Immobiliare da Wall Street segnali positivi

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Immobiliare: da Wall Street segnali positivi

Gli ultimi “guadagni” del mese della borsa americana hanno deluso le aspettative degli investitori, tanto che l’indomani Wall Street ha aperto timidamente.

Molto, di questa situazione, dipende, dalla situazione macroeconomica. I dati definitivi sul costo del lavoro del primo trimestre 2020 hanno illustrato che nel periodo precedente c’è stata soltanto una piccola variazione positiva, quasi impercettibile, con il passaggio dallo 0,4 allo 0,3 per cento.

Interessante, inoltre, come specifica il rapporto S&P Case Shiller, che è in aumento il tasso di crescita annuo che è il maggiore dal maggio del 2006. Adesso dovranno essere pubblicati gli altri indicatori utili a chi vuole investire in dollari, vale a dire l’indice PMI Chicago e l’indice di fiducia dei consumatori.

L’ultimo giorno del mese, dunque, alla luce di queste premesse, cioè alla luce di dati trimestrali piatti, ha lasciato di sasso gli investitori che hanno quindi iniziato ad interessarsi del trend del dollaro. La politica monetaria della Federal Reserve che ha detto di voler stoppare le misure espansive, potrebbe sempre subire un’inversione di tendenza.

Intanto il Dow Jones ha perso 0,21 punti percentuali arrivando a 14.787,57 punti e il Nasdaq non è stato da meno, perdendo lo 0,05 per cento e arrivando a 3.305,37 punti. Di riflesso, i listini europei sono stati molti incerti, legati a filo doppio alle scelte delle banche centrali.

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New York: il Mercato Immobiliare del Lusso scalda i motori.

Settimana record per le Compravendite Immobiliari di alto livello a New York

Beresford – New York

Giusto un paio di giorni fa mi ritrovavo a parlare con il nostro Riccardo Ravasini sulla situzione immobiliare di Manhattan e di New York in generale. Si discuteva in particolare dei dati del primo mese lavorativo del 2020, e Riccardo sosteneva che la situazione climatica che si viveva in quei giorni non aiutava: il gelo e il freddo avevano paralizzato l’attività. Oggi leggo, a conforto della tesi del nostro collega che opera oltreoceano, un articolo del Wall Street Journal. In questo pezzo, oltre al problema climatico, si sommavano altre riflessioni: una su tutte che il pagamento dei bonus dell’anno precedente ai banchieri e ai manager avviene proprio in queste settimane. Sembra sia questo mix di fattori che ha determinato una settimana record per le vendite top di New York. Gli agenti immobiliari nutrono un cauto ottimismo, non soltanto legato ai risultati di una settimana. Certo 31 vendite oltre i 4milioni di dollari sottoscritti in sette giorni di calendario, ovvero nella settimana che si è chiusa domenica 13 febbraio, riportano ai periodi d’oro pre-Lehman Brothers, dove la settimana migliore si era chiusa con 27 vendite top. Altri segnali incoraggiano gli analisti. Forse il più importante è il dato sulla ripresa di Wall Street, che torna a varcare la soglia dei 12mila punti, cosa che non accadeva appunto dai tempi precedenti al crac. Inoltre i prezzi durante questa settimana sono stati trattati in sede di acquisto solo del 4%, e gli immobili venduti erano sul mercato da non più di 90 giorni. Il prezzo medio di compravendita è stato 6.7milioni di dollari e la vendita più alta è stata fatta con un appartamento nel condominio di lusso Beresford dalla Halstead Property di Patrycia Harbison per la cifra di 16.5milioni.

A Warm-Up in Luxury Real Estate?

It’s never a good idea to make too much of one week’s real estate sales activity, and most brokers already tend to view their market’s glass as half full. But news that the week ending Sunday was the biggest for contracts signed on luxury properties since the collapse of Lehman Brothers ought to at least raise the question: Could the New York residential market be experiencing a turning point in sales activity?

“I think there’s a lot of optimism,” says Donna Olshan, head of the boutique brokerage firm Olshan Realty Inc., which compiled the data. She reports 31 contracts signed on properties with asking prices of $4 million or more in the week ending Feb. 13 — the highest weekly tally since Lehman went under in Sept. 2008.

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There are plenty of reasons to consider this a statistical fluke. The snow and cold weather could have postponed some signings until last week. Many Wall Street bonuses were paid in the first few weeks of the year, generating demand among wealthy bankers that’s unlikely to be repeated in the months ahead.

And as Olshan points out, the previous post-Lehman weekly high was 27 contracts for luxury properties during the week ending Nov. 22, 2009. That proved to be an isolated surge in activity for what otherwise was a pretty grim year.

The sales figures themselves also offer some reason for optimism. There haven’t been a whole lot of bidding wars, but Olshan says that the spread between a seller’s first asking price and their final asking price is narrowing — an indication that property owners are getting more realistic about what prices are appropriate in today’s market.

According to Olshan, the spread differential was 18% in January and shrank to 11% during early February. In the last week of contracts signed, the differential was just 4%. “That 4% is nothing, it’s an insignificant difference from what sellers first asked,” Olshan says.

The amount of time a property sits on the market may also be diminishing. Olshan said about half of the 31 properties that entered contract last week found a buyer in 90 days or fewer, down from the five-to-six month period that many of these high-end properties had experienced recently.

The total asking price for the 31 contracts was $207 million, with an average asking price of $6.7 million. The biggest contract signed during the week was for an apartment at the Beresford that had an asking price of $16.5 million. It was listed by Halstead Property’s Patrycia Harbison.

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La crisi continua e lo Zio Sam resta senza Casa

Ho incontrato Peter per la prima volta una settimana fa. Di mezza età, a New York ormai da anni ma non abbastanza per perdere l’accento un po’ comico che la Russia infligge a chi vuole parlare la lingua del vecchio nemico.

Peter fa il lavoro più difficile nell’America del 2020. Non il netturbino e nemmeno il minatore o il portiere di notte, ma l’agente immobiliare. «I tempi sono duri, anzi durissimi», mi ha detto e la sua faccia rotonda e un po’ rubizza si è contorta in una smorfia di dolore. Quasi a confermare la sua disperazione, Peter ha cominciato a tempestarmi di messaggini ed email per implorarmi di affittare un appartamento che sa benissimo che non prenderò mai (pur essendo un emigrante, io, a Little Italy, con le sue trattorie da film di Scorsese e «prosciut» sul menu, non ci voglio vivere).

Di solito, gli agenti immobiliari non ispirano simpatia, né tantomeno compassione, ma Peter e i suoi colleghi in prima linea nel mercato delle case Usa sono le vittime di uno dei paradossi dell’America del dopo-crisi. A prima vista, l’economia statunitense si sta riprendendo abbastanza bene, anche se lentamente, dalla Grande Recessione del 2007-2009. L’anno passato, la crescita del prodotto interno lordo statunitense è stata di un rispettabile 2,8%, e nel 2020 la Federal reserve pronostica un’accelerazione fino al 3,5 – un’ ottima velocità di crociera per il Paese. I tassi d’interesse sono bassissimi e persino il mercato del lavoro – la mina vagante per le chances di rielezione del presidente Obama nel 2020 – ha incominciato a dare segnali di vita.

I mercati se la stanno godendo – lo Standard & Poor’s 500, l’indice-guida, è aumentato di più di un quarto in solo sei mesi – e anche Wall Street sorride, con migliaia di banchieri pronti a celebrare i loro bonus prima della fine del mese. Putroppo, l’invito a questa bella festa per la ripresa dell’economia più grande del pianeta non è arrivato al settore immobiliare. A più di tre anni dall’inizio di un terremoto economico che ebbe il suo epicentro proprio nel mercato delle case, la ricostruzione deve ancora iniziare. Visitare i sobborghi fantasma delle grandi città americane – pieni di negozi sbarrati, case deserte e desolati cartelli «for sale» (in vendita) – è un viaggio in un’altra America, lontana anni luce da Wall Street e la Borsa di New York. In questo Paese non si parla di bonus milionari dei banchieri e nemmeno dei nuovi record dello S&P 500, ma del fatto che le ultime notizie dicono che i prezzi delle case sono crollati in tutte le 20 più grandi città americane per la prima volta in quasi un anno. Nei dintorni di Los Angeles, Las Vegas e Miami, le statistiche economiche non sono fonte di speranza come alla Casa Bianca. Al contrario, nell’America dei diseredati immobiliari, le cifre fanno male.

Cifre come 9, il numero di mesi che ci vorrebbero per vendere tutti i 4 milioni di case «for sale» negli Stati Uniti – un’eternità nel mercato depresso di oggi. O come il 1966, l’ultimo anno in cui ci furono meno vendite di case che nel 2009. Il vero pericolo per gli Usa, e quindi le sorti dell’economia mondiale, è che la ripresa si fermi sulla soglia di casa dell’americano medio.

Senza la sicurezza finanziaria di un tetto sulla testa e la consapevolezza che, qualsiasi cosa succeda, quei muri e mattoni qualcosa valgono, Joe e Jane Blog (i cugini americani dei nostri Signori Rossi) non vorranno cambiare macchina, comprare un televisore al plasma o prenotare le vacanze in Messico. Su questo punto, una volta tanto, gli economisti hanno poco da contribuire. Nel loro mondo, è difficile affrontare una situazione in cui ci sono problemi sia di domanda che di offerta.

Di offerta, ho parlato – ci sono tante, troppe case sul mercato e i prezzi continuano a scendere – ma la situazione della domanda è forse peggiore: nononstante gli sforzi del governo, milioni di americani non hanno né le risorse né la volontà per pagare il mutuo.

Studi seri stimano che 12 milioni di americani sono molto indietro con le rate del mutuo – una proporzione enorme della popolazione – mentre altri 8 milioni fanno fatica a tenersi in pari. Nouriel Roubini, che è diventato un guru dopo aver predetto l’implosione del mercato immobiliare in tempi non sospetti, parla della possibilità che più di 11 milioni di persone smetteranno di pagare i loro mutui nei prossimi quattro anni. Se ha ragione, l’ondata di inadempienze prolungherà un circolo vizioso di perdite per banche, pignoramenti e vendite forzate di case, aumentando la montagna di immobili vuoti.

Vista la situazione, non è una sorpresa che, a dispetto dei prezzi bassi e dei tassi d’interesse praticamente rasoterra, ci sia pochissima gente pronta a comprare casa. Le domande per mutui a dicembre sono state 60 percento in meno del record raggiunto nel 2005, quando l’America era in preda al sogno che il valore degli immobili immobili non sarebbe sceso mai.

Siamo, come mi ha detto un esperto l’altro giorno, in «terreno inesplorato». In molte delle recessioni del passato, il mercato immobiliare – le vendite delle case ma anche la costruzione e gli affitti commerciali – è stato uno dei primi a risollevarsi, trascinando con se il resto dell’economia. Pensare che l’America spossa risollevare senza la spinta di un settore così importante sia dal punto di vista psicologico che finanziario, è difficile.

Ci sono state «jobless recoveries» – riprese che sono avvenute senza grandi cali nella disoccupazione perché le aziende hanno tagliato costi e aumentato la produttività – ma non abbiamo veramente mai avuto una «homeless recovery», una risalita senza case. Mi piacerebbe essere il primo a pronosticare un miracolo economico di questo tipo, ma purtroppo devo andare, Peter mi ha appena mandato un altro messaggio disperato.

Autore: Francesco Guerrera – caporedattore finanziario del Financial Times a New York.

Wall Street in rialzo grazie ai segnali positivi dall’immobiliare

New York – Wall Street accelera al rialzo dopo la pubblicazione del dato relativo alle vendite di case con contratti in corso , che hanno segnato un balzo inatteso attestandosi al record in due anni.

In chiusura lo S&P500 sale +11,86 punti (+0,90%), a quota 1.331,85 punti, mentre il Dow Jones +92,34 punti (+0,74%), a 12.627,01. In rialzo anche il Nasdaq, che avanza di 21,26 punti (+0,74%), a 2.875,32.

Già prima delle contrattazioni l’indicatore relativo agli ordini dei beni durevoli aveva contribuito a sollevare il sentiment: anche questo dato è salito infatti a un ritmo migliore delle attese, registrando un incremento più che doppio rispetto a quanto aveva previsto il consensus (+1,1% rispetto a +0,5%). Euro a $1,2471 .

Attenzione sempre all’Europa, ma i trader in questi giorni tornano a interessarsi anche del contesto macroeconomico americano, che lancia qualche segnale di incoraggiamento. E’ vero infatti che il dato reso noto ieri relativo alla fiducia dei consumatori – scesa a giugno a 62 punti – ha toccato il minimo dallo scorso gennaio. Tuttavia, sempre ieri l’indice S&P/Case-Shiller è riuscito ad alimentare negli investitori l’ottimismo sulla ripresa del mercato del mattone Usa; tanto che la stampa americana ha fatto anche notare che, a questo punto, il vero dibattito non è più se il mercato immobiliare abbia toccato il fondo – visto che dovrebbe averlo ormai toccato – ma fino a che punto si può parlare di solidità di ripresa. D’altronde, le vendite di nuove case, come reso noto di recente, hanno testato il massimo degli ultimi due anni.

Tornando al dato odierno sulle vendite di case con contratti in corso Ken Mayland, numero uno di ClearView Economics, aveva già predetto prima della diffusione dell’indice che “una ripresa molto graduale sta prendendo piede nel settore immobiliare. Tutti gli indicatori (relativi al comparto) sembrano andare infatti in quella direzione”. Ancora, “i permessi di costruzione e i nuovi cantieri puntano verso l’alto, mentre i tassi sui mutui sono a livelli “incredibilmente bassi”.

Intanto, sul dato relativo agli ordini dei beni durevoli, intervistata da Bloomberg, Jennifer Lee, economista senior presso BMO Capital Markets a Toronto, afferma che il rialzo “è un sospiro di sollievo, in quanto indica che le aziende non stanno tagliando completamente (le spese)”. Detto questo, “dobbiamo essere ancora abbastanza cauti, visto che c’è molta incertezza. La crescita degli Stati Uniti si rivelerà moderata”.

In attesa del summit Ue di domani giovedì 28 giugno e venerdì 29 giugno, incontro in giornata tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente francese Francois Hollande. Nel mentre, gli investitori guardano alle ultime dichiarazioni arrivate dai leader europei: Merkel ripete il no alla soluzione degli eurobond, affermando che la condivisione del debito non avverrà fino a quando lei vivrà e ricordando anche che la soluzione dei problemi dell’Eurozona non avverrà in modo né semplice né veloce, mentre il Premier italiano Monti invoca l’utilizzo del Fondo Salvastati per acquistare i titoli di stato dei paesi più vulnerabili.

“In generale, l’atteggiamento è attendista, di ‘wait and see’, in attesa del summit del Consiglio europeo – commenta in un’intervista a MarketWatch Anders Moller Lumholtz, analista senior presso Danske Bank – La maggior parte degli analisti e dei commentatori ritiene che ci sarà l’ennesima delusione. E’ curioso, visto che le aspettative sono già molto basse. In ogni caso, se alla fine si riuscirà a evitare almeno un forte disaccordo con il premier italiano Mario Monti, forse la delusione non sarà eccessiva”.

Si inizia a guardare anche al di là, ovvero alla prossima settimana, quando si riunirà la Bce. Secondo Lumholz, questa volta Mario Draghi potrebbe decidere di tagliare i tassi di rifinanziamento.

Sul fronte societario, Apple vince l’ultima battaglia della saga che vede coinvolti i più noti marchi dell’elettronica. La corte Usa accoglie la richiesta e decide di frenare la vendita nel mercato statunitense del tablet Galaxy Tab 10.1 della Samsung, il colosso sudcoreano dell’elettronica.

Giù Facebook, dopo i diversi giudizi rilasciati dagli analisti. Gli esperti di Morgan Stanley e Piper Jaffray hanno cambiato il giudizio sul titolo ad “overweight”, mentre Oppenheimer ha iniziato la copertura con “outperform”. A iniziare la copertura del titolo, sono state anche Bank of America Merrill Lynch, Barclays Capital e Citi, sebbene in modo cauto. Più bullish Goldman Sachs. Ma il titolo fa -2,63%.

Bene in generale i tecnologici, con Dell +3,40%, Apple +0,43%, Microsoft +0,50% e Oracle +1,22%. Google +0,82%.

Tra i finanziari, rialzi per Bank of America +2,04%, Morgan Stanley +2,96%, JP Morgan +3,00%.

Si avvicina intanto la stagione degli utili, che sarà inaugurata ufficialmente lunedì 9 luglio, con la pubblicazione dei risultati di bilancio del secondo trimestre da parte di Alcoa, produttore di alluminio numero uno degli Stati Uniti. Stando a un’analisi condotta da Bloomberg, nel periodo compreso tra aprile e giugno i profitti delle società quotate sullo S&P 500 sarebbero scesi dell’1,1%. Si tratterebbe del primo calo su base annua dal 2009.

In ambito valutario, l’ euro sul dollaro a $1,2470. Rapporto euro/yen a JPY 99,36, mentre dollaro/yen a JPY 79,68.

Per terminare la panoramica sui mercati, riguardo alle commodities , i futures sul petrolio avanzano a quota $80,21 al barile, mentre le quotazioni dell’oro a $1.578,40 l’oncia.Quanto ai Treasury, i rendimenti a 10 anni sono in rialzo all’1,617%.

MARKET MOVER DI OGGI

SALVEZZA EURO E GIUDIZI SU FACEBOOK

COSA SUCCEDE AI TITOLI DURANTE LA STAGIONE DEGLI UTILI

INTERVISTA A JAY BRYSON, GLOBAL ECONOMIST DI WELL FARGO SECURITIES sulla ripresa dell’economia degli Stati Uniti.

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