In Cina il cambio di governo influenza la borsa

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Coronavirus, 60 italiani tornano dalla Cina. Il governo: tutti in quarantena

I morti sono 170. Borse a picco. Calcio, Pechino sospende il campionato

30 Gennaio 2020

Il bilancio del virus cinese continua ad aggravarsi. È salito a 170 morti e 7711 contagi, di cui 1737 nuovi, il conto delle vittime del nuovo coronavirus: 37 decessi sono avvenuti nella provincia di Hubei e nella città di Wuhan, epicentro dell’epidemia, e uno nella provincia sud occidentale del Sichuan. Il governo italiano è al lavoro per rimpatriare i 60 connazionali che chiedono di rientrare dalla Cina. Dovrebbero atterrare domani nell’aeroporto militare di Pratica di Mare. “Bisogna tenere alta l’attenzione, ma non fare allarmismo. In Italia abbiamo i controlli più elevati. Ho chiesto una riunione urgente dei ministri europei per capire come affrontare la situazione”, ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza al Corriere della Sera. Gli italiani saranno subito messi in quarantena per 14 giorni, un cambio di rotta rispetto a quanto dichiarato dal direttore dell’Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, che aveva escluso la “quarantena automatica” per tutti i connazionali.

Continuano poi le misure per tentare dei arginare la diffusione della grave forma di polmonite. La Federcalcio Cinese ha annunciato il rinvio di tutte le partite della stagione 2020 “al fine di cooperare con la prevenzione e il controllo dell’epidemia dovuta al nuovo coronavirus e per proteggere la salute di tifosi, media, giocatori, allenatori, club e personale distrettuale”, si legge in un comunicato. Intanto le borse asiatiche continuano a perdere. L’indice di riferimento dell’azionario asiatico MSCI Asia ex Japan scende per la sesta sessione consecutiva. La borsa di Shanghai rimane chiusa in occasione della festività del Capodanno Lunare. La borsa taiwanese crolla del 5,75%, male anche Hong Kong, che cede più del 2%. Seoul -1,85%, Sidney limita i danni a -0,33%.

Le multinazionali intanto fuggono la regione. Ikea ha deciso di chiudere in via temporanea tutti i suoi 30 punti vendita presenti in Cina. Soltanto ieri, il gruppo aveva deciso di chiuderne la metà e di ridurre le ore lavorative. General Motors, il principale produttore americano di auto che opera in Cina, ha riferito ai dipendenti che le sue fabbriche in Cina rimarranno chiuse fino al prossimo 9 febbraio, motivando la decisione con il pericolo del coronavirus. Starbucks ha chiuso già più della metà delle sue caffetterie in Cina, ma l’AD Kevin Johnson ha detto che la società non esiterà a chiuderne di più, se necessario. Restrizioni ai viaggi e chiusure degli uffici in Cina per i colossi del web Google, Microsoft e Amazon.

In Cina corsa contro il tempo per contenere il virus

Il forte tasso di contagiosità e una lunga incubazione senza sintomi non aiutano le autorità cinesi che devono fronteggiare l’emergenza. Il governo centrale ha commissariato Wuhan. La festività nazionale del Capodanno è stata prorogata di tre giorni, ma il numero di malati confermati sale, oltre 30 mila persone sotto osservazione | Coronavirus, il settore del lusso teme la pandemia | Allarme Cina, Fiavet sconsiglia viaggi fai da te | Quanto può essere contagioso il virus per l’economia

di Roberta Castellarin 27/01/2020 10:57

tempo di lettura

Quella della Cina per impedire il propagarsi del coronavirus appare sempre più una corsa contro il tempo. Il forte tasso di contagiosità e una lunga incubazione senza sintomi non aiutano le autorità cinesi che devono fronteggiare l’emergenza. Intanto numero di vittime in Cina a causa del virus è salito a 81, con il numero dei malati confermati che sale rapidamente. Ci sono infatti 2.820 casi confermati in Cina e oltre 30 mila persone sono sotto osservazione. Il senso dell’emergenza è dimostrato anche dal fatto che la festività nazionale del Capodanno è stata prorogata di tre giorni fino a domenica, nel tentativo di contenere la diffusione. Le vacanze per l’anno lunare solitamente vedono milioni di persone in viaggio in tutta la Cina, ma la maggior parte ha dovuto cancellare i programmi a causa dell’epidemia. Sempre per limitare gli spostamenti dei cittadini l’aeroporto internazionale di Shanghai, il Pudong International Airport, ha anche deciso di sospendere le rotte di lunga distanza degli autobus.

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Il tentativo di isolare la zona di Wuhan, la capitale della provincia di Hubei da cui è partita l’epidemia, sta mostrando dei limiti. Tanto che il governo centrale ha deciso di subentrare ai funzionari locali di Hubei, la cui lenta reazione allo scoppio dell’epidemia ha suscitato critiche. Zhou Xianwang, il sindaco di Wuhan, aveva dichiarato oltre cinque milioni di persone hanno lasciato la città. Nel complesso i blocchi a muoversi riguardano ormai 63 milioni di cittadini cinesi. Infatti quasi venti città nella regione di Hubei sono in quarantena, compresa Wuhan, che ha 11 milioni di abitanti. Si tratta di un’operazione di contenimento complessa perché va conciliata l’esigenza di evitare spostamenti con la necessità di rifornire comunque il territorio di beni e servizi di prima necessità.

A preoccupare non è il tasso di mortalità del virus, ma l’elevato livello di contagiosità. Una stima dell’Imperial College di Londra rivela che per ciascuna persona contagiata dal nuovo virus ci siano tra 1,5 e 3,5 altre persone infettate, un tasso più alto rispetto all’influenza stagionale. A preoccupare è anche il fatto che la malattia ha un periodo di incubazione che può durare fino a due settimane prima che i soggetti infetti inizino a mostrare segni di malattia. Ciò aumenta la possibilità che le persone che portano il virus ma non mostrano sintomi possano infettare gli altri.

Una preoccupazione che non riguarda solo la Cina perché il virus si è già manifestato anche in diversi altri Paesi. Otto casi di contagio sono segnalati in Thailandia, altrettanti a Hong Kong. Altri cinque sono registrati in Usa, come in Australia, a Taiwan, a Macao; quattro in Giappone, a Singapore, in Malesia; tre in Francia e in Corea del sud, due in Vietnam, uno in Canada e in Nepal. (riproduzione riservata)

SE VUOI CAPIRE LA CINA NON GUARDARE AL PIL

[Borsa di Shanghai, dipendenti a lavoro. Foto di Johannes Eisele/Afp/ Getty Images]

Pechino rilancerà quest’anno il manifatturiero con un piano speciale. La crescita del pil è determinata dal governo attraverso gli investimenti, che incidono molto sul suo volume. L’importanza della politica dei tassi d’interesse. Il fallimento della Ftz di Shanghai.

1. Il 2020 è stato un anno importante per la Cina. Iniziato nel modo peggiore, con il secondo crollo della Borsa ai primi di gennaio e con le paure per la fuoriuscita di capitali, la situazione si è relativamente stabilizzata nei mesi successivi, con la crescita del pil inchiodata sul 6,7%, in linea con il new normal. Nello stesso tempo, lo yuan ha continuato a deprezzarsi contro il dollaro ed è entrato a far parte del paniere Sdr dell’Fmi. Il governo ha poi lanciato il piano China Manufacturing 2025, un importantissimo cambio di passo verso la produzione di merci a valore aggiunto e l’accento sull’economia verde.

L’elezione di Trump ha prodotto e continuerà a produrre delle scosse che vanno dalla sfera geopolitica a quella puramente economica, che potrebbero anche fare bene alla Cina e al suo modello di sviluppo economico se questa le saprà utilizzare a proprio vantaggio. Una nota positiva per l’Italia arriva da Bruxelles che, in un raro lampo di lucidità, non ha concesso lo stato di economia di mercato alla Cina.

Per il 2020 si assisterà a un periodo di turbolenze sempre più aspre tra i tre poli economici: Stati Uniti, Cina ed Europa. Le scelte che faranno i governi dei tre blocchi saranno basate non sul tradizionale «lo faccio perché voglio» ma sul «lo faccio perché posso». In quest’ottica sarà ancora più facile fare previsioni, perché basterà analizzare quali sono le aree e le scelte che i singoli paesi possono fare. È per questo che Trump revoca in dubbio il sistema di dazi doganali sulle merci importate dalla Cina verso gli Stati Uniti; è per questo che Trump mette in questione anche la relazione con Taiwan; ed è per questo che il governo cinese deprezza lo yuan a piacimento e apporta delle restrizioni sulle esportazioni di capitali dalla Cina verso l’esterno. Naturalmente, la razionalità continuerà ad avere un suo peso e alcune scelte economiche saranno il frutto della combinazione tra capacità, utilità e necessità, come appunto il piano Manufacturing 2025 che, vista la lentezza nello sviluppo del settore dei servizi, ha spinto il governo cinese a concentrarsi sulle cose che la Cina sa fare bene, la sua core competence: il manufatturiero, quindi.

2. È necessario chiarire ora due temi centrali: quale peso dare ai dati di crescita economica in Cina; quali riforme servono al settore finanziario. Vediamoli partitamente.

Con l’avvento del new normal proclamato dal governo cinese, la Cina è adesso entrata in una fase di crescita che sarà molto lontana da quel 10% annuo medio a cui ci aveva abituato in passato. Oggi la crescita si è ridimensionata su valori oscillanti tra il 4% e il 6% per il medio-lungo termine. Il valore di crescita futuro del pil è però quasi totalmente irrilevante. In un’economia come quella cinese, dominata dagli investimenti, basta investire, non importa con quali rendimenti, affinché il pil cresca. In altre parole, il valore di crescita del pil – che è la somma di consumi, esportazioni nette e investimenti – non è sempre il risultato di un’attività economica vera e propria, ma piuttosto un obiettivo per il raggiungimento del quale basta investire quello che viene a mancare dalle altre due componenti, consumi ed esportazioni. Un governo può sempre influenzare i consumi e le esportazioni con politiche monetarie, costo del lavoro, cambio della valuta e altro. Tuttavia, queste misure non sempre hanno l’impatto quantitativo desiderato e quasi sempre necessitano di un periodo di tempo abbastanza lungo affinché possano influenzare la scelta dei consumatori. Consumi ed esportazioni sono grandezze che il governo raramente riesce a influenzare in modo diretto. Per quanto riguarda, invece, la componente investimenti, il governo ha un’influenza molto più diretta: se si decide di costruire un ponte e si spende 1 yuan, il pil cresce di 1 yuan. Il rapporto è 1:1, almeno per il pil nominale. È quindi comprensibile come, qualora si dovesse raggiungere un obiettivo di crescita fissato in precedenza, sia più efficace e di più immediato effetto concentrarsi sugli investimenti piuttosto che cercare di stimolare la domanda, interna o esterna che sia, con meccanismi monetari o fiscali indiretti.

A questo punto potrebbe sorgere un dubbio naturale: «Visto che la definizione del pil è identica in qualsiasi paese, perché il problema è particolarmente importante in Cina e non invece in Italia?». Domanda legittima a cui si può rispondere in due modi. Il primo, anche un po’ semplicistico, è che la Cina – al contrario dell’Italia – batte moneta e quindi ha molta più flessibilità nel disporre di risorse finanziarie per gli investimenti, anche a costo di un debito crescente. È chiaro che nel lungo termine il modello di crescita basato su investimenti e finanziato dal debito non è sostenibile e potrebbe portare a crisi sistemiche; eppure tali crisi si verificano sempre molto più tardi di quanto si possa immaginare. Quindi, nel breve periodo, cioè per il 2020, la previsione del tasso di crescita del pil cinese può benissimo ignorare del tutto la possibilità di rischi sistemici. L’aumento del pil attraverso l’aumento degli investimenti porta a un aumento del pil nominale. Tuttavia, data l’opacità con cui l’ufficio statistico cinese fornisce i dati sul deflatore del pil – usato per trasformare i dati del pil nominale in pil reale – è abbastanza comune che la crescita nominale non sia molto distante dalla crescita del pil reale. In pratica quindi, si cerca di risolvere l’equazione crescita pil reale=crescita pil nominale-deflatore, agendo in quasi totale libertà sulla parte destra della formula per ottenere la crescita reale desiderata.

Il secondo motivo per cui il pil cinese è più facilmente malleabile attraverso gli investimenti di quanto possano fare altri paesi è più chiaro se si osserva il grafico 1 che mostra la composizione del pil nelle sue tre componenti, per varie nazioni, tra cui Cina e Italia. È evidente come l’incidenza degli investimenti nel pil cinese sia di gran lunga superiore a quella degli altri paesi. In Cina gli investimenti costituiscono il 45% del pil, in Italia circa il 17%. Risulta, quindi, che se in Cina gli investimenti crescono del 10% – lasciando invariate le altre variabili – il pil nominale cresce del 4,5%. Nel caso dell’Italia, a fronte di una crescita degli investimenti sempre del 10%, il pil nominale crescerebbe soltanto dell’1,7%. Tralasciando il fatto che in questo esempio teorico una crescita del pil italiano dell’1,7% sarebbe oro colato, risulta evidente che lo sforzo – puramente matematico – sostenuto dalla Cina per far crescere il proprio pil è decisamente minore di quanto lo sia per gli altri paesi, molti dei quali, come già sottolineato, non battono moneta. Ed è per questo che, nel caso della Cina, il raggiungimento dell’obiettivo di crescita economica è di più facile realizzazione di quanto non lo sia in altri paesi, dove l’economia è dominata dai consumi.

Il messaggio fondamentale che vorrei ricordare è che in Cina la crescita del pil – nel breve termine – è un numero quasi impossibile da prevedere. Chiunque possa pensare di arrivare a previsioni più esatte di quelle proclamate dal governo rischia di commettere degli errori fondamentali. In Cina è il governo che decide di quanto crescerà il pil. Punto e basta. Il mio consiglio è di dedicare tempo e sforzo ad analisi di altro tipo.

3. Il 2020 è stato caratterizzato da un gran can-can mediatico con l’obiettivo di trasmettere all’opinione pubblica cinese e internazionale i grandi passi fatti dalla Cina verso l’apertura dei mercati finanziari, del conto capitale, verso la liberalizzazione dei tassi d’interesse e, dulcis in fundo, verso l’internazionalizzazione dello yuan. Purtroppo, anzi per fortuna della Cina, la situazione reale è molto diversa da questi proclami.

I mercati finanziari hanno subìto una grave perdita di fiducia, dovuta al fatto che il governo cinese, durante la crisi del 2020 e a inizio 2020, ha spesso cambiato le regole del gioco, in vari tentativi maldestri di arginare il crollo del prezzo delle azioni. Il vecchio mantra circolato negli ambienti degli investitori – leggasi speculatori – che «il governo sarebbe intervenuto per evitare il crollo dei prezzi» si è realizzato soltanto nella prima parte della frase: il governo è intervenuto, ma non solo non ha evitato, ha persino causato un’ulteriore caduta dei prezzi azionari, avvenuta a gennaio del 2020 quando la commissione regolatrice Csrs (la Consob cinese) aveva introdotto l’ormai nefasto meccanismo del circuit breaker – una specie di meccanismo di stop alle contrattazioni – che, paradossalmente, amplificava le perdite, piuttosto che contenerle. Fare previsioni sull’andamento del mercato azionario di Shanghai è più difficile che giocare a baccarat, quindi non mi avventurerò troppo in questo campo minato. Tuttavia, la mia sensazione basata su vari incontri con operatori, società di intermediazione e, soprattutto, con la gente comune, sembra suggerire il 2020 come un anno di assestamento, con la tipica volatilità che regna a Shanghai, ma senza un ben chiaro senso direzionale.

L’apertura del conto capitale non ha fatto passi avanti. Anzi, alcuni eventi porterebbero a conclusioni opposte. La tanto sbandierata Free Trade Zone (Ftz) di Shanghai è stata un fallimento, così come era ovvio fin dall’inizio: la lista della Ftz di Shanghai dei settori industriali dove gli investimenti stranieri vengono vietati è molto simile alla lista esistente a livello nazionale, un’indicazione dello scarso valore aggiunto offerto dalla zona di libero scambio di Shanghai rispetto al resto del paese. In principio, la Ftz di Shanghai avrebbe dovuto offrire tassi d’interesse e tassi di cambio valute più vantaggiosi rispetto a quelli ottenibili nel resto della Cina. I decisori cinesi cercavano di sviluppare un centro commerciale e finanziario che potesse fare concorrenza a Hong Kong. Purtroppo, tali progetti hanno come condizione necessaria l’esistenza di una dogana o barriere con simili funzionalità, per evitare il crearsi di posizioni di arbitraggio tra il prezzo del denaro e in specie dello yuan tra l’interno e l’esterno della Ftz. Dogana che, ovviamente, non esiste. A oggi, l’entusiasmo iniziale è svanito anche tra i più ardui sostenitori.

Di recente, a seguito del grande flusso di capitali che ha lasciato la Cina, il governo ha addirittura adottato ulteriori misure per limitare tale flusso, cosa che avrà un impatto negativo sul numero e sul valore di acquisizioni di società europee da parte di entità cinesi che usavano operazioni di fusioni aziendali anche come schermo per aggirare le regole sull’esportazione di capitali. Acquisizioni come quelle della Pirelli saranno, da oggi, valutate più sulla base dei meriti strategici dei target stessi. È quindi opportuno che il sistema Italia – nel caso volesse attrarre investimenti cinesi – metta in ordine le proprie competenze aziendali e che il governo italiano chiarisca le regole del gioco lungo tutto l’arco delle problematiche aziendali, passando dai diritti e doveri dei lavoratori al ruolo dei sindacati, al sistema bancario, fiscale e tanto altro, non ultima la chiarezza del diritto societario. Il paese europeo che riuscirà a dare risposte chiare e in tempi brevi avrà un grosso vantaggio competitivo rispetto agli altri Stati. Temo che l’Italia non sarà tra i vincitori di questo nuovo scenario.

I tassi d’interesse in Cina sono decisi dalla Banca centrale, la People’s Bank of China, un po’ come avviene in tutte le parti del mondo; la Fed fissa i tassi per il dollaro, la Banca centrale europea per l’euro e così per ogni banca centrale. La differenza fondamentale sta nel fatto che mentre le banche centrali delle economie più sviluppate normalmente fissano soltanto i tassi a breve, la Banca centrale cinese fissa i tassi lungo tutta la curva dei rendimenti, dai tassi a breve fino ai tassi pluriennali. Il mercato obbligazionario in Cina, sebbene abbia un valore di mercato complessivo molto elevato, è caratterizzato da una bassa liquidità, non esiste un vero e proprio mercato secondario. Lo Stato emette obbligazioni acquistate poi da banche, di proprietà dello Stato stesso, che le tengono successivamente in portafoglio. La presenza di investitori privati è praticamente inesistente. Da ciò deriva un totale controllo da parte dello Stato dei tassi di interesse per tutte le scadenze. È come se la Cina attuasse politiche di quantitative easing perpetue, con l’aggiunta di non dover neppure confrontarsi con le pressioni di mercato, dal momento che questo non esiste. Un intervento così massiccio dello Stato crea delle distorsioni e, nel caso della Cina, un livello di tassi tenuto artificialmente basso. Anche se, all’apparenza, i tassi dei decennali in yuan, pari circa al 2,7%, sono più elevati del Bund tedesco (intorno allo zero) bisogna tener presente che in un’economia equilibrata i tassi d’interesse dovrebbero essere molto vicini al tasso di crescita nominale del pil. In un’Europa che cresce circa all’1,5%, i tassi potrebbero essere rivisti al rialzo di circa un punto percentuale. In Cina, invece, il gap tra tassi e crescita del pil è notevole, pari circa a cinque punti percentuali. Tale gap è stato una costante del sistema di sviluppo economico della Cina da sempre, come mostrato nel grafico 2, che riporta i valori dei tassi d’interesse di obbligazioni decennali – spesso usate come valori di riferimento del costo del denaro per le aziende – e il tasso di crescita nominale del pil cinese. Il gap tra il tasso di crescita del pil e il valore dei tassi d’interesse è la misura di quanto sbilanciata sia l’economia cinese verso gli investimenti. O, per dirla in altre parole, rappresenta di quanto il cittadino medio abbia sovvenzionato le aziende. Per il futuro, qualora il governo cinese avesse veramente intenzione di ribilanciare l’economia, dovremmo assistere a un’inversione della tendenza, con tassi d’interesse superiori al tasso di crescita. In modo più realistico, tuttavia, c’è da aspettarsi un avvicinamento delle due grandezze – così come è stato per il 2020 – e un graduale e lento sorpasso dei tassi sul pil.

Monitorare l’andamento di queste due grandezze fornisce una chiave di lettura sulle vere intenzioni e priorità del governo cinese: sarà il settore aziendale che trasferirà ricchezza ai privati cittadini o il contrario? La risposta a tale domanda determinerà l’andamento futuro dei due principali tronconi dell’economia: il settore industriale e quello dei consumi.

Infine, sull’internazionalizzazione dello yuan. Dal 1° ottobre 2020 la valuta cinese fa parte del paniere dei diritti speciali di prelievo (Sdr) del Fondo monetario internazionale. Un evento che è di nessun impatto reale e che non altera in alcun modo i giochi della finanza internazionale. A cominciare dal 2020, lo yuan ha avuto un ruolo crescente come valuta usata per gli scambi commerciali tra paesi. E ha raggiunto il culmine all’inizio del 2020, proprio in coincidenza con la decisione del Fondo monetario internazionale di concedere a Pechino l’accesso al paniere Sdr. Durante il 2020, tuttavia, il ruolo dello yuan negli scambi internazionali è andato gradualmente diminuendo. I maligni potrebbero pensare che la crescita avvenuta nel periodo 2020-16 fosse stata pilotata dal governo cinese come prova concreta dell’internazionalizzazione dello yuan al fine di ottenere l’inclusione nel paniere, obiettivo di grande prestigio per Pechino; una volta raggiunto, la spinta si è man mano affievolita e lo yuan è tornato ai suoi valori naturali. A oggi la divisa cinese è usata soltanto per il 2% del valore di scambio delle merci internazionali, contro il 41% del dollaro e il 31% dell’euro. La strada è ancora lunga, semmai la Cina volesse davvero percorlerla.

4. Il 2020 sarà un anno importante per la Cina. Pechino dovrà fronteggiare e imparare a gestire tensioni internazionali che potranno toccare i temi più svariati, dall’imposizione di nuove tariffe per le esportazioni verso l’America, alla gestione diplomatica della relazione con gli Stati Uniti adesso che hanno un presidente pronto a dire quello che pensa, alle pressioni nel Mar Cinese Meridionale.

La stessa internazionalizzazione dello yuan, le riforme nel settore dell’acciaio, nella produzione di energia, i trend verso un’economia verde, il piano China Manufacturing 2025 – un enorme piano industriale di riposizionamento strategico del settore manifatturiero – le riforme nell’economia rurale e diritti sulla terra, protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la svolta verso una digitalizzazione del settore commerciale al dettaglio, la proliferazione di Internet e delle applicazioni correlate, il programma spaziale e una miriade di altre sfide e opportunità. Da far venire l’acquolina in bocca a consulenti ed economisti.

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