L’europa rischia di cadere nella deflazione

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L’europa rischia di cadere nella deflazione

Il vero nodo continua ad essere quello dell’inflazione che nell’ultima pubblicazione è dopo mesi “migliorata” dallo 0,5% allo 0,7%, ma va ricordato che per la prima volta la Germania è risultata in deflazione su base mensile al -0,2%.

Sono livelli naturalmente allarmanti che condizionano al ribasso le aspettative di inflazione e perché non fanno sì che gli squilibri tra economie core e periferiche dell’eurozona possano in qualche modo assorbirsi. Da un lato, e questo va detto, le economie sviluppate fanno registrare dei tassi di inflazione spesso di poco superiori all’1% ma è pur vero che presentano tassi di disoccupazione neanche lontanamente paragonabili a quelli europei nonché aspettative di crescita ben più lusinghiere in termini di prodotto interno lordo.

E finchè il nodo lavoro non sarà risolto dalle politiche nazionali (ed è questo il dramma dell’eurozona) difficilmente potrà riattivarsi un virtuoso circuito del credito e dunque la ripartenza dei consumi. Un nuovo problema per Draghi & Co è ora rappresentato dai tassi di mercato a breve che stanno risultando estremamente volatili verosimilmente per le drastiche e recenti riduzioni di liquidità nel sistema.

Ne è prova il balzo che si è avuto ieri del tasso EONIA, il tasso di interesse medio cioè al quale un paniere di banche si concede reciprocamente prestiti in euro su base giornaliera, spiega Davide marone di DailyFx, un Euribor overnight in altre parole; ebbene questo è passato dallo 0,108% di martedi allo 0,260% di ieri, il che lascerebbe pensare che la BCE potrebbe contemplare nuove iniezioni di liquidità ma è più verosimile che Draghi si affretterà a ritenere questo un effetto della riattivazione del mercato interbancario europeo

Traduzione di “rischia di cadere” in francese

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L’Europa rischia la sindrome di Tokyo

Vito Lops Cronologia articolo 21 settembre 2020

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In questo articolo
Storia dell’articolo

Questo articolo и stato pubblicato il 21 settembre 2020 alle ore 08:12.

Sei Paesi su 18 dell’area euro sono in deflazione. Scenario che rimanda al Giappone che ha convissuto con una deflazione media dello 0,35% tra il 1998 e il 2020. La domanda che tutti si pongono ora и: l’Europa rischia di incappare nella «sindrome giapponese»?
Per rispondere si puт partire da quello che “pensano” i mercati: l’indice 5year/5year euro swap rate – che sintetizza le aspettative di medio periodo sull’andamento dell’inflazione europea ed и lo stesso indice che monitora la Bce per tarare la politica monetaria – a fine agosto era scivolato all’1,68%, nettamente sotto la soglia obiettivo del 2% dell’istituto di Francoforte. Venerdм ha chiuso all’1,98%. Siamo lontanissimi dal 3,3% di un anno fa ma possiamo dedurre che i mercati non si aspettano al momento una deflazione prolungata nell’Eurozona. I mercati perт – come dimostrano le numerose e cicliche bolle che storicamente scoppiano qua e lа – non sono infallibili. Certo, oggi non prezzano uno scenario da sindrome giapponese per l’Eurozona, perchй la scommessa di fondo и che la politica monetaria della Bce risulterа efficace nei prossimi mesi. Ma – come peraltro ha dimostrato il relativo flop dell’asta di prestiti vincolati alle banche (T-Ltro) del 18 settembre – non possiamo mettere la mano sul fuoco sul fatto che tutte le politiche della Bce vadano a buon fine. E poi, al di lа di quello che credono i mercati, cisono delle somiglianze tra il Giappone della metа degli anni ’90 con l’area euro di oggi. Uno studio di Axa investment managers considera la politica monetaria uno dei punti cardine per capire se l’Europa si stia ora «giapponesizzando». «In Giappone furono troppo lenti a prevedere che l’inflazione sarebbe stata costantemente bassa, e per quasi un decennio la stima fu eccessiva rispetto alla realtа». Come dire, se le stime a cui fa fede la Bce risulteranno ottimistiche i rischi di cadere nella «sindrome nipponica» non sono da sottovalutare. Cosм come – rileva l’analisi – «la giapponesizzazione implica che la Bce venga messa in condizione di non poter piщ adottare misure non convenzionali. Potrebbe dipendere da una decisione della Corte di giustizia europea o dalla Corte costituzionale tedesca che impedirebbe alla Bce di protrarre la sua politica accomodante». Un altro punto riguarda il settore bancario. Anche qui il destino dell’Europa – secondo gli esperti di Axa – и legato alla Bce e all’attuazione di un’unione bancaria funzionante tale da rattoppare gli attuali problemi, pericolosamente simili a quelli del Giappone dato che «le banche dell’area euro solo con lentezza hanno riconosciuto la svalutazione della loro situazione patrimoniale e hanno preso misure adeguate per colmare questa mancanza di capitale. Come in Giappone, e a differenza degli Stati Uniti, gli strumenti che si sono svalutati sono principalmente prestiti, non titoli, pertanto и stato possibile evitare la trasparenza del mark-to-market». Il terzo fattore di rischio riguarda l’andamento demografico. «La popolazione giapponese ha iniziato a diminuire intorno al 2020, una tendenza che in Europa non ci aspettiamo prima del 2035. Una delle ragioni principali risiede nell’immigrazione. L’Europa и una regione tradizionalmente mиta di immigrati, pertanto la crescita della popolazione и piщ dinamica. L’inasprimento delle politiche sull’immigrazione in Europa, a fronte della prolungata stagnazione economica sarebbe un “passo avanti” verso la giapponesizzazione». Morale: и bene avere fiducia ma anche non sottovalutare i rischi perchй, come diceva Mark Twain, «la storia non si ripete, ma fa rima».
@vitolops
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