Francia ce la fa a superare la crisi

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Francia: ce la fa a superare la crisi?

In America si ritiene che il Vecchio Continente stia attraversando un momento ancora molto difficile tanto che prevedere la ripresa entro la fine dell’anno prossimo è quanto meno audace. Poi, non si può fare di tutta l’erba un fascio e bisogna considerare con urgenza soltanto alcune situazione. Il New York Times si concentra sulla Francia. La Francia è la vera bomba ad orologeria d’Europa. Dall’America il campanello d’allarme è suonato più volte visto che alla flessione della Francia è corrisposto un aumento del potere della Germania. La Francia nonostante il cambio al vertice tra Sarkozy e Hollande ha dovuto arrendersi ad un abbassamento del rating che adesso la confina più vicina ai paesi di serie B e più distante dai paesi con la tripla A.

Il problema, come al solito, è nelle riforme che devono sostenere gli stimoli monetari. La Francia deve mettere in campo tutte le risorse disponibili per completare la riforma fiscale e poi quella del mercato del lavoro. Secondo il corrispondente a Parigi del New York Times, la situazione è molto complessa e la ripresa potrebbe non essere dietro l’angolo.

Non si parla soltanto di ripresa, infatti, ma d’inversione di un intero ciclo economico. La domanda sulla resistenza della Francia alla situazione, adesso, ossessione gli osservatori e gli opzionaristi.

La crisi in Grecia spiegata: cause, sviluppi e conseguenze

10 Febbraio 2020 – 17:53

Crisi in Grecia spiegata in 6 semplici punti: cause, conseguenze, ultimi sviluppi, gli effetti dell’austerità e il rischio di una Grexit.

Si torna a parlare di crisi in Grecia e di una possibile uscita del Paese dall’Area Euro: cosa sta succedendo e quali sono le cause di tutto questo?
Faccia il punto della situazione e riprendiamo ad analizzare la crisi in Grecia, spiegata: cause, conseguenze, le ultime notizie e non solo.

I motivi della crisi in Grecia hanno portato il Paese sull’orlo del precipizio e si torna a parlare di default sul debito, fallimento e Grexit.
Il paese non riesce più a combattere nel lungo braccio di ferro con i creditori europei che vogliono sempre più austerità in cambio di un piano di salvataggio. Se il paese va in bancarotta o decide di lasciare l’Area Euro, la situazione potrebbe creare instabilità e contagio non solo nella Regione ma anche a livello mondiale.

La crisi della Grecia spiegata

La crisi in Grecia potrebbe portare ad una Grexit – l’uscita della Grecia dell’UE – e ad un indebolimento generale di tutta l’Eurozona.
La Grecia vuole che l’Unione Europea tagli il suo debito. La Germania invece vuole che la Grecia proceda con le sue riforme finanziarie. La crisi della Grecia ha il potenziale di espandersi a macchia d’olio sugli altri paesi con un alto debito con l’UE, tra cui l’Italia.

La Grecia e l’Unione Europea lottano da circa 7 anni per trovare una soluzione alla crisi greca. Durante questo tempo, la crisi della Grecia ha scatenato una crisi del debito nell’Eurozona e alimentato le paure per una crisi finanziaria mondiale.
Questo contesto ci spinge a discutere della sostenibilità della zona euro stessa.

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Le cause della crisi in Grecia

Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.

Nel 2020, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.

L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.

Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.

Nel 2020, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2020, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.

Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?

Crisi in Grecia e conseguenze: la colpa è dell’Unione Europea

I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.

Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:

  1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
  2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
  3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.

Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.

La crisi in Grecia in 6 semplici punti

1) Cause della crisi in Grecia: da dove nasce?
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.

Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2020, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika – il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea – ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.

Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.

2) La crisi in Grecia anche dopo il primo piano di salvataggio
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.

I fondi di salvataggio servivano – e servono tutt’ora – soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.

3) Conseguenze: la Grecia e l’austerità
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.

Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.

4) Grecia e Europa: perché sono in disaccordo?
Con la Grecia sull’orlo della bancarotta, il governo ha raggiunto un accordo con l’Europa il 20 febbraio per estendere il piano di salvataggio per altri quattro mesi, concedendo altri 7 miliardi di euro di fondi a patto che il primo ministro Tsipras apportasse le modifiche strutturali necessarie. Ma la Grecia sembra non aver ascoltato, e i creditori europei accusano Tsipras di non rispettare quanto stabilito.

La Grecia ha bisogno di un accordo per continuare a pagare i suoi creditori e per finanziare le operazioni del governo. Atene sembra convinta che i suoi creditori vorranno raggiungere un compromesso per evitare le enormi incognite che potrebbero sorgere in caso di default o Grexit, ovvero l’uscita della Grecia dal blocco della moneta unica.

5) Grexit: perché è così pericolosa?
Al culmine della crisi del debito di qualche anno fa, molti esperti temevano che i problemi della Grecia avrebbero contagiato il resto del mondo. Se la Grecia va in default sul debito e esce dalla zona euro, potrebbe crearsi uno shock finanziario globale anche più grande del crollo di Lehman Brothers.

6) Crisi in Grecia: gli ultimi sviluppi

Febbraio 2020
Riunione di emergenza dell’Eurogruppo sulla crisi in Grecia e una possibile Grexit. Ma quali sono le cause e le possibili conseguenze sull’Italia e su tutta l’Europa^
I ministri delle finanze dell’area euro si riuniscono nel pomeriggio di venerdì 10 febbraio 2020 insieme ad altre istituzioni chiave di Bruxelles per discutere dell’accordo tra la Grecia e i suoi creditori sulla prossima tranche del salvataggio di Atene da 56 miliardi di euro.

Vi partecipano Euclid Tsakalotos, ministro greco delle finanze, Pierre Moscovici dalla commissione per gli affari economici dell’UE , anche Klaus Regling, a capo del Meccanismo Europeo di Stabilità (il fondo di salvataggio europeo) e Benoît Coeuré a rappresentanza della BCE.

La Grecia ha bisogno di trovare un accordo sulle sue riforme economiche con i suoi partner europei per poter sbloccare la nuova tranche di fondi di salvataggio prima dell’arrivo della scadenza per il pagamento dei suoi debiti in programma questa estate. La riunione dei ministri delle Finanze della zona euro del prossimo 20 febbraio è considerata come l’ultima possibilità di raggiungere un accordo prima che la zona euro sia troppo occupata a gestire la criticità delle elezioni nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania di quest’anno.

Dijsselbloemm, a capo dell’Eurogruppo, non crede che il programma di salvataggio sia in crisi.

«La storia che vi sia una crisi è davvero esagerata»,

ha detto il Venerdì a L’Aia.

«La prossima grande pagamento che la Grecia deve fare [sul suo debito] non è che questa estate».

I costi del debito della Grecia sono saliti vertiginosamente nelle ultime settimane a causa dei timori degli investitori che Atene non sia in grado di sbloccare la nuova tranche di fondi di salvataggio a causa di una controversia tra i suoi creditori dell’UE e il Fondo monetario internazionale.

Il FMI ha rifiutato di aderire l’ultimo programma di salvataggio greco alla fine dell’estate 2020: il fondo ritiene che senza la riduzione del debito, l’economia greca è destinata a lottare per i decenni a venire.

Ma molti paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, vogliono che il Fondo Monetario Internazionale partecipi, perché pensano che la sua partecipazione garantirà che le riforme greche sono perseguite con rigore, il che rassicurerebbe gli elettori scettici.
Dijsselbloem ha detto che i colloqui di venerdì non verteranno sulla riduzione del debito. Vuole concentrarsi sulla riforma delle pensioni e il surplus primario – definito come il reddito di governo superiore alla spesa, esclusi i rimborsi del debito.

L’UE vuole che Grecia arrivi ad avere un surplus sul suo bilancio del 3,5% del PIL entro il 2020, ma il FMI – e il governo greco – sostengono che sia un target inarrivabile.

Giugno 2020
Il 17 giugno, il meccanismo europeo di stabilità dell’UE (ESM) ha erogato € 7.5 miliardi di euro alla Grecia affinché Atene possa pagare gli interessi sul proprio debito. La Grecia continua a mettere in atto le riforme richieste dall’UE. Ha passato la riforma sulla modernizzare sui sistemi pensionistici e sulle imposte sul reddito. Privatizzerà più aziende e venderà i crediti in sofferenza.

Marzo 2020
La Banca della Grecia ha predetto l’economia tornerà a crescere entro l’estate, scesa solo dello 0,2% nel 2020. Ma le banche greche stanno ancora perdendo soldi.

Novembre 2020
Le quattro banche più grandi della Grecia hanno richiesto 14,4 miliardi di euro alla Banca centrale europea (BCE) per coprire i crediti in sofferenza e restituire alle banche tutte le funzionalità. Quasi la metà prestiti che le banche hanno sui propri bilanci potrebbero andare in default.
Gli investitori delle banche contribuiranno a questa somma in cambio di 86 miliardi di euro in prestiti di salvataggio.

20 settembre 2020
Il primo ministro greco Alex Tsipiras e il partito Syriza hanno vinto le elezioni anticipate. Ora hanno ufficialmente il mandato di continuare a premere per la riduzione del debito nei negoziati con l’UE. Il governo di Tsipiras deve creare il bilancio 2020 e un piano di bilancio di tre anni. È inoltre necessario ricapitalizzare le banche.

Atene deve varare anche le riforme tanto impopolari promesse all’UE:

  • Riformare il sistema pensionistico
  • Ridurre i fondi di previdenza sociale
  • Privatizzare il sistema di trasmissione di energia elettrica
  • Riformare il sistema fiscale e raddoppiare le tasse sull’agricoltura
  • Creare un nuovo fondo di privatizzazione per la gestione €50 miliardi di asset.

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Perché se la Germania entra in crisi, per l’Italia sono guai

Ieri, giovedì 5 settembre, sono stati diffusi i dati della produzione industriale in Germania ed è andata peggio di quanto ci si aspettava. La produzione industriale è diminuita del 2,7% rispetto allo stesso mese del 2020, mentre secondo gli analisti il calo si sarebbe dovuto fermare all’1,4%. Il problema vero è che le stime non prevedono nemmeno un crescita nei mesi successivi, in grado di mitigare la caduta di luglio. Se ciò dovesse accadere, con ogni probabilità il prodotto interno lordo calerà ancora, per il terzo trimestre consecutivo. Dovesse accadere, e tutto fa pensare accadrà, la Germania sarà tecnicamente in recessione.

Perché la Germania è in crisi?

Perché è crollato l’export tedesco, che da solo fa la metà del Pil tedesco. Lo scorso giugno, le esportazioni sono scese dell’8% rispetto all’anno precedente: erano tre anni che non si assisteva a un rallentamento così marcato. Soprattutto sono crollate le esportazioni di automobili verso la Cina, a causa dei dazi imposti da Trump contro Pechino.

Cosa c’entrano i dazi americani contro la Cina col calo delle esportazioni tedesche?

C’entrano. I dazi limitano le esportazioni cinesi negli Usa, rallentando l’economia cinese. E se i cinesi vendono meno prodotti agli americani comprano meno automobili dai tedeschi.

Perché se la Germania smette di esportare, soffriamo pure noi?

Perché noi siamo quelli che vendono ai tedeschi alcuni componenti delle automobili o dei macchinari che poi loro vendono in Cina. E infatti, lo scorso giugno, insieme alle esportazioni sono calate anche le importazioni. Se la Germania vende meno automobili in Cina compra meno componenti in Italia.

Ma la Germania non era il nostro grande nemico?

No, in realtà è il nostro principale partner commerciale, davanti a Francia e Stati Uniti. Non c’è Paese al mondo in cui esportiamo e da cui importiamo beni e servizi come con la Germania. Questo non vuol dire che non abbiamo problemi con la Germania. In molti contestano ai tedeschi di tenere bassi i salari e i costi di produzione per poter competere sui mercati mondiali. Il problema, dicono, è che se i principali acquirenti dei nostri prodotti hanno un basso potere d’acquisto finiranno per comprare meno. Gli italiani, in altre parole, vorrebbero che i tedeschi fossero più spendaccioni – sia per quanto riguarda la spesa privata, sia per quanto riguarda quella pubblica – quando l’economia tedesca va bene. Quando è in crisi è notte fonda.

Cosa sta facendo la Germania per superare la crisi?

Il dibattito è aperto, ma per la prima volta dopo decenni, il ministro delle Finanze Olaf Scholz ha dichiarato di essere disponibile ad aumentare la spesa pubblica, con interventi extra fino a 50 miliardi di euro cioè pari a quanto è costata alla Germania la Grande Recessione dieci anni fa. I margini per fronteggiare una nuova crisi ci sono, ha detto Scholz, perché la Germania ha ridotto il debito/Pil sotto il 60% in questi dieci anni di crescita. E quindi può permettersi di spendere e di sforare il rapporto del 3% tra deficit di bilancio e prodotto interno lordo.

Quindi questa crisi tedesca è un bene per i nostri conti pubblici?

Apparentemente sì. Nel senso che la Commissione Europea potrebbe chiudere un occhio sulle nostre spese fuori misura. Lo ha già fatto lo scorso anno, del resto, quando la rigidità del commissario europeo all’economia Pierre Moscovici si è infranta sulla decisione di Emmanuel Macron di fare una manovra economica a debito per provare ad arginare la ribellione dei gilet gialli. Dovesse farlo anche la Merkel, avremmo gioco facile nel dire “perché i tedeschi sì e noi no”? Detto questo, non dobbiamo dimenticarci che il nostro problema è un debito pubblico che vale il 132% del Pil. Possiamo approfittare della temporanea benevolenza della Commissione Europea, ma non di quella dei mercati. Se è il debito è troppo alto e rischioso, non se lo compra comunque nessuno, se non a tassi d’interesse molto elevati.

Con la crisi tedesca finirà l’austerità in Europa?

È difficile dirlo, ma questo è un punto cruciale. Probabilmente, potrebbe cambiare il modello di crescita economica del Vecchio Continente. Se la Germania non potesse più fondare il suo benessere sulle esportazioni nei Paesi extra europei, dovrebbe puntare sul suo mercato interno, nazionale o continentale. Meno automobili, e più infrastrutture, per dirla con uno slogan. Meno competitività sui mercati esteri, e più potere d’acquisto sul mercato interno. E più investimenti in tecnologie innovative, anche, visto che l’industria dell’auto europea rischia di rimanere spiazzata dalla rivoluzione della mobilità elettrica, nella quale Cina e Stati Uniti sono molto più avanti di noi.

Tutto è bene quel che finisce bene, quindi?

Non è detto. Nel frattempo, però, potrebbero crescere forze anti-europee e ultra liberiste come Alternative fur Deutschland, che potrebbe portare la Germania nella direzione opposta: meno tasse alle imprese per aumentare ulteriormente la competitività contro Usa e Cina, a scapito del mercato interno e del commercio coi Paesi europei. È un’orizzonte possibile: nelle prime due elezioni regionali dopo il rallentamento dell’economia, in Sassonia e nel Brandeburgo, AfD ha rispettivamente raddoppiato e triplicato il suo consenso. Una prospettiva cui si aggiunge la fine dell’era Merkel, che già ha annunciato che non si ricandiderà. L’incertezza regna sovrana, insomma. E l’incertezza non fa bene all’economia.

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