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Il nuovo indice BigMac presentato dall’Economist

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di Luigi Boggi – 5 Novembre 2020

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Opzioni binarie: le altre sfide italiane

Il Financial Times prova a delineare le prime 10 sfide che il nuovo Governo, coadiuvato dal nuovo Parlamento, dovrà affrontare nel nostro paese. Vediamo la proposta degli economisti stranieri per il Belpaese. Le prime tre sfide le abbiamo già elencate: occuparsi del PIL, delle disparità regionali e della carenza d’investimenti. In sostanza: rilanciare l’economia, riducendo il debito pubblico e facendo in modo che la crescita sia generalizzata da Nord a Sud al fine di ridare sicurezza sulle condizioni dell’Italia a chi vuole portare nel nostro paese i capitali da investire.

Un altro punto da affrontare sarà sicuramente il debito pubblico: le misure di austerity previste da Monti sono state molto incisive ma il cammino è ancora lungo. Rilanciare l’economia, secondo il Financial Times, vuol dire anche promuovere la ricerca e lo sviluppo nel nostro paese.

Siccome si fa spesso riferimento all’Europa o alle strutture sovranazionali per carpire finanziamenti, secondo il Financial Times è necessario anche debellare la corruzione in Itala, visto che un alto livello di corruzione equivale ad una scarsa governabilità politica ed economica del paese.

Il calo del PIL è da affrontare come il calo della produttività e come la perdita di competitività dei servizi offerti in Italia che nonostante la qualità scarsa restano troppo costosi. Per portare a compimento queste sfide, poi, il Financial Times suggerisce di fare una riforma completa del mercato del lavoro e portare ad un più alto livello la componente femminile della società, evitando le discriminazioni.

Modelli empirici di aggiustamento e crescita

Modelli empirici di aggiustamento e crescita

Modelli empirici di aggiustamento e crescita Appunti per un corso di Macroeconomia dello sviluppo

Copyright © MMV ARACNE editrice S.r.l. www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, 133 A/B 00173 Roma (06) 93781065 ISBN

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: maggio 2005

Indice Introduzione. I.

La rappresentazione degli scambi un’economia di baratto .

Reddito, spesa e deficit nazionali .

La bilancia dei pagamenti .

Il sistema bancario .

La matrice dei flussi di fondi .

Il tasso di cambio .

Le fonti statistiche .

1.1 Il vincolo di bilancio, p. 12 − 1.2 Un sistema economico con due agenti, p. 13 − 1.3 Un sistema economico con tre agenti, p. 16 − 1.4 Uno sguardo ai capitoli successivi, p. 18

2.1 Classificazione delle grandezze economiche, p. 20 − 2.2 Formazione e impiego del risparmio nazionale, p. 30 − 2.3 Il settore pubblico, p. 40 − Esercizi, p. 47 3.1 Classificazioni e convenzioni contabili, p. 49 − 3.2 Sezioni e saldi della bilancia dei pagamenti, p. 56 − 3.3 Alcune identità utili, p. 71

4.1 Il bilancio della banca centrale e il mercato della base monetaria, p. 77 − 4.2 Il moltiplicatore dei depositi e della moneta, p. 83 − 4.3 Il bilancio delle aziende di credito e il moltiplicatore del credito, p. 91 − 4.4 Esercizi, p. 92 5.1 Significato e notazione, p. 96 − 5.2 Gli scambi con l’estero nella matrice dei flussi di fondi, p. 103 − 5.3 L’approccio monetario in una matrice aggregata, p. 108

6.1 Nozioni elementari sul tasso di cambio, p. 111 − 6.2 Tasso di cambio e competitività, p. 117 − 6.3 La parità dei poteri d’acquisto, p. 124 − 6.4 Esercizi, p. 128

7.1 Le International Financial Statistics, p. 131 − 7.2 I World Development Indicators, p. 140 − 7.3 Le Penn World Tables, p. 147 − 7.4 Altre fonti web sullo sviluppo, p. 154

Modelli macroeconomici: cenni introduttivi . 156

8.1 Equazioni, variabili e parametri dei modelli macroeconomici, p. 157 − 8.2 L’analisi di statica comparata: teoria elementare, p. 166

Il modello di programmazione finanziaria del Fondo Monetario Internazionale. 177

9.1 Il quadro normativo e teorico, p. 177 − 9.2 Programmazione finanziaria con cambi fissi, p. 179 − 9.3 Programmazione finanziaria e inflazione, p. 194 − 9.4 Programmazione finanziaria con cambi flessibili, p. 201

I modelli a gap.

10.1 Programmazione finanziaria e crescita economica, p. 209 − 10.2 il financing gap, p. 210 − 10.3 Il Revised Minimum Standard Model, p. 219

Le immagini tratte dall’interfaccia del database International Financial Statistics riportate nel paragrafo 7.1 sono riprodotte per gentile concessione del Fondo Monetario Internazionale, che ringraziamo per l’autorizzazione. Le immagini tratte dall’interfaccia dei World Development Indicators riportate nel paragrafo 7.2 sono riprodotte per gentile concessione della Banca Mondiale, che ringraziamo per l’autorizzazione.

INTRODUZIONE Questo testo nasce dalle dispense del corso di Modelli quantitativi di sviluppo che mi è stato affidato negli anni accademici 2003-2004 e 2004-2005 dal corso di laurea in Economia della Cooperazione Internazionale e dello Sviluppo (ECIS) dell’Università di Roma “La Sapienza”. L’obiettivo formativo specifico del corso di Modelli quantitativi è quello di illustrare la struttura dei modelli empirici concretamente utilizzati da parte delle principali istituzioni multilaterali quali il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale per la definizione degli interventi di aggiustamento strutturale e di sostegno alla crescita nei paesi in via di sviluppo (PVS). Questi modelli (ci riferiamo in particolare al modello di programmazione finanziaria del FMI e al Revised Minimum Standard Model − RMSM − della Banca Mondiale) fanno parte della “cassetta degli attrezzi” di ogni economista dello sviluppo e una loro comprensione corretta e approfondita è parte integrante delle competenze professionali che i corsi di laurea di classe 35 (Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace) intendono fornire. Il taglio del corso è applicativo e gli studenti vengono guidati a rispondere in termini quantitativi a domande quali: di quanto deve aumentare il tasso di investimento di un determinato PVS (o quale deve essere il flusso di aiuti internazionali) affinché il paese considerato raggiunga un tasso di crescita prefissato? Quali sono gli effetti della spesa pubblica sullo sviluppo? Quale ruolo giocano le politiche valutarie? Questi problemi vengono formulati nel contesto di versioni stilizzate dei modelli operativi in uso presso gli organismi multilaterali. Questi ultimi constano in genere di parecchie decine di equazioni, il che rende difficile a uno sguardo inesperto individuare i meccanismi essenziali alla base del loro funzionamento. Tuttavia anche i modelli più complicati si articolano in genere attorno a un numero relativamente ridotto di variabili che “guidano” le restanti variabili secondo meccanismi riconducibili a principi macroeconomici semplici. Questi meccanismi vengono convenientemente descritti dai modelli pre-

sentati nel testo, i quali, per quanto stilizzati, forniscono una visione sufficientemente articolata della logica sottostante ai loro “fratelli maggiori”. In ambito internazionale non mancano testi di ottimo livello dedicati a questo tema (ad esempio Agénor [2004]), ma in genere manca la loro traduzione in lingua italiana (il che per gli studenti di un corso triennale costituisce ahimè spesso un problema). Inoltre, questi testi si rivolgono di norma a una platea di studenti con una solida preparazione economica, se non addirittura di economisti, e presuppongono quindi una serie di conoscenze che un corso di classe 35 non è chiamato a dare e che comunque non sono strettamente necessarie per una comprensione della logica e del modus operandi dei modelli oggetto del corso. È sembrato quindi che mancasse un testo italiano dedicato a questi temi con un taglio adeguato alle nuove classi di corsi di laurea triennale definite dalla riforma. Questa constatazione, unita alle consuete legittime pressioni da parte degli studenti per avere a disposizione un materiale dotato di un minimo di organicità, mi ha spinto alla pubblicazione di questo materiale. Il testo riflette contenuti e impostazione del corso e ne riprende le caratteristiche principali, fra le quali segnaliamo il fatto di presupporre un insieme veramente minimo (se non nullo) di conoscenze preliminari, la presenza di numerosi esercizi ed esempi, e l’attenzione dedicata agli aspetti empirici. Quest’ultima si traduce in primo luogo in una disamina estremamente accurata della logica e della struttura dei quadri contabili di riferimento, alla quale sono dedicati i primi sei capitoli, seguita da una descrizione accurata (un vero e proprio manuale d’uso) delle principali fonti statistiche disponibili in tema di economia dello sviluppo (fra cui le International Financial Statistics del FMI e i World Development Indicators della Banca Mondiale), contenuta nel capitolo 7. In particolare, viene dedicato ampio spazio alla lettura della bilancia dei pagamenti (nel capitolo 3) e alla struttura delle statistiche monetarie e creditizie, attraverso

un’analisi dei bilanci delle aziende di credito e della banca centrale (nel capitolo 4). La presentazione di questi schemi contabili viene effettuata con approccio unitario nel contesto della matrice di flussi di fondi, vista come strumento che inserisce in un sistema di “vasi comunicanti” i vincoli di bilancio degli agenti/settori economici, evidenziando il modo in cui essi finanziano il proprio eccesso di spesa, ricorrendo al risparmio degli altri settori, o allocano il proprio risparmio presso questi ultimi. La matrice viene introdotta in modo intuitivo fin dal primo capitolo, esemplificandone la logica nel caso di un’economia stilizzata, e viene poi ripresa nel capitolo 5 in una forma sufficientemente ampia ai fini della presentazione dei modelli, cui è dedicata la seconda parte del testo. In particolare, il capitolo 9 espone l’approccio di programmazione finanziaria del FMI, e il 10 i modelli di crescita alla base degli interventi della Banca Mondiale. L’impiego dei modelli viene esemplificato con numerose applicazioni che richiedono solo un minimo di familiarità con l’aritmetica. Inseriamo anche un breve cenno agli argomenti che si sarebbero voluti trattare, e che costituiscono possibili linee di sviluppo del corso e del testo. Intanto, sul piano teorico manca una descrizione dei modelli a due gap e del loro impiego nel contesto del RMSM della Banca Mondiale, manca un’analisi degli sviluppi più recenti, fra i quali i modelli “Banca/Fondo” sviluppati secondo le linee proposte da Khan et al. [1989, 1990], i modelli a tre gap (Bacha [1990]) e i modelli di crescita “dal lato della domanda” proposti da Thirlwall e Hussain [1982] sulla base del contributo iniziale di Thirlwall [1979]. Potrebbe essere utile aggiungere lo studio di qualche caso, magari riprendendo in forma più organica nel testo (in particolare nei capitoli “modellistici”) la trattazione di alcuni esempi già presenti, come il caso del crack finanziario dell’Argentina (visto nel capitolo 3 per i suoi riflessi sulla bilancia dei pagamenti), o l’impatto della crisi asiatica sull’economia della Malesia (al lettore interessato segnalia-

mo l’analisi storico−economica dei programmi di stabilizzazione contenuta nel capitolo 10 di Agénor e Montiel [1999]). Per semplificare i calcoli molti esempi sono costruiti con dati artificiali, ma si potrebbe pensare di alimentarli con dati storici, il che permetterebbe anche di esemplificare l’impiego delle basi dati presentate nel capitolo 7. Queste estensioni sono “in cantiere” per il prossimo anno accademico e potranno essere incorporate in una eventuale riedizione del testo. Manca poi, in generale, un tentativo sufficientemente organico di valutazione critica dei modelli proposti, l’attenzione essendo dedicata, anche in riverente omaggio all’imperante retorica della “professionalizzazione”, più alla descrizione del meccanismo di funzionamento dei modelli, che alla discussione dei loro fondamenti. Del resto una simile discussione, se condotta sul piano empirico, presupporrebbe nel lettore conoscenze di econometria difficilmente compatibili con gli ordinamenti delle nuove lauree triennali, o, se mantenuta sul piano teorico, si risolverebbe in una sorta di bibliografia ragionata, della quale tutto sommato in epoca di Internet c’è poco bisogno. Una eventuale estensione in tal senso potrebbe essere condotta quindi avendo in mente le lauree specialistiche, ma questo allargherebbe troppo l’ambito del lavoro. Roma, 19 maggio 2005.

1 LA RAPPRESENTAZIONE DEGLI SCAMBI IN UN’ECONOMIA DI BARATTO I fenomeni macroeconomici si manifestano attraverso grandezze monetarie, registrate in appositi schemi contabili il cui insieme costituisce il sistema dei conti nazionali (economici e finanziari). Qualsiasi approccio modellistico in ambito macroeconomico procede dalla scelta di un opportuno quadro contabile di riferimento, definito sulla base del sistema dei conti nazionali in modo da evidenziare gli aspetti di particolare interesse per i fenomeni che si intende rappresentare. Le scelte da fare in termini modellistici riguardano in particolare il numero di operatori o settori economici (famiglie, imprese, banche, settore pubblico, banca centrale,…) e di mercati (beni, moneta, titoli, valuta di riserva,…) da considerare. Questo vale, naturalmente, anche per la macroeconomia dello sviluppo: non a caso i principali testi di carattere quantitativo in questo ambito procedono da una disamina degli aspetti contabili (cfr. IMF, 1987, par. II; Agénor e Montiel, 1999), posti in relazione ai particolari scopi dell’analisi. Come sottolinea IMF [1987], nel caso della definizione di programmi di aggiustamento strutturale i conti nazionali servono ad almeno tre scopi: 1) a valutare le condizioni del sistema economico analizzato e quindi l’eventuale bisogno di un intervento di stabilizzazione/aggiustamento; 2) a definire il quadro di riferimento dei modelli macroeconomici utilizzati per quantificare gli interventi; 3) a verificare la coerenza degli interventi effettuati e il raggiungimento dei loro obiettivi. Per familiarizzarci con le principali caratteristiche di questi schemi, in questo capitolo ne presentiamo uno particolarmente semplice perché riferito a un’economia di baratto, nella quale cioè gli scambi avvengono con corrispettivo in natura e senza l’uso di moneta. Questa analisi ci permetterà di

evidenziare alcune caratteristiche strutturali dei quadri contabili che ritroveremo anche nel contesto più complesso dei modelli che rappresentano sistemi economici meno stilizzati.

Il vincolo di bilancio

Un vincolo cui siamo soggetti quando operiamo nella sfera economica consiste nel fatto che prima di spendere una certa somma di denaro dobbiamo guadagnarla o prenderla in prestito1. Anche quando acquistiamo qualcosa a credito, ovvero senza esborso di denaro, in effetti dal punto di vista economico stiamo prendendo a prestito il corrispettivo dal venditore (prestito che rimborsiamo quando saldiamo il conto). Questo vincolo è quello che in economia si definisce vincolo di bilancio di un agente economico (individuo, impresa, nazione. ). In concreto nessuno può prendere in prestito del denaro se non trova qualcuno disposto a prestarglielo. Da ciò derivano due conseguenze apparentemente banali, ma che andranno tenute presenti in seguito: la prima è che l’incremento dei debiti di qualcuno coincide sempre ex post con l’incremento dei crediti di qualcun altro. Insomma, la stessa somma di denaro vista dal lato di chi la riceve è un debito, quindi una passività, mentre dal lato di chi la eroga è un prestito, quindi un’attività. La seconda conseguenza è che un agente economico a parità di reddito può smettere di indebitarsi per due motivi: o perché decide di spendere di meno, o perché non trova nessuno disposto a fargli credito (nel qual caso è costretto a spendere di meno). Questa seconda situazione, come vedremo, è quella che caratterizza i paesi in via di sviluppo nel caso di crisi dei conti con l’estero. Naturalmente per essere in condizione di prestare del denaro un agente economico deve spendere meno di quanto guadagna, cioè deve risparmiare. Ne consegue che se un agente economico spende più di quanto guadagna (e quindi è Naturalmente stiamo escludendo il caso di truffe o altri illeciti penali. 1

La rappresentazione degli scambi

costretto a indebitarsi) necessariamente almeno un altro agente economico guadagna più di quanto spende (e quindi risparmia e presta i propri risparmi all’altro). Quando le spese di un agente economico superano i suoi guadagni si dice che esso è in deficit, mentre si parla di surplus nel caso contrario (incassi superiori alle uscite). In termini algebrici, surplus e deficit hanno necessariamente segni opposti, per cui se l’uno è positivo, l’altro sarà negativo. A sua volta, il deficit può essere registrato con segno negativo o positivo (e quindi il surplus con segno rispettivamente positivo o negativo) a seconda delle convenzioni adottate. Se si ragiona in termini di saldo fra entrate e uscite il surplus ha segno positivo (guadagno più di quanto spendo, quindi la differenza è positiva) e il deficit, di conseguenza, segno negativo. Ma in economia si segue spesso la convenzione opposta, che adottiamo anche in questo testo, ragionando in termini di saldo fra uscite e entrate. In questo caso si attribuisce segno positivo ai deficit (spendo più di quanto guadagno, la differenza è positiva) e quindi segno negativo ai surplus. In ogni caso, quale che sia la convenzione adottata, è chiaro, sulla base del ragionamento svolto fin qui, che la somma algebrica di tutti i deficit/surplus dell’economia deve essere necessariamente nulla. Chiariamo subito questo importante fatto contabile con un esempio.

Un sistema economico con due agenti

Consideriamo un sistema economico estremamente stilizzato nel quale operano due soli individui, Smith e Chang. Per semplicità immaginiamo il classico caso dei due naufraghi sull’isola deserta: l’unico bene prodotto e consumato è costituito da noci di cocco, non esiste moneta. La produzione di noci di cocco costituisce quindi l’unica fonte di reddito dei due naufraghi, mentre il consumo di noci di cocco è l’unica possibile spesa.

Tabella 1.1 – Un’economia con due agenti per memoria:

spesa (consumo di noci) (a) reddito (produzione di noci) (b)

deficit (+) o surplus (−): (a)−(b) incremento delle attività (+) o delle passività (−)

Smith Chang 7 2 5 4 2 −2 0

Analizziamo il comportamento economico dei due naufraghi in un periodo di riferimento (ad esempio, un giorno). Ipotizziamo che nel giorno considerato Smith abbia raccolto 5 noci di cocco e ne abbia mangiate 7. Questo “miracolo economico” è stato reso possibile dal fatto che Chang ha raccolto 4 noci di cocco, ma ne ha mangiate solo due, cedendo le restanti due a Smith. Naturalmente Smith si è impegnato a ricambiare la cortesia, e quindi ha contratto un debito (definito in noci di cocco) nei riguardi di Chang. Ai nostri fini è utile rappresentare formalmente questa situazione: trasponendo a livello macroeconomico lo schema ottenuto otterremo costituirà il quadro di riferimento dei modelli di aggiustamento e stabilizzazione presentati nella seconda parte del testo. Una possibile rappresentazione è fornita dalla tabella 1.1. Le prime due righe (in corsivo) riassumono i dati del problema, incolonnando sotto a ogni agente economico i rispettivi consumi (spese) e produzioni (redditi). La matrice ombreggiata riassume l’aspetto economico e quello finanziario degli scambi fra i due agenti, intendendo per aspetto economico lo scambio di beni (cioè quelle che in economia si chiamano transazioni reali, dal latino res), e per aspetto finanziario l’accensione di crediti e l’assunzione di debiti, cioè lo scambio di obbligazioni. La prima riga della matrice riporta i deficit dei due agenti (differenza fra consumo e produzione). Si noti che il deficit di Chang è negativo, cioè è un surplus, perché in effetti Chang ha speso meno di quanto ha guadagnato (2 − 4 = −2). In altre parole, Chang ha risparmiato 2. In fondo alle righe sono ri-

La rappresentazione degli scambi

portati in grassetto i totali di riga. Il totale della prima riga è necessariamente nullo perché il deficit di Smith è esattamente riflesso dal surplus di Chang, cioè il maggior consumo di Smith è compensato dal risparmio di Chang (si ricordi la discussione svolta nel paragrafo precedente). La seconda riga della matrice riporta l’incremento dei debiti (passività) o dei crediti (attività) dei due agenti considerati. Per convenzione attribuiamo segno meno all’aumento dei debiti e segno più a quello dei crediti. Di conseguenza nella colonna di Smith figura alla seconda riga un −2, che indica il fatto che nel periodo di riferimento Smith ha contratto un debito pari a 2 noci di cocco nei riguardi di Chang. Nella colonna di Chang troviamo quindi un 2, che indica appunto il fatto che i suoi crediti verso Smith (attività) sono aumentati di due noci di cocco. Il totale di riga è zero anche in questo caso, dato che l’aumento dei debiti di Smith è necessariamente rispecchiato da un aumento (con segno opposto) dei crediti di Chang. In virtù delle convenzioni adottate sono nulli anche i totali di colonna. Ad esempio, l’aumento di debiti di Smith (−2) riflette esattamente il suo deficit pari a 2, per cui il totale della colonna di Smith è nullo. Lo stesso si verifica, con i segni invertiti, nella colonna di Chang. Le colonne della matrice riflettono quindi i vincoli di bilancio dei due agenti, cioè il modo in cui essi “finanziano” i propri deficit indebitandosi con gli altri agenti o impiegano i propri surplus prestandoli agli altri agenti. Consideriamo ad esempio il caso di Smith. Il suo vincolo di bilancio può essere espresso in due modi alternativi: Entrate Uscite Produzione (5) + Indebitamento (2) = Consumo (7)

o in alternativa, come nella matrice, portando tutto a destra dell’uguale Deficit (2) −

Nella (1.2.1) l’indebitamento è visto come un “flusso di cassa” mediante il quale Smith “finanzia” le proprie spese (il

Tabella 1.2 – Un’economia con tre agenti per memoria:

spesa (a) reddito (b)

deficit (+) o surplus (−) incremento di att. (+) o pass. (−)

Smith Donald Chang 7 0 2 5 0 4 2 −2 0

debito contratto con Chang rappresenta un’“entrata” di noci di cocco). Nella (1.2.2) l’indebitamento compare con il segno negativo perché è visto come un aumento delle passività (i debiti sono soldi che devono essere restituiti). La scelta dei segni nella tabella 1.1 non è casuale ma riflette l’esigenza di ottenere dei totali di riga e di colonna tutti pari a zero. Ciò consente di verificare con immediatezza se le cifre riportate nei bilanci dei singoli operatori sono corrette.

Un sistema economico con tre agenti

Supponiamo che nell’isola viva un terzo naufrago, Donald, amico di Smith. Smith e Chang vivono ai due estremi dell’isola. Donald è in visita da Chang e deve tornare da Smith, per cui si offre di portare lui a Smith le due noci di cocco che Chang presta a quest’ultimo. Nel giorno considerato Donald non raccoglie noci di cocco (perché sta camminando da un capo all’altro dell’isola) e non ne consuma (perché non gli piacciono). Il suo deficit quindi è nullo (zero meno zero uguale zero) e così il suo incremento di attività o passività. Se seguiamo le convenzioni adottate finora quindi la posizione di Donald andrebbe rappresentata con una colonna di zeri come nella matrice della tabella 1.2. Tuttavia questa rappresentazione è eccessivamente stilizzata: in essa Donald sembra non aver avuto nessun ruolo, e non si tiene conto del fatto che in sua assenza Smith non avrebbe avuto tutte le noci di cocco che desiderava, e Chang non avrebbe saputo come impiegare le noci di cocco non con-

La rappresentazione degli scambi

Tabella 1.3 – Un’economia con tre agenti per memoria:

spesa (a) reddito (b)

deficit (+) o surplus (−) incremento di crediti (+) o debiti (−) incremento di crediti (+) o debiti (−)

Smith Donald Chang 7 0 2 5 0 4 2 −2 0 0

sumate. Donald ha quindi svolto il ruolo di intermediario trasferendo a Smith il risparmio di Chang. Così facendo ha contratto un debito con Chang (prendendo in consegna le noci di cocco si è comunque impegnato personalmente a restituirle) e ha contratto un credito con Smith (gli ha consegnato le noci di cocco nel presupposto che questi gliele restituisca). La posizione creditoria netta (differenza fra incremento di attività e incremento di passività) di Donald è quindi nulla (di tanto sono aumentati i suoi crediti di quanto sono aumentati i suoi debiti). Tuttavia se vogliamo evidenziare il ruolo di intermediario che Donald ha svolto converrà distinguere nella matrice la posizione creditoria verso Smith e quella verso Chang, che invece nulle non sono. Lo si vede nello lo schema a tre colonne e tre righe riportato nella tabella 1.3. Il deficit di Donald è nullo per il motivo sopra esposto (nel periodo di riferimento non partecipa in modo significativo all’attività di produzione e consumo, quindi non riceve reddito e non spende). La seconda riga della matrice descrive i rapporti fra Smith e Donald. La terza quella fra Donald e Chang. Il ruolo svolto da Donald rispecchia quello assunto in un’economia moderna dal sistema bancario e finanziario. Il ruolo delle banche è in effetti quello di favorire l’incontro fra l’offerta di risparmio dei depositanti e la domanda di risparmio da parte dei mutuanti. Nello svolgimento di questo ruolo il sistema bancario contrae debiti verso i depositanti (ai quali si impegna a restituire, con varie modalità, le somme deposi-

tate) e crediti verso i mutuanti (dai quali pretende alla scadenza la restituzione delle somme prestate).

Uno sguardo ai capitoli successivi

Come abbiamo evidenziato nell’introduzione, il testo si articola in due parti principali, dedicate rispettivamente alla descrizione dello quadro contabile di riferimento e alla presentazione dei modelli. Il quadro di riferimento è dato dalla trasposizione sul piano macroeconomico dello schema presentato nella tabella 1.3, del quale ricalca la logica e la struttura. La tabella 1.3 raccoglie le tre colonne che rappresentano i bilanci di Smith, Donald e Chang, evidenziando le interazioni fra di essi. Si tratta ora di vedere come si modifica lo schema della tabella 1.3 quando Smith e Chang non sono più due individui che operano in un’economia di baratto, ma due stati indipendenti, all’interno di ognuno dei quali operano diverse categorie di operatori (famiglie, imprese, settore pubblico), nel contesto di un’economia monetaria, caratterizzata quindi dalla presenza di un insieme diversificato di strumenti finanziari (moneta, titoli di credito, valuta estera, ecc.). Se, per fissare le idee, consideriamo Smith come il nostro paese di riferimento, allora Chang è il “settore estero” di Smith, e Donald è il “settore bancario” di Smith. I capitoli successivi si occupano nell’ordine dei conti di questi tre settori. Il capitolo 2 “traduce” a livello macroeconomico i conti di Smith, cioè definisce i concetti di reddito, spesa, deficit a livello macroeconomico per un’economia di riferimento, richiamando alcune nozioni elementari di contabilità nazionale; il capitolo 3 si occupa di Chang, cioè descrive il vincolo di bilancio del “settore estero”, che coincide con la bilancia dei pagamenti del paese di riferimento; il capitolo 4 si occupa di Donald, cioè analizza il vincolo di bilancio del settore bancario e in particolare il suo ruolo di cerniera fra un determinato sistema economico e il resto del mondo. Il capitolo 5 integra i conti dei tre settori in uno schema strettamente analogo a

La rappresentazione degli scambi

quello della tabella 1.3, anche se, naturalmente, un po’ più complesso, detto matrice dei flussi di fondi, mediante il quale è possibile evidenziare in che modo variazioni nel comportamento di un settore economico si riflettano sugli altri settori. Il capitolo 6 richiama alcune nozioni essenziali sul tasso di cambio, e infine il capitolo 7 presenta le principali fonti statistiche disponibili per l’analisi empirica.

2 REDDITO, SPESA E DEFICIT NAZIONALI In questo capitolo traduciamo a livello macroeconomico la prima parte dello schema presentato nel capitolo precedente, ovvero, più precisamente, il vincolo di bilancio del primo agente economico (Smith), definendo i concetti di reddito, spesa e deficit di un intero sistema economico. Nel farlo incontreremo un’unica lieve complicazione, consistente nel fatto che un moderno sistema economico consta di settori differenziati (famiglie, imprese, settore pubblico). Mentre quindi nel caso di Smith si parlava di un unico deficit o surplus, in macroeconomia è utile andare a vedere il contributo dei singoli settori al deficit complessivo del sistema. Seguendo una semplificazione adottata correntemente nei modelli di macroeconomia dello sviluppo, non distingueremo, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese non finanziarie1. In questo capitolo quindi ci occupiamo della formazione e dell’impiego del reddito e del risparmio nazionale distinguendo fra i due settori privato (famiglie e imprese non finanziarie) e pubblico (Tesoro). Un primo paragrafo richiama brevemente alcune nozioni riferite alla misurazione delle variabili economiche (variabili reali e nominali, deflatori, tasso di crescita e di inflazione, flussi e stock). Nel secondo paragrafo si analizza la formazione del risparmio nazionale a livello aggregato. Nel terzo paragrafo si procede ad esaminare separatamente i settori privato e pubblico dell’economia e i rispettivi deficit.

Classificazione delle grandezze economiche

2.1.1 Variabili reali e variabili nominali, deflatori impliciti Gli aggregati macroeconomici (ad esempio, i consumi delle famiglie) sono ottenuti sommando beni disparati (nel caso 1

Le banche quindi non rientrano nel settore privato.

Reddito, spesa e deficit nazionali

dei consumi: patate, computer, viaggi all’estero,…). Per poterli sommare, questi beni vengono espressi in una comune unità di misura monetaria, utilizzando i rispettivi prezzi. Si definiscono nominali le grandezze economiche misurate a prezzi correnti, cioè utilizzando in ogni periodo (mese, trimestre, anno) i prezzi rilevati nel periodo stesso; sono invece dette reali le grandezze economiche misurate a prezzi costanti, cioè utilizzando per definire il valore monetario dei beni i prezzi di un periodo di riferimento (periodo base). Una variabile nominale quindi può variare da un periodo all’altro per due motivi: o perché è variata la quantità di beni da essa espressa, o perché è cambiato il prezzo di questi beni. Una variabile reale viceversa varia da un periodo al successivo solo se è cambiata la quantità (il “volume” fisico) di beni sottostanti. Per questo motivo le grandezze reali vengono anche dette “in volume” e quelle nominali “in valore”. Se dividiamo una grandezza nominale per la corrispondente grandezza reale, l’effetto “volume” appare al numeratore e al denominatore e quindi scompare dal rapporto, fornendo come risultato un prezzo, che viene detto deflatore implicito della grandezza in questione. Nel testo useremo coerentemente le lettere maiuscole per indicare le grandezze nominali, e quelle minuscole per indicare le corrispondenti grandezze reali e gli indici di prezzo. Così, ad esempio, se Yt è il prodotto interno lordo (PIL) nominale, cioè la somma del valore di tutti i beni prodotti all’interno di un determinato paese in un periodo di riferimento (ad esempio, un anno), yt indica quello reale, cioè la somma di tutti i beni prodotti nel medesimo periodo di riferimento ma valutata con i prezzi di un anno base. Il deflatore implicito del prodotto interno è allora

Si tratta di un indice di prezzo che vale uno nell’anno base * dei prezzi t : pt* ≡ 1 , dato che in quell’anno la valutazione a prezzi correnti e quella a prezzi costanti coincidono.

Applicazione 2.1 − PIL reale, PIL nominale e inflazione Supponiamo che in un sistema economico vengano scambiati solo due beni, pesci e patate. Osservando il sistema per due anni vediamo che quantità scambiate e prezzi variano da un anno all’altro:

Anno 1 Anno 2 Crescita

Patate prezzo quantità 0.50 10 0.75 12 50% 20%

Pesci prezzo quantità 0.25 10 0.50 8 100% −20%

In particolare, il prezzo dei pesci è aumentato più di quello delle patate, e quindi il consumo di pesce è diminuito del 20%. Come si calcolano il valore e il volume del prodotto e il livello dei prezzi dell’intero sistema economico? Per prima cosa costruiamo il PIL nominale Yt nei due anni sommando il valore della produzione a prezzi correnti: Anno 1: 0.5 x 10 + 0.25 x 10 = 7.5 Anno 2: 0.75 x 12 + 0.50 x 8 = 13

Dobbiamo poi scegliere un anno base dei prezzi, che per ipotesi fissiamo nell’anno 1. Di conseguenza in quest’anno il PIL reale coincide con quello nominale (le due variabili vengono calcolate con gli stessi prezzi). Nell’anno 2 invece il PIL reale viene calcolato usando i prezzi dell’anno base 1 e quindi è: Anno 2:

0.5 x 12 + 0.25 x 8 = 8 ⇒

L’indice dei prezzi si ottiene secondo la (2.1.1) rapportando il PIL nominale a quello reale ed è quindi pari a uno nell’anno base (dato che in quell’anno si ha Y1 = y1). Abbiamo così p1 = 1, mentre nell’anno 2 il livello generale dei prezzi è Anno 2:

L’inflazione calcolata con la (2.1.4) è quindi pari al 62.5%. (l’esempio è tratto dalla versione web del testo Lectures on macroeconomics. di N. Roubini e D. Backus, scaricabile all’indirizzo web http://pages.stern.nyu.edu/

Se risolviamo la (2.1.1) rispetto al prodotto reale abbiamo

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La (2.1.2) ci ricorda che le grandezze reali si ottengono dividendo quelle nominali per un opportuno indice di prezzo. Ne deriva che le grandezze nominali si ottengono come prodotto di quelle reali per l’indice di prezzo: (2.1.3)

La figura 2.1 rappresenta il PIL della Malesia in termini reali e nominali. Si noti nella serie in termini reali la diminuzione che si verifica nel 1998, quando in seguito alla crisi asiatica il prodotto interno lordo della Malesia diminuì di più del 7%. Il rapporto fra le due serie fornisce il deflatore implicito del PIL della Malesia, rappresentato nella figura 2.2. Si noti l’impennata dei prezzi conseguente allo shock petrolifero del 1973 e la deflazione conseguente al “controshock” del 1986, come pure, in tempi più recenti, la ripresa dell’inflazione nel 1998, sempre in conseguenza della crisi asiatica.

400000 300000 200000 100000 0 1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 y

Figura 2.1. Il PIL della Malesia in termini reali e nominali (milioni di ringgit).

2.1.2 I tassi di inflazione e di crescita Definiamo ora formalmente due variabili che sono ovunque al centro del dibattito macroeconomico e più in generale politico: i tassi di inflazione e di crescita. Il tasso di inflazione, che indichiamo con πt, è il tasso di variazione di un indice aggregato di prezzo opportunamente scelto

dove pt generalmente è l’indice dei prezzi al consumo o il deflatore implicito del PIL definito dalla (2.1.1). Se usiamo il simbolo ∆ per indicare la differenza fra il valore di una generica variabile z al tempo t e quello al tempo precedente t-1

possiamo esprimere il tasso di inflazione come

2.0 1.5 1.0 0.5 0.0 1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 p Figura 2.2. Il deflatore del PIL della Malesia (anno base 1987 = 1).

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Per tasso di crescita si intende invece il tasso di variazione del PIL in termini reali. Lo indichiamo con γt:

2.1.3 La scomposizione del tasso di crescita nominale In macroeconomia si utilizza spesso la scomposizione del tasso di crescita del PIL nominale (in breve, tasso di crescita nominale) nelle due componenti di crescita dei prezzi (inflazione) e crescita reale. Il tasso di crescita nominale è definito dalla relazione

Per la (2.1.3) il numeratore può essere espresso come

40.0 30.0 20.0 10.0 0.0 -10.0 -20.0 1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 p

Figura 2.3. I tassi di inflazione, crescita reale e crescita nominale della Malesia.

Applicazione 2.2 − La scomposizione del tasso di crescita nominale Supponiamo che sia yt-1 = 100, yt = 105, pt-1 = 1 e pt = 1.1. Applicando la (2.1.7) si ricava che il tasso di crescita reale in t è pari a (105−100)/100 = 0.05 = 5%, mentre applicando la (2.1.6) si constata che il tasso di inflazione è pari al 10%. Applicando la (2.1.3) si constata che il PIL nominale in t-1 è pari a 100, mentre in t è pari a 105×1.1 = 115.5. Il tasso di crescita nominale calcolato secondo la relazione esatta (2.1.8) è quindi del 15.5%, mentre se usiamo la relazione approssimata (2.1.11) otteniamo 0.1 + 0.05 = 15%. L’errore di approssimazione è quindi pari a 0.5 punti percentuali (cioè il valore approssimato è 15% anzichè 15.5%, con approssimazione per difetto).

∆Yt = yt pt − yt-1 pt-1

e osservando che per la definizione (2.1.5) di differenza

yt = yt-1 + ∆yt pt = pt-1 + ∆pt possiamo scrivere

yt pt = yt-1 pt-1 + pt-1∆yt + yt-1∆pt + ∆pt∆yt per cui, sostituendo nella (2.1.9), si ottiene

∆Yt = pt-1∆yt + yt-1∆pt + ∆pt∆yt Se gli incrementi del PIL reale e del deflatore del PIL sono abbastanza piccoli, il loro prodotto è trascurabile, e quindi l’incremento del PIL nominale può essere approssimato così

∆Yt ≈ pt-1∆yt + yt-1∆pt

Tornando ora alla (2.1.8), osserviamo che per la (2.1.3) abbiamo Yt-1 = pt-1yt-1. Dividendo per questa espressione entrambi i membri della (2.1.10) otteniamo

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∆Yt ∆y t ∆pt ≈ + = γ t + πt Yt −1 y t −1 pt −1 In altri termini, il tasso di variazione del PIL nominale Yt è approssimativamente uguale alla somma algebrica dei tassi di crescita (reale) e di inflazione

I tassi di inflazione, crescita reale e crescita nominale della Malesia sono riportati nella figura 1.3. Dato che il tasso di inflazione normalmente è positivo, la (2.1.11) implica che il PIL nominale cresca più rapidamente di quello reale. Dato che le due misure (reale e nominale) del PIL sono uguali nell’anno base, ciò implica che prima dell’anno base il PIL nominale sia inferiore, e dopo l’anno base superiore, a quello reale. Questo è appunto quanto si osserva nella figura 2.1, dove l’anno base dei prezzi è il 1987. 2.1.4 Variabili di stock e di flusso In economia si definiscono variabili di flusso o semplicemente flussi le grandezze economiche valutate con riferimento a un intervallo di tempo (ad esempio un mese o un anno). Viceversa, le variabili di stock (dette anche consistenze, o fondi) non hanno dimensione temporale: la loro valutazione è quindi puntuale, riferita a una precisa data o a un istante. Ackley (1961) chiarisce questa differenza con un esempio. Il parco macchine di una determinata città è uno stock: ad esempio, centomila vetture al 31 dicembre del 2003 (valutazione puntuale); il traffico di automobili su una particolare strada è un flusso: ad esempio, 500 vetture all’ora (valutazione riferita un intervallo di tempo). Così come non avrebbe senso dire che il parco macchine è centomila vetture all’anno (o al mese), ugualmente non avrebbe senso dire che il traffico su una determinata strada è 500 vetture, senza specificare un intervallo temporale: c’è una bella differenza fra 500 vetture all’ora e 500 vetture all’anno!

In termini economici, il reddito è un flusso: la sua misurazione è sempre riferita a un intervallo temporale (quanto guadagno in un mese? o in un anno?). La ricchezza, invece, è uno stock: non ha senso dire “sono ricco 2000 euro all’anno”, mentre ha perfettamente senso chiedersi quanto abbiamo in questo momento in tasca (il nostro stock di circolante) o nel nostro conto in banca (il nostro stock di depositi bancari). Sono flussi quindi il reddito e i suoi impieghi: il consumo e il risparmio; sono flussi le esportazioni e le importazioni, come pure la loro differenza, la bilancia commerciale; è un flusso l’investimento. Sono invece stock la ricchezza di un paese e le sue componenti, fra le quali la moneta, le riserve ufficiali, i beni di consumo durevole, il capitale fisico (l’insieme di tutti i beni capitali: macchinari, attrezzature, impianti, capannoni industriali, ecc. ecc.). Ma è uno stock anche la popolazione, e quindi la forza lavoro e le sue componenti: occupati e disoccupati. La differenza fra stock e flussi è rilevante per la datazione delle variabili. Consideriamo ad esempio il debito pubblico, che è una variabile di stock. Quando si dice “il debito pubblico italiano nel 2000 era pari a 1450 miliardi di euro” non è chiaro in linea di principio a quale istante di tempo ci si riferisce (all’inizio dell’anno, alla fine dell’anno, oppure a una valutazione media nell’anno,…). Per convenzione gli stock si considerano misurati alla fine del periodo di riferimento, e quindi al 31/12 se i dati sono annuali. Non tutte le grandezze economiche prive di dimensione temporale sono stock: esistono anche variabili economiche derivate nelle quali la dimensione temporale si annulla, ma che non sono stock. Un esempio è dato dai prezzi, che sono il rapporto fra un flusso di moneta spesa e un flusso di beni consumati. Nel rapporto la dimensione temporale compare sia al numeratore che al denominatore e quindi viene eliminata. Sono privi di dimensione temporale anche i rapporti fra stock (sia il numeratore che il denominatore sono privi di dimensione temporale). Un esempio è il tasso di disoccupazione, rapporto fra lo stock di disoccupati e quello di forza lavoro.

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Applicazione 2.3 − Indebitamento e debito Chiariamo con un esempio numerico la relazione fra deficit/surplus e debito sviluppando il vincolo di bilancio di Smith per una settimana: flussi stock giorno spesa reddito deficit debito 1 7 5 2 2 2 7 5 2 4 3 9 5 4 8 4 2 3 -1 7 5 4 4 0 7 6 4 8 -4 3 7 4 5 -1 2 Nel secondo giorno Smith mantiene il medesimo comportamento del primo: consuma 7 e produce 5 con un deficit di due. Alla fine del secondo giorno il debito è pari a 2+2=4. Il terzo giorno il deficit aumenta a 4 e di conseguenza alla fine del terzo giorno il debito raddoppia passando a 2+2+4=8. Il quarto giorno un’indigestione riduce drasticamente sia i consumi che la produzione di Smith, che passa in surplus, in modo tale che alla fine del giorno il debito si è ridotto di uno, passando a 2+2+4−1=7. A questo punto il meccanismo stock/flusso che lega il debito al deficit dovrebbe essere chiaro, e lasciamo al lettore (se lo ritiene necessario), il compito di “sceneggiare” il resto della tabella.

2.1.5 Identità stock/flusso, equilibrio di stock e equilibrio di flusso In generale la variazione (incremento o decremento) di uno stock in un determinato intervallo di tempo è un flusso, o, in altri termini, gli stock variano per effetto di flussi. In generale il deficit di un settore è un flusso, mentre il suo debito è uno stock che deriva dall’accumulazione successiva dei deficit. Supponiamo ad esempio che la situazione riassunta nella tabella 1.3 si protragga per un altro giorno. Durante il secondo giorno Smith si sarà indebitato per altre due noci di cocco; alla fine del secondo giorno il suo stock di debito nei riguardi di Donald sarà pari alla somma cumulata dei deficit del primo e del secondo giorno: 2+2 = 4.

Possiamo formalizzare questi concetti ricorrendo al caso ben noto del debito pubblico. Lo stock di debito pubblico alla fine dell’anno t è uguale allo stock di debito alla fine dell’anno t−1 più il flusso di fabbisogno relativo all’anno t (la differenza fra quanto lo Stato ha speso e quanto ha incassato durante l’anno t). Formalmente abbiamo

dove Bt è il debito pubblico alla fine dell’anno t, Bt-1 il debito alla fine dell’anno t-1 e Ft il fabbisogno nell’anno t. Usando il simbolo di differenza ∆ definito dalla (2.1.5) possiamo anche scrivere in forma più compatta

La (2.1.12) o (2.1.13) è un semplice esempio di identità stock/flusso, una relazione sempre soddisfatta ex post che descrive la variazione di un determinato stock in funzione dei flussi che si scaricano su di esso. Nei modelli quantitativi utilizzati nella seconda parte del testo i vincoli di bilancio degli operatori prendono tutti la forma di identità stock flusso. Del resto, la prima e la terza colonna della tabella 1.3, cioè i vincoli di bilancio di Smith e Chang, sono esse stesse identità del tipo (2.1.13).

2.2 Formazione e impiego del risparmio nazionale 2.2.1 Reddito e spesa interni Un principio fondamentale della macroeconomia è che ogni spesa corrente di un agente economico genera reddito per un altro agente economico. Inoltre, le spese correnti si rivolgono alla produzione corrente. Ne consegue da un lato che il valore totale dei redditi coincide con quello della produzione (per cui in seguito parleremo indifferentemente di reddito o pro-

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Applicazione 2.4 − Importazioni e reddito interno Può essere utile chiarire il ruolo delle importazioni nella formazione del reddito nazionale con un semplice esempio numerico. Supponiamo che in un sistema economico vengano consumati 5 euro di mele prodotte all’interno e 3 euro di ananas prodotti all’estero. Per semplicità supponiamo che non ci siano altri consumi, né spese di investimento, né esportazioni. Abbiamo quindi:

Ct = 5 + 3 = 8 Mt = 3 Yt = Ct − Mt = 5

(spesa totale dei residenti) (spesa dei residenti che genera reddito all’estero) (redditi dei residenti)

dotto nazionale2), e dall’altro che il totale dei redditi generati all’interno di un paese può essere espresso come somma delle varie tipologie di spesa (cioè delle varie componenti della domanda) nel modo seguente

Yt = Ct + Gt + It + EXt − IMt

dove Yt è il prodotto interno lordo, Ct sono i consumi finali interni, cioè la spesa delle famiglie; Gt sono i consumi collettivi, cioè la spesa dello Stato; It sono gli investimenti fissi lordi, cioè la spesa delle imprese per l’acquisto di capitale fisso (macchinari, impianti, mezzi di trasporto. ), e EXt e IMt sono le importazioni e le esportazioni di beni e servizi. Nella (2.2.1) tutte le grandezze sono flussi nominali, ma la stessa identità può anche essere espressa in termini reali dividendo ogni flusso per il rispettivo deflatore implicito. È importante capire perché le importazioni vengano sottratte dalla definizione del reddito interno: il motivo è che le importazioni sono spese effettuate dagli agenti economici che operano all’interno del paese per l’acquisto di beni prodotti all’estero. In quanto tali le importazioni generano reddito all’estero e quindi vanno sottratte dalla somma dei redditi interni. Per il motivo opposto aggiungiamo ai redditi interni le In effetti fra i due concetti esistono in statistica economica delle differenze che sono però irrilevanti ai fini della nostra analisi. 2

esportazioni, che sono spese effettuate da operatori esteri per acquistare beni prodotti all’interno, e quindi generano reddito per i produttori interni. L’identità del prodotto interno può anche essere espressa nel modo seguente

Yt + IMt = Ct + Gt + It + EXt In questo caso a sinistra abbiamo le risorse di un sistema economico e a destra gli impieghi: i beni acquistati o esportati devono prima essere stati prodotti o importati. Nei modelli empirici per semplicità si considera spesso la differenza o saldo fra esportazioni e importazioni, ovvero le esportazioni nette

Ciò permette di esprimere l’identità del prodotto nazionale in forma più compatta

Yt = Ct + Gt + It + NXt

2.2.2 L’equilibrio sul mercato dei beni Si noti che le (2.2.1) e (2.2.3) esprimono il reddito totale di un sistema economico aggregando le diverse componenti della domanda (consumi, investimenti ed esportazioni nette). Come tali esse definiscono la domanda aggregata del sistema economico considerato. Se Yt viene interpretato come produzione totale (e quindi come offerta aggregata di beni) le stesse identità esprimono l’equilibrio fra la domanda (rappresentata come somma delle sue componenti interne e estere) e l’offerta aggregata. 2.2.3 Reddito interno e reddito nazionale Quando l’analisi considera il caso di economie aperte agli scambi internazionali, come in questo testo, è importante distinguere fra due concetti di prodotto: quello interno e quello nazionale. La differenza è data dalla nazionalità dei fattori di produzione utilizzati nel processo produttivo. Ricordiamo che in economia gli input o fattori di produzione vengono rac-

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colti in due grandi categorie: il capitale fisico3 (cioè la somma di macchinari, attrezzature, ecc.) e il lavoro (cioè i servizi prestati dai lavoratori, misurati ad esempio in ore di lavoro svolte o in numero di impiegati addetti). Mentre il prodotto interno lordo (PIL) è il valore della produzione totale delle imprese che operano all’interno del territorio nazionale combinando fattori produttivi nazionali e esteri, il prodotto nazionale lordo (PNL) è il valore della produzione totale generata dai fattori produttivi nazionali o residenti, indipendentemente dal luogo nel quale essa viene fisicamente posta in essere (all’interno o all’estero). Di conseguenza il prodotto nazionale include anche la remunerazione che i fattori produttivi nazionali hanno ricevuto per la loro opera svolta all’estero, e esclude le remunerazioni corrisposte ai fattori produttivi esteri per la loro opera svolta all’interno del paese. Abbiamo cioè

pagamenti ai fattori non residenti

dividendi e interessi corrisposti ai non residenti che detengono attività nel paese e salari corrisposti ai non residenti che lavorano nel paese

pagamenti dall’estero ai fattori residenti

dividendi e interessi corrisposti ai residenti che detengono attività estere e salari corrisposti ai residenti che lavorano all’estero

3 Il capitale “fisico” si distingue dal capitale finanziario, cioè dallo stock di strumenti finanziari (monete, titoli obbligazionari, titoli azionari) che vengono posti in essere per trasferire il risparmio dai consumatori ai produttori in modo da consentire a questi ultimi di acquistare beni capitali fisici (ad esempio, il consumatore che acquista l’obbligazione o l’azione di un’impresa finanzia l’attività di investimento di quest’ultima). La remunerazione del capitale fisico coincide quindi con i dividendi e gli interessi corrisposti sugli investimenti finanziari effettuati per finanziare l’acquisto del capitale fisico stesso.

Applicazione 2.5 − La situazione di Smith in linguaggio macroeconomico Torniamo all’esempio della tabella 1.3 e traduciamolo nel linguaggio tecnico di questo paragrafo ponendoci dal punto di vista di Smith e quindi considerando Chang come “straniero”. Dato che Smith non lavora per Chang né Chang per Smith, i redditi netti dall’estero di Smith sono nulli e quindi: 1) per la (2.2.4) il suo prodotto nazionale coincide col suo prodotto interno; 2) per la (2.2.6) il saldo delle sue partite correnti coincide con le sue esportazioni nette. Il prodotto interno (e nazionale) di Smith è di 5 noci di cocco e il suo assorbimento è di 7 noci di cocco, per cui il suo deficit è pari a 2 e coincide, secondo la (2.2.7), con il saldo delle partite correnti, cioè con le esportazioni nette, cambiate di segno. In effetti nel caso di Smith abbiamo EXt = 0, IMt = 2, quindi NXt = −2.

La differenza fra PNL e PIL può essere rilevante nei paesi con forte debito estero (nel qual caso è notevole la componente di interessi corrisposti ai non residenti) o nei quali molte industrie sono di proprietà di multinazionali straniere (nel qual caso è rilevante la componente di profitti e royalty corrisposte a non residenti). Il saldo fra i pagamenti dall’estero ai fattori residenti e i pagamenti ai fattori residenti all’estero viene definito redditi netti dall’estero e lo indichiamo con RNEt, per cui se indichiamo con Yt N il PNL (nominale) possiamo scrivere

La variabile Yt N esprime il totale dei redditi a disposizione degli operatori economici nazionali ed è quindi la traduzione sul piano macroeconomico del reddito di Smith nello schema della tabella 1.3. Dobbiamo ora definire la spesa e il deficit aggregato dei settori nazionali: quest’ultimo se positivo esprime le necessità finanziarie aggregate (cioè l’indebitamento) dell’intera collettività nazionale, che devono essere soddisfatte dai mercati finanziari internazionali; se negativo, le eccedenze finanziarie (risparmio netto) della col-

Reddito, spesa e deficit nazionali

lettività nazionale, che devono essere impiegate sui mercati finanziari internazionali. 2.2.4 Assorbimento e partite correnti La traduzione a livello macroeconomico del concetto di spesa totale di un operatore è l’assorbimento, definito come

L’assorbimento è la spesa dei residenti per l’acquisto di beni prodotti all’interno e esclude quindi sia la spesa dei residenti per i beni prodotti all’estero (importazioni) sia la spesa dei non residenti per i beni prodotti all’interno (esportazioni). In analogia con quanto effettuato per un singolo individuo, possiamo quindi definire il deficit aggregato di un’intera collettività nazionale come differenza fra l’assorbimento (spesa interna) e il prodotto nazionale (reddito). Utilizzando le definizioni (2.2.3), (2.2.4) e (2.2.5) abbiamo

At − Yt N = Ct + Gt + It − (Ct + Gt + It + NXt + RNEt) per cui in definitiva

At − Yt N = − (NXt + RNEt) ovvero la differenza fra le spese e i redditi di un’intera collettività nazionale coincide con la somma di esportazioni nette e redditi netti dall’estero, cambiata di segno. Questa espressione può apparire complessa, ma in effetti il suo significato è piuttosto semplice: se una nazione complessivamente consuma più di quanto produca, è costretta a importare più di quanto esporti. Si definisce saldo delle partite correnti di un paese la somma delle esportazioni nette e dei redditi netti dall’estero:

Si dice che le partite correnti sono in surplus se CAt>0 e in deficit se CAt0) si traduce in una offerta netta di valuta estera ai residenti: questa valuta viene convertita in valuta nazionale rivolgendosi alle autorità monetarie e quindi determina un incremento della massa monetaria in circolazione (“iniezione” di base monetaria, aumento di offerta). Il contrario avviene quando il saldo è negativo, nel qual caso si ha una domanda netta di valuta estera (cioè un’offerta netta di valuta nazionale), con corrispondente deflusso di base monetaria. Il canale delle aziende di credito. I crediti della banca centrale verso il sistema bancario derivano dall’attività istituzionale della banca centrale, che opera come lender of last resort (prestatore di ultima istanza) nei confronti del sistema bancario. Quando una banca si trova, per motivi più o meno fisiologici, nell’impossibilità di soddisfare i propri impegni, può ricorrere alla banca centrale per un prestito. In questo caso la liquidità trasferita dalla banca centrale al sistema bancario va a incrementare la base monetaria3. Nei modelli che considereremo in seguito la componente di rifinanziamento delle aziende di credito non viene considerata esplicitamente, e quindi non ne diamo una rappresentazione formale.4

3 Supponiamo che un depositante per qualche motivo desideri ricevere indietro il proprio denaro ma la sua banca sia a corto di liquidità; in questo caso la banca si rivolge alla banca centrale e ottiene liquidità che fornisce al depositante, il quale la utilizza per i suoi acquisti immettendola così nel circuito monetario. 4 Ciò dipende anche dal fatto che in questi modelli le aziende di credito e la banca centrale vengono consolidate in un unico settore bancario. Le attività di rifinanziamento si traducono in scambi all’interno del settore bancario e quindi non emergono contabilmente.

Il canale del Tesoro. I crediti verso il Tesoro (settore pubblico), cioè la cosiddetta base monetaria del Tesoro, traggono origine dal deficit pubblico, che può essere finanziato, in parti variabili e con meccanismi istituzionali diversificati, con l’emissione di moneta. In alcuni paesi il settore pubblico (cioè il Tesoro, distinto dalla banca centrale) ha un potere più o meno limitato di emettere direttamente moneta; in altri casi la banca centrale può avere obbligo o facoltà di partecipare come acquirente alle emissioni di titoli di Stato: acquistando titoli le autorità monetarie immettono liquidità nel sistema. Indichiamo con Bt i titoli del debito pubblico (la lettera B sta per bond, il termine inglese per obbligazione, titolo di credito). Come ogni attività finanziaria questi titoli possono essere visti dal lato del soggetto emittente (il Tesoro), per il quale costituiscono una passività, e dal lato dei soggetti detentori (banca centrale, aziende di credito, settore privato, settore estero), per i quali costituiscono un’attività. Qui e in seguito indicheremo in apice i settori emittenti e in pedice quelli detentori. Vale di conseguenza la relazione:

Ft ≡ ∆BtG = ∆BP ,t + ∆BA,t + ∆BC ,t + ∆BE,t

La (4.1.1) stabilisce che il flusso di fabbisogno pubblico Ft corrisponde per definizione all’incremento dello stock di debito pubblico ∆BtG (la lettera G sta per government e identifica il settore pubblico); questo debito a sua volta può essere acquistato dal settore privato (indicato con la lettera P), dalle aziende di credito (A), dalla banca centrale (C) o dal settore estero (E). I titoli acquistati dalla banca centrale coincidono con i crediti di quest’ultima verso il Tesoro e rappresentano la contropartita della base monetaria del Tesoro. ∆BC ,t coincide quindi con il finanziamento monetario o monetizzazione del deficit pubblico. Possiamo ora rappresentare il lato dell’offerta nel mercato della base monetaria, che coincide di fatto con il bilancio della banca centrale. Se indichiamo la base monetaria con Ht, e trascuriamo la componente di rifinanziamento, abbiamo

Il sistema bancario

Applicazione 4.1 − Il bilancio della banca centrale Malese durante la crisi asiatica Nei capitoli precedenti abbiamo tratto parecchi esempi dai conti nazionali della Malesia, osservandoli in particolare negli anno attorno alla crisi asiatica del 1997/98. Vediamo come questa crisi si è riflessa sul bilancio della banca centrale e quindi sulla creazione di base monetaria. I dati principali sono riassunti nella tabella seguente, dove, a parte i simboli noti, FINB indica il rifinanziamento al sistema bancario e “Altro” indica altre attività della banca centrale (crediti verso altre istituzioni finanziarie, altri titoli in portafoglio, ecc). I dati sono in miliardi di ringgit. Attivo Passivo ∆ORC,t ∆BC,t ∆HtC FINB Altro 6.9 5.0 0.4 4.3 16.6 1996 -10.4 0.0 23.8 4.9 18.3 1997 39.1 -3.2 -24.9 -57.6 -46.7 1998 17.8 -1.5 -0.4 -6.4 9.5 1999 -4.0 -0.5 -0.5 0.8 -4.3 2000 All’inizio della crisi, nel 1997, la banca centrale ha cercato di sostenere il cambio acquistando valuta nazionale in cambio di valuta estera. Ciò ha determinato una riduzione dello stock di riserve valutarie pari a circa 10 miliardi di ringgit. Al contempo la banca è intervenuta rifinanziando le aziende di credito per quasi 24 miliardi di ringgit, allo scopo di evitare un’ondata di fallimenti bancari determinati dall’interruzione dei prestiti esteri. Nell’anno successivo il cambio si è svalutato, il che ha determinato un surplus di bilancia dei pagamenti e quindi un afflusso di base monetaria dal canale estero pari a quasi 40 miliardi di ringgit. Per evitare che la svalutazione avesse conseguenze inflazionistiche la banca centrale malese ha drenato base monetaria sia dal canale del rifinanziamento che degli altri canali. Di conseguenza il flusso di offerta di base monetaria, che nel 1997 era rimasto positivo e vicino ai valori precedenti alla crisi, nel 1998 diventa negativo per quasi 47 miliardi di ringgit.

∆ORC,t + ∆BC ,t = ∆HtC

La (4.1.2) è espressa in termini di flussi (variazioni degli stock). Il membro di sinistra è l’attivo e quello di destra il

passivo del bilancio della banca centrale. All’attivo figura la variazione delle attività estere e dei titoli di Stato detenuti; al passivo figura la variazione dell’offerta di base monetaria. 4.1.3 La domanda di base monetaria Il lato della domanda del mercato di base monetaria è di interpretazione più agevole. La base monetaria (che per semplicità identifichiamo con la moneta avente corso legale) può essere detenuta o dal settore privato per regolare in contanti le transazioni economiche o da quello bancario per soddisfare le richieste dei depositanti e gli obblighi di riserva5. La base monetaria detenuta dai privati, cioè l’insieme delle monete e banconote di cui abbiamo disponibilità e che generalmente utilizziamo per regolare le transazioni in contanti (quindi non quelle depositate in banca, che invece sono depositi), viene definita circolante e la indichiamo con HP,t (il pedice P indica appunto che si tratta della base monetaria detenuta dal settore privato). La base monetaria detenuta dalle aziende di credito si divide in due componenti: una obbligatoria, costituita dalla cosiddetta riserva obbligatoria, che indichiamo con ROBt, e una libera, le riserve libere o liquidità bancaria, LBt. Il motivo per il quale le banche sono indotte a detenere spontaneamente un’attività a rendimento basso o nullo come la base monetaria è essenzialmente precauzionale. Quando una banca si trova a corto di liquidità è costretta a ricorrere alla banca centrale (o ad altre banche, sul cosiddetto mercato interbancario), prendendo a prestito fondi sui quali deve pagare un interesse. Questa modalità di finanziamento costosa costituisce un “danno emergente” a fronte del quale può essere conveniente sopportare il “lucro cessante” derivante In effetti anche il settore pubblico detiene circolante per le proprie necessità di cassa, ma supponiamo per semplicità che l’ammontare detenuto sia trascurabile. Inoltre il settore estero potrebbe detenere quantità in alcuni casi non trascurabili di moneta legale. Tuttavia ciò vale per i paesi a valuta forte (ad esempio, per il dollaro statunitense) e certo non per le valute dei paesi in via di sviluppo. 5

Il sistema bancario

dall’immobilizzo di una parte di attività sotto forma di riserva libera. Usando la notazione introdotta in precedenza le riserve bancarie totali sono date da:

dove il pedice A indica il settore “aziende di credito”. 4.1.4 L’equilibrio sul mercato della base monetaria L’equilibrio sul mercato monetario può essere definito in termini di flussi nel modo seguente:

Il membro di sinistra esprime la variazione dell’offerta complessiva, coincidente con le passività della banca centrale e descritta dalla (4.1.2). Il membro di destra viceversa esprime la variazione della domanda complessiva come somma di quella del settore privato (il circolante) e di quella delle aziende di credito (le riserve bancarie).

Il moltiplicatore dei depositi e della moneta

4.2.1 Il moltiplicatore dei depositi in un’economia senza circolante La base monetaria è solo una componente della moneta, intesa nella sua funzione di mezzo di pagamento e di riserva di valore. Basta pensare alla nostra esperienza concreta: ormai quasi tutti i pagamenti avvengono mediante carta di debito (il “bancomat”), cioè movimentando un deposito bancario (in particolare, addebitandolo, da cui il termine carta di debito). I depositi bancari quindi costituiscono a tutti gli effetti moneta (si parla in proposito di moneta “bancaria”). È importante osservare che l’entità dei depositi bancari è strettamente connessa a quella di base monetaria. Per comprendere questo nesso, si consideri ad esempio il caso di un esportatore che riceve un pagamento dall’estero è lo converte in un ammontare x di valuta nazionale. Dal punto di vista del mercato della base monetaria questa transa-

zione determina un’iniezione x di base monetaria attraverso il canale estero (un incremento ∆ORt delle riserve ufficiali pari a x). In condizioni normali l’esportatore non deterrà la moneta nazionale sotto forma liquida, ma la depositerà in tutto o in parte presso la propria banca. Supponiamo in primo luogo che l’esportatore non sia interessato a detenere circolante, per cui deposita l’intero ammontare x. A sua volta la banca preferirà non detenere questo ammontare di moneta inoperoso nei propri forzieri, ma lo darà in prestito, al fine di lucrare la differenza fra interesse passivo e attivo. Tuttavia la banca non può prestare l’intero ammontare x, perché deve detenerne una percentuale che definiamo ρ per soddisfare ai propri obblighi di riserva, dove ρ è un numero compreso fra zero e uno detto coefficiente di riserva obbligatoria. Di conseguenza la banca tratterrà a riserva obbligatoria l’ammontare ρx e presterà (1 − ρ)x. Il soggetto che riceve in prestito questa somma, a sua volta, in genere non la deterrà in forma liquida, ma la depositerà (eventualmente presso un’altra banca). Il sistema bancario quindi riceve un nuovo deposito, pari questa volta a (1 − ρ)x, del quale trattiene la solita percentuale ρ per soddisfare agli obblighi di riserva, prestando il rimanente. L’ammontare trattenuto è quindi ρ(1 − ρ)x e quello pre2 stato (1 − ρ) (1 − ρ)x = (1 − ρ) x. Ma gli ulteriori mutuanti non deterranno questa somma sotto forma di circolante, e quindi il ciclo si ripete. Abbiamo cioè una situazione di questo genere: primo deposito secondo deposito (primo prestito) terzo deposito (secondo prestito) . n-esimo deposito

Questo processo in linea teorica si ripete all’infinito, per cui un singolo deposito iniziale viene a generare un ammon-

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tare di depositi che è pari alla somma dei depositi originati in ogni singolo ciclo. L’incremento dei depositi è quindi pari a

∆DP = [ 1 + (1 − ρ) + (1 − ρ)2 + . + (1 − ρ)n-1 + . ] x

dove DP sono i depositi detenuti dal settore privato. Si riconosce facilmente che il termine fra parentesi quadre coincide con la somma degli infiniti termini di una progressione geometrica di ragione (1− ρ). Come è noto, la somma degli infiniti termini di una progressione geometrica di ragione a è pari a 1/(1 − a) (la dimostrazione è fornita da qualsiasi testo introduttivo di matematica). Sostituendo ad a l’espressione 1 − ρ otteniamo:

1 1 1 = = 1 − a 1 − (1 − ρ) ρ per cui la (4.2.1) in effetti equivale a

Dato che il coefficiente di riserva ρ è compreso fra zero e uno, 1/ρ è maggiore di uno. La (4.2.2) stabilisce quindi che l’iniziale incremento di base monetaria x genera un incremento di depositi x/ρ multiplo dell’incremento della base monetaria. L’espressione 1/ρ, che corrisponde al numero per il quale occorre moltiplicare l’incremento iniziale di base monetaria per ottenere l’incremento finale di depositi, è un esempio del cosiddetto moltiplicatore dei depositi. 4.2.2 Il moltiplicatore dei depositi in un’economia con circolante e riserve libere Questo esempio è particolarmente semplificato per diversi motivi: 1) perché si riferisce a un caso particolare di incremento della base monetaria (creazione dal canale estero) trascurando gli altri canali di creazione; 2) perché non considera la presenza di riserve libere;

perché si fonda sull’ipotesi che gli agenti economici non trattengano fondi liquidi sotto forma di circolante. Queste ipotesi possono essere allentate senza particolari difficoltà, conducendo a una rappresentazione più articolata e realistica del meccanismo di creazione dei depositi. Per estendere il ragionamento, si noti intanto che esso si applica a qualsiasi iniezione di base monetaria, quale che sia la sua origine. Ad esempio, la x che nelle formule precedenti era la somma depositata da un esportatore a fronte di un pagamento dall’estero (canale estero di creazione), potrebbe anche essere la somma depositata da un imprenditore a fronte del pagamento di beni o servizi acquistati “in deficit” dal settore pubblico (cioè finanziati col collocamento di titoli presso la banca centrale). Si attiverebbe comunque il ciclo di depositi, prestiti e successivi depositi già descritto. Il canale di origine dell’iniezione di base monetaria quindi è irrilevante ai fini del ragionamento precedente. Per quanto riguarda l’esistenza di riserve libere, se supponiamo che esse vengano commisurate a una percentuale λ dei depositi effettuati (dove λ, come ρ, è un numero compreso fra 0 e 1) , basterà ripetere il ragionamento precedente sostituendo al coefficiente di riserva obbligatoria ρ la somma dei due coefficienti ρ e λ, che insieme rappresentano la percentuale di deposito che le banche “sottraggono” dal circuito a ogni successivo ciclo “deposito/prestito”. Ad esempio, in presenza di riserve libere la somma trattenuta dalla banca in seguito al primo deposito è (λ+ρ)x e la somma prestata è [1 − (λ+ρ)]x, per cui il moltiplicatore dei depositi diventa 1/(λ+ρ), ed è quindi inferiore a quello che si realizza se le banche non trattengono riserve libere. Se poi i depositanti trattengono presso di sé come circolante una parte della base monetaria ricevuta si ha una ulteriore sottrazione di base monetaria dal circuito dei depositi, e quindi si ottiene un moltiplicatore ancora più piccolo. Supponiamo che la percentuale dell’incremento di base monetaria trattenuta come circolante dal depositante sia γ. In altri termini, il depositante trattiene γx, mentre la banca trattiene

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Applicazione 4.2 − Il moltiplicatore dei depositi della Malesia Dai conti finanziari della Malesia ricaviamo le informazioni riportate nella parte sinistra della seguente tabella, ovvero il totale dei depositi e il totale della base monetaria detenuta dalle aziende di credito e dal settore privato: DP,t HA,t HP,t ρ+λ γ µ 1998 239 18 18 0.08 0.08 6.62 1999 286 21 25 0.07 0.09 6.26 2000 313 19 22 0.06 0.07 7.57 2001 320 18 22 0.06 0.07 8.00 2002 335 19 24 0.06 0.07 7.86 2003 366 19 26 0.05 0.07 8.05 Dalla (4.2.5) ricaviamo il coefficiente γ che esprime la quota di depositi che i privati desiderano trattenere in forma di circolante. Questa quota è data dal rapporto fra HP,t e DP,t e come vediamo è abbastanza stabile su valori attorno al 7% o poco superiori. Sommando membro a membro le (4.2.3) e (4.2.4) e risolvendo si ricava il coefficiente di riserva complessiva (libera più obbligatoria) come ρ+λ = HA,t/ DP,t. Anche questo rapporto è relativamente stabile nel tempo, pur se lievemente decrescente da un massimo di 0.08 a un minimo di 0.05. Il moltiplicatore dei depositi si ricava applicando la (4.2.6) e si situa su valori che vanno da circa 6.5 all’inizio del campione a poco più di 8 verso la fine.

come sopra (λ+ρ)x. Di conseguenza l’ammontare che verrà reimmesso nel circuito sotto forma di prestito a seguito della prima operazione di deposito è ora [1 − (γ+λ+ρ)]x. Iterando il ragionamento si giunge alla conclusione che il moltiplicatore dei depositi è 1/(γ+λ+ρ). L’analisi svolta fin qui in termini di flussi e di singoli depositanti (o mutuanti) può anche essere impostata in termini di stock e con riferimento agli aggregati complessivi. In particolare, data la definizione del coefficiente di riserva obbligatoria, abbiamo che

Ricordando poi la definizione del coefficiente di riserva possiamo esprimere anche le riserve libere in percentuale dei depositi

Infine, l’ipotesi di comportamento che il settore privato detenga circolante in proporzione costante rispetto ai depositi porta alla

Le tre espressioni (4.2.3)−(4.2.5) definiscono le tre componenti della domanda di base monetaria. Se le sostituiamo all’interno della condizione di equilibrio del mercato della base monetaria (4.1.4) otteniamo

H tC = γ DP,t + ρ DP,t + λ DP,t = ( γ + ρ + λ ) DP,t da cui deriviamo

1 H tC = µ H tC γ+ρ+λ

dove il coefficiente µ = (γ+ρ+λ) è il moltiplicatore dei depositi. Come abbiamo ricordato, i tre coefficienti γ, ρ e λ sono di solito ampiamente inferiori all’unità, per cui il moltiplicatore è superiore a uno. Per avere un ordine di grandezza, si pensi che in Italia il coefficiente di riserva stabilito dalla nuova normativa europea è attualmente pari al 2% (quindi ρ = 0.02), mentre il coefficiente di riserva libera si situa attorno allo 0.5% (λ = 0.005) e il rapporto fra circolante e depositi è pari a circa il 10% (γ = 0.1), quindi il denominatore della (4.2.6) è uguale a 0.125 e il moltiplicatore µ è uguale a 8. 4.2.3 Gli aggregati monetari e il moltiplicatore della moneta Il circolante è la forma più intuitiva di moneta, ma la gamma di strumenti finanziari che soddisfano la duplice funzione di mezzo di pagamento e riserva di valore è più ampia e comprende altre attività caratterizzate da rendimenti e liquidità

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molto diversi6. A un estremo della gamma abbiamo appunto il circolante, che ha massima liquidità e minimo rendimento (pari a zero). All’altro estremo abbiamo i titoli di stato e le obbligazioni private a breve termine (con scadenze entro i due anni), che sono caratterizzate da rendimenti più o meno elevati (a seconda delle condizioni di mercato) e liquidità relativamente scarsa. Gli aggregati monetari vengono costruiti sommando (cioè aggregando) strumenti finanziari caratterizzati da liquidità decrescente e rendimenti crescenti. I principali aggregati di riferimento sono M1t, M2t e M3t. L’aggregato M1t è la cosiddetta moneta in senso stretto (narrow money), cioè quella vista essenzialmente nella sua funzione di mezzo di pagamento. Le sue componenti più rilevanti sono il circolante e i depositi bancari a vista (cioè i depositi in conto corrente, che possono essere movimentati immediatamente con costi estremamente ridotti e quindi sono caratterizzati da elevata liquidità). L’aggregato M2t è più ampio e si ottiene sommando a M1t altre attività la cui componente più importante sono i depositi bancari vincolati, detti anche depositi “a risparmio” (cioè i libretti di risparmio bancari). L’aggregato M3t è ancora più ampio, e si ottiene sommando a M2t altre attività finanziarie, la maggior parte delle quali è costituita generalmente da titoli di stato a breve termine. Con le definizioni di variabili introdotte finora, se ipotizziamo per semplicità che non vi siano depositi a vista (per cui M1t si identifica col circolante) e che il debito pubblico frutti6 Ricordiamo che si intende per liquidità di un’attività finanziaria la sua possibilità di essere convertita in moneta legale (denaro liquido) rapidamente e a costi ridotti. Il circolante quindi è per definizione perfettamente liquido. I depositi a vista (depositi in conto corrente) lo sono un po’ meno, perché per movimentarli occorre utilizzare degli strumenti (carnet assegni, carta bancomat) che hanno un costo. I depositi a risparmio ancora meno, perché per ritirarli (cioè per convertirli in moneta legale) occorre aspettare un certo lasso di tempo, ecc.

fero sia composto da titoli di stato a breve termine, i tre aggregati corrispondono rispettivamente a

M3t = HP,t + DP,t + BP,t

Si noti che negli stock di aggregati monetari non indichiamo il settore detentore, dato che questo, nelle nostre ipotesi semplificatrici, è sempre il settore privato. Riprendendo l’analisi dei moltiplicatori avviata nel paragrafo precedente, possiamo esprimere anche la quantità di M2t presente nel sistema finanziario (cioè l’offerta di M2) in funzione dell’offerta di base monetaria. Infatti, per le (4.2.5) e (4.2.8) abbiamo

M2t = γ DP,t + DP,t = (1 + γ) DP,t per cui, ricordando la (4.2.6), otteniamo

dove abbiamo utilizzato l’apice S che sta per supply (offerta), ad indicare che quella definita dalla (4.2.10) è la quantità di M2t che si trova in circolo nel sistema, ma non è necessariamente quella che il settore privato desidera detenere (cioè -1 “domanda”). La grandezza (1+γ)(γ+ρ+λ) è il moltiplicatore della moneta, cioè un coefficiente che stabilisce quante unità di M2t vengono create per ogni unità di base monetaria immessa nel sistema. Ad esempio, utilizzando i valori forniti nel sottoparagrafo precedente, riferiti alla realtà italiana, il moltiplicatore della moneta vale 8.8. Per esercizio potete usare i dati dell’applicazione 4.2 per calcolare il moltiplicatore della moneta in Malesia.

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4.3 Il bilancio delle aziende di credito e il moltiplicatore del credito Il bilancio delle aziende di credito vede all’attivo le riserve obbligatorie e libere (le quali, essendo costituite da base monetaria, sono un’attività per le aziende di credito e una passività per la banca centrale) e il credito concesso al settore privato (che è un’attività per le aziende di credito e una passività per il settore privato), mentre al passivo figurano i depositi bancari, che sono una passività per le aziende di credito e un’attività per il settore privato. In prima approssimazione il bilancio può essere espresso in termini di stock come segue

dove, oltre ai simboli già noti, CRA,t è l’ammontare di prestiti concessi dalle banche al settore privato (il credito) e DtA è la raccolta bancaria (depositi) complessiva. Stiamo facendo l’ipotesi semplificatrice che le banche non detengano altre attività (ad esempio, titoli di Stato). Ipotizziamo inoltre che tutti i depositi bancari siano detenuti da residenti, cioè che DtA = DP,t. Sotto questa ipotesi, risolvendo il bilancio (4.3.1) rispetto allo stock di prestiti otteniamo

CRA,t = DP,t − HA,t e quindi, ricordando le (4.2.1) e (4.2.2),

CRA,t = (1 − ρ − λ) DP,t e ancora, ricordando la (4.2.6)

1− ρ − λ C Ht γ+ρ+λ

In questa espressione il coefficiente (1−ρ−λ)(γ+ρ+λ) è il moltiplicatore del credito, il quale mostra come anche l’ammontare di credito che può essere erogato dal sistema bancario in prima istanza dipenda linearmente dalla quantità di base monetaria immessa nel sistema. Si noti che a sua

volta Ht dipende anche dall’afflusso/deflusso di valuta estera attraverso il saldo della bilancia dei pagamenti e il bilancio della banca centrale (4.1.2). La (4.3.2) mostra quindi che l’offerta complessiva di credito (e quindi la possibilità per un sistema economico di finanziare i propri investimenti) è legata alle condizioni della bilancia dei pagamenti.

Esercizi e domande di ripasso

Politica monetaria restrittiva In un sistema economico si hanno questi valori dei parametri: coefficiente di riserva obbligatoria ρ: 0.05 coefficiente di riserva libera λ: 0.01 rapporto circolante/depositi γ: 0.04 Supponiamo che l’offerta di base monetaria totale sia HtC = 20. A quanto ammontano i depositi bancari totali del sistema? Quale valore deve assumere ρ affinché i depositi si contraggano del 20%? Evoluzione del sistema dei pagamenti In un sistema economico si hanno questi valori dei parametri: coefficiente di riserva obbligatoria ρ: 0.05 coefficiente di riserva libera λ: 0.01 rapporto circolante/depositi γ: 0.04 Supponiamo come sopra che l’offerta di base monetaria totaC le sia Ht = 20. Supponiamo inoltre che il progresso nella tecnologia dei pagamenti determini una riduzione di γ da 0.04 a 0.02.

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Cosa succede all’offerta di depositi? E all’offerta di moneta M2? In particolare, quali sono le variazioni percentuali dei rispettivi stock? Moltiplicatori monetari Le statistiche finanziarie del Fondo Monetario riportano questi dati per il Vietnam (in miliardi di dong correnti): 2000 2001 2002 2003

151832 192449 219625 295374

52208 66320 74263 90584

20391 18426 20206 30778

Utilizzateli per calcolare i moltiplicatori dei depositi, della moneta e del credito.

5 LA MATRICE DEI FLUSSI DI FONDI Ricapitoliamo brevemente la strada percorsa fino a qui. Siamo partiti nel primo capitolo analizzando una semplice economia di baratto con tre agenti. In questo contesto semplificato abbiamo analizzato il vincolo di bilancio di ognuno di essi, osservando in particolare due proprietà: la prima è che la condizione di equilibrio di mercato richiede che la somma algebrica dei deficit di tutti gli operatori sia nulla, perché l’eventuale eccesso di spesa di un operatore deve necessariamente essere colmato ex post dall’eccesso di risparmio di almeno un altro operatore1; la seconda è che per le proprietà della partita doppia la somma algebrica delle poste del vincolo di bilancio di ogni singolo operatore deve anch’essa essere nulla, dato che il vincolo di bilancio registra per ogni transazione anche il modo in cui essa viene finanziata, e queste due registrazioni contabilmente si compensano2. Nei capitoli successivi, dal 2 al 4, abbiamo trasposto sul piano macroeconomico, illustrandoli con numerosi esempi e applicazioni, i vincoli di bilancio dei tre naufraghi. Nel far questo abbiamo seguito la metafora dell’isola identificando Smith con i settori residenti non bancari, Donald con il settore bancario residente, e Chang con il settore estero. Nel capitolo 2 ci siamo occupati di definire il deficit dei settori residenti privato e pubblico, nel capitolo 3 abbiamo analizzato il vincolo di bilancio del settore estero (cioè la bilancia del pagamenti) e nel capitolo 4 abbiamo studiato i vincoli di bilancio delle aziende di credito e della banca centrale, eviden-

1 Ad esempio, il deficit di Smith, pari a 2, è compensato esattamente dal surplus di Chang, pari a −2. Si noti che se Chang non fosse in surplus, Smith non potrebbe essere in deficit, perché non troverebbe nessuno disposto a dargli quelle 2 noci di cocco aggiuntive che lui non vuole produrre, ma solo consumare. 2 Ad esempio, il deficit di Smith, che corrisponde al fatto che i suoi consumi eccedono di 2 la sua produzione, è finanziato da un debito di −2 verso Donald, e la somma algebrica delle due registrazioni è nulla.

La matrice dei flussi di fondi

Tabella 5.1 – La matrice dei flussi di fondi in un sistema aperto con cinque settori e sette mercati. Mercato Settore

Aziende Autorità Privato Pubblico di credito monetarie Merci e It − StP servizi Base monetaria ∆HP,t nazionale Depositi bancari ∆DP,t nazionali Impieghi P bancari − ∆CRt Titoli na∆BP ,t zionali Moneta estera ∆M1 P,f t (M1) Titoli e∆BPf ,t steri Totali

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