisive in altri blocchi commerciali regionali come il NAFTA. La stessa storia degli USA ci offre un esempio delle difficoltà che singoli Stati hanno nell’allineare le condizioni di lavoro.

Nella prima parte del Novecento, in molti Stati americani era crescente la preoccupazione per la mancanza di una rete di protezione sociale, specialmente per i più anziani. Ma prevalse il timore che fornire protezione sociale avrebbe imposto, nelle parole usate allora, “un carico fiscale sulle industrie dello Stato che le avrebbe poste in posizione di svantaggio nella concorrenza con gli Stati vicini non appesantiti da un sistema pensionistico” [25] . Tutto ciò portò a una seria carenza di protezione sociale che fu esacerbata dalla Grande Depressione. Nel 1934 metà della popolazione con più di 65 anni di età era in stato di povertà [26] . Fu solo con l’approvazione del Social Security Act federale nel 1935 che i singoli Stati poterono coordinarsi aumentando la protezione sociale.

In maniera analoga l’esistenza dell’Unione europea ha offerto ai singoli paesi quel coordinamento che ha permesso loro di conseguire obbiettivi che non avrebbero potuto raggiungere da soli. Inoltre, questi standard sono esportati globalmente. L’Unione europea è il più importante partner commerciale di 80 paesi, mentre gli USA lo sono solo di 20 [27] . In questi trattati l’Unione europea può pretendere che vengano rispettati questi standard sulla protezione del lavoro e sulla qualità dei prodotti [28] , come pure che vengano protetti i nostri produttori. Il recente trattato con il Canada per esempio protegge 143 indicazioni geografiche.

Ma l’Unione europea può estendere il proprio potere regolamentare anche al di fuori dei trattati commerciali. Poiché coloro che esportano verso l’Unione europea devono osservare questi standard, essi finiscono per essere applicati alla produzione in tutti i paesi, il cosiddetto “Effetto Bruxelles” [29] .

In tal modo, l’Unione europea influenza di fatto o di diritto le regole globali in un’ampia gamma di settori. E ciò permette ai paesi europei di conseguire un risultato unico: fare in modo che la globalizzazione non sia “una corsa al ribasso” degli standard. Piuttosto l’Unione europea innalza gli standard nel resto del mondo al livello dei propri.

Le istituzioni e le regole

È quindi evidente che, in un sistema economico integrato a livello mondiale e regionale, i paesi europei devono cooperare per poter esercitare la propria sovranità. Ma su come organizzare questa cooperazione, le opinioni sono diverse.

Per taluni è sufficiente una cooperazione guidata dai governi nazionali e disegnata di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze. Vi sono molti esempi di accordi di questo tipo, che hanno avuto successo. Quando tutte le parti di un accordo traggono da esso uguali benefici, anche una forma non rigida di cooperazione si è dimostrata sostenibile nel lungo periodo. Un esempio di questo tipo è offerto dall’accordo di Bologna che allinea gli standard dell’educazione superiore e assicura il mutuo riconoscimento dei diplomi universitari in tutti i paesi membri del Consiglio d’Europa [30] .

Ma è chiaro che forme di cooperazione flessibile, non vincolante non funzionano proprio nei casi in cui la cooperazione è più necessaria: i problemi di coordinamento esistono quando i paesi hanno incentivo a non coordinarsi o quando gli spillover avvengono tra paesi di diversa dimensione e con effetti asimmetrici [31] . In queste situazioni occorrono forme di cooperazione più forti.

Nella sua storia l’Unione europea ha seguito due metodi di cooperazione. In taluni casi, sono state create istituzioni comunitarie a cui è stato conferito un potere esecutivo, come ad esempio, nel caso della Commissione per ciò che riguarda le politiche commerciali o la BCE per la politica monetaria. In altri casi, quali la politica di bilancio o le riforme strutturali, sono i governi nazionali a detenere il potere esecutivo, legati però tra loro da regole comuni.

Questi settori della politica economica furono considerati troppo specifici della storia dei singoli paesi per poter essere affidati a una organizzazione comune. Si ritenne cioè che l’esercizio di una sovranità nazionale che mantenesse questa specificità fosse l’unica forma di governo possibile in questi settori: la scelta di affidarsi a regole per disegnare la cooperazione in queste aree fu vista come la sola coerente con questa visione. Occorre però chiedersi quale successo abbia avuto questa scelta. Nei casi in cui il potere esecutivo è stato conferito a istituzioni comunitarie, il risultato è stato, secondo molti, positivo. La politica commerciale ha aperto nuovi mercati: l’Unione europea ha concluso 36 accordi di libero scambio a fronte dei 20 degli USA [32] . La politica monetaria ha adempiuto al suo mandato. Invece, nelle aree di cooperazione basate su regole comuni, il giudizio è meno positivo. Le regole di bilancio sono state negli anni un importante schema di riferimento per la politica fiscale dei paesi membri, ma si sono rivelate spesso difficili da far osservare e complesse da spiegare ai cittadini. Nel campo delle politiche strutturali, il quadro non è molto diverso; le raccomandazioni specifiche per i paesi hanno avuto un impatto limitato: la percentuale delle raccomandazioni seguite è stata ogni anno inferiore al 10% [33] .

La disparità negli esiti dei due metodi non è sicuramente dovuta a differenze nella qualità professionale delle autorità europee o nazionali; essa è il prodotto della differenza intrinseca nel loro funzionamento. Vi sono due ragioni per cui la cooperazione fondata su istituzioni si è rivelata superiore.

La prima è che, mentre ai paesi regole solitamente statiche chiedono azioni specifiche, alle istituzioni si chiede di raggiungere degli obbiettivi. Ciò implica che le istituzioni dispongano di flessibilità nel perseguimento dei loro obbiettivi. Le regole non possono essere modificate rapidamente di fronte a circostanze inattese, ma le istituzioni possono essere dinamiche e flessibili nel loro approccio. Questa differenza è molto importante specialmente quando, come spesso succede, la realtà cambia. È ovviamente una differenza importante per i cittadini a cui alla fine interessano soprattutto i risultati della politica economica più che le azioni intraprese dai governi. La politica monetaria della BCE durante la crisi è un esempio di questa maggiore adattabilità dell’azione delle istituzioni, rispetto alle regole.

Pochi, quando il nostro mandato venne definito, avrebbero potuto prevedere le sfide che la BCE avrebbe dovuto affrontare nella sua breve esistenza. Ma la discrezionalità di azione prevista dal Trattato ha permesso l’utilizzo di strumenti prima mai impiegati al fine di mantenere il tasso di inflazione in linea con il nostro obbiettivo nel medio termine. Né una politica monetaria basata su una regola fissa, né l’utilizzo dei soli strumenti utilizzati in passato, sarebbero stati sufficienti.

In quel caso, la discrezionalità e la flessibilità nell’uso degli strumenti hanno contribuito ad accrescere la credibilità della BCE: flessibilità e credibilità sono state complementari.

Le considerazioni sono di segno opposto quando consideriamo che le regole, se applicate con discrezionalità, perdono di credibilità. Non può esserci fiducia in un sistema in cui i vari paesi riscrivono o aggirano le regole ogni volta che queste divengono vincolanti. Eppure, vi saranno sempre circostanze che non erano state previste quando le regole erano state scritte e che richiedono flessibilità di azione. Nel caso delle regole, il trade-off tra flessibilità e credibilità è inevitabile. Questa è la ragione per cui avremo sempre tensioni nelle aree di politica economica in cui la cooperazione è fondata su regole. Ma il passaggio dalle regole alla costruzione di un’istituzione richiede vi sia fiducia tra i paesi. Fiducia che è fondata da un lato sull’osservanza rigorosa delle regole esistenti, ma dall’altro anche sulla capacità dei governi, di raggiungere compromessi soddisfacenti, quando le circostanze richiedono flessibilità, ma anche di saperli spiegare ai propri cittadini.

Ciononostante questa transizione resta necessaria.

Un altro esempio della necessità di progredire dall’attuale costellazione di leggi diverse e di regole ad hoc verso un sistema fondato su armonizzazione e istituzioni è offerto dalla recente iniziativa della Commissione europea sul ruolo internazionale dell’euro. Il crescere delle tensioni commerciali e l’uso ormai più comune delle sanzioni come strumenti di politica estera hanno reso sempre più frequente l’applicazione extraterritoriale delle leggi USA. Questa, nella forma di multe alle società non americane e di interdizione all’accesso al sistema dei pagamenti USA, è fondata sulla centralità del sistema finanziario americano e del dollaro negli scambi mondiali. Centralità che potrebbe, secondo vari governi europei, essere attenuata da un maggior ruolo internazionale dell’euro. Perché i mercati considerino la possibilità di un maggiore utilizzo dell’euro occorre chiedersi quali sono le condizioni che fanno del dollaro la moneta dominante. La lista è lunga ma il fatto di essere l’espressione di un mercato integrato dei capitali è una delle condizioni [34] . Perché questa, più raggiungibile di altre, si verifichi a questo stadio di sviluppo dell’Unione europea occorre una complessa opera di armonizzazione legislativa e istituzionale che potrebbe però essere intrapresa al più presto.

La seconda ragione per cui un approccio fondato sulle istituzioni produce solitamente risultati migliori è che su di esse, sul loro operato è più chiaro il controllo democratico dei cittadini. Proprio perché a queste istituzioni sono stati conferiti un mandato e poteri precisi, più diretto è il nesso tra decisioni e responsabilità.

L’Unione europea già dispone di molti canali istituzionali a questo fine. Sono le autorità nazionali presenti nel Consiglio dell’Unione europea, i membri del Parlamento europeo che esercitano su queste istituzioni il controllo democratico in nome dei cittadini che li hanno eletti. Ed è motivo di soddisfazione osservare che per la prima volta la maggioranza degli europei sente che la loro voce conta nell’Unione europea [35] .

È auspicabile che questo processo di controllo sulle istituzioni continui a rafforzarsi perché da esso dipende la percezione di legittimità delle loro azioni. Il ruolo del Parlamento europeo è essenziale in quanto, tra le istituzioni chiamate dai cittadini a esercitare questo controllo, è l’unica con una prospettiva europea. Il secondo pilastro del controllo è rappresentato dalla Corte di Giustizia Europea. Il suo ruolo nella valutazione dell’operato delle istituzioni rispetto al loro mandato è particolarmente importante in un contesto in cui non c’è un governo europeo. L’osservanza delle sentenze della Corte di giustizia europea è un presupposto necessario per lo stato di diritto.

La coerenza e l’omogeneità nell’interpretazione del diritto dell’UE in tutti i 28 Stati membri sono il caposaldo del diritto dell’UE in quanto ordine giuridico efficace e autonomo [36] . Una funzione essenziale del diritto è stabilizzare le aspettative creando un fondamento affidabile sul quale i cittadini e le imprese possano organizzare le proprie attività e programmare il futuro [37] . Questa prevedibilità e questa certezza sono particolarmente importanti oggi per l’Unione economica e monetaria.

Conclusioni

Nel mondo di oggi le interconnessioni tecnologiche, finanziarie, commerciali sono così potenti che solo gli Stati più grandi riescono a essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente. Per la maggior parte degli altri Stati nazionali, fra cui i paesi europei, indipendenza e sovranità non coincidono. L’Unione europea è la costruzione istituzionale che in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente. È una sovranità complementare a quella esercitata dai singoli Stati nazionali in altre aree. È una sovranità che piace agli Europei.

L’unione europea è stata un successo politico costruito all’interno dell’ordine internazionale emerso alla fine della seconda guerra mondiale. Dei valori di libertà, pace, prosperità, su cui quest’ordine si fondava, l’Unione europea è stata l’interprete fedele.

L’Unione europea è stata un successo economico perché ha offerto l’ambiente in cui le energie dei suoi cittadini hanno prodotto una prosperità diffusa e durevole fondata sul mercato unico e protetta dalla moneta unica. Gli ultimi dieci anni hanno messo drammaticamente in luce carenze delle politiche nazionali e necessità di evoluzione nella cooperazione all’interno dell’Unione europea e al suo esterno.

Una lunga crisi economica mondiale, movimenti migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico hanno fatto emergere faglie in un ordine politico ed economico che si credeva definitivo.

Il cambiamento è necessario, ma vi sono strade diverse per attuarlo. Da un lato, si riscoprono antiche idee che hanno plasmato gran parte della storia, per cui la prosperità degli uni non può essere raggiunta senza la miseria di altri; organizzazioni internazionali o sovranazionali perdono di interesse come luoghi di negoziato e di indirizzo per soluzioni di compromesso; l’affermazione dell’io, dell’identità, diviene il primo requisito di ogni politica. In questo mondo la libertà e la pace divengono accessori dispensabili all’occorrenza.

Ma se si vuole che questi valori restino essenziali, fondanti, la strada è un’altra: adattare le istituzioni esistenti al cambiamento. Un adattamento a cui si è finora opposta resistenza perché le inevitabili difficoltà politiche nazionali sembravano sempre essere superiori alla sua necessità. Una riluttanza che ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere. Non ci devono essere equivoci: questo adattamento dovrà essere profondo, quanto lo sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente e vasto quanto lo sono le dimensioni di un ordine geopolitico che va cambiando in senso non favorevole all’Europa.

L’Unione europea ha voluto creare un sovrano dove non ne esisteva uno. Non è sorprendente che in un mondo in cui tra le grandi potenze ogni punto di contatto è sempre più un punto di frizione, le sfide esterne all’esistenza dell’Unione europea si facciano sempre più minacciose. Non c’è che una risposta: recuperare quell’unità di visione e di azione che da sola può tenere insieme Stati così diversi: non è solo un auspicio, ma un’aspirazione fondata sulla convenienza politica ed economica. Ma esistono anche sfide interne che vanno affrontate, non meno importanti per il futuro dell’Unione europea. Bisogna rispondere alla percezione che questa manchi di equità: tra paesi e classi sociali. Occorre sentire, prima di tutto, poi agire e spiegare.

Quindi, unità, equità e soprattutto un metodo di far politica in Europa. Voglio ricordare in chiusura le parole del Papa Emerito Benedetto XVI in un suo famoso discorso di 38 anni fa: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica” [38] .

La riproduzione è consentita purché venga citata la fonte.

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