Forex quale politica monetaria per l’Europa

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Forex: quale politica monetaria per l’Europa?

Mario Draghi, di ritorno dal G20, ne ha approfittato per ribadire che in tutta l’Eurozona è necessario che i paesi riducano la spesa pubblica, che lavorino per aggiustare il mercato del lavoro e non solo. Ma a livello monetario, come si muoverà l’UE?

Draghi sa benissimo che la salute monetaria del Vecchio Continente dipende dalla forza delle riforme che i singoli stati saranno in grado di fare. Questo non vuol dire che l’Europa si sta preparando per una nuova guerra valutaria, anche perché non se ne vede nessuna all’orizzonte. Piuttosto l’UE deve rimettere in ordine l’economia reale.

Nel discorso che Mario Draghi ha tenuto di fronte al Parlamento Europeo, ha ribadito qual è il ruolo della BCE, ovvero promuovere le riforme strutturali necessarie per la ripresa economica. Un passaggio cruciale verso l’unione fiscale.

Sicuramente nel futuro prossimo i tassi d’interesse resteranno sui livelli più bassi e sarà implementato il Meccanismo di Risoluzione Unico grazie alla nomina di un autorità garante che avrebbe i seguenti compiti: rispondere tempestivamente e in modo imparziale alle decisioni dei paesi dell’UE evitando gli scontri tra politiche differenti; elaborare una strategia dei costi di risoluzione evitando che le spese dei consumatori aumentino in modo troppo netto; supervisionare il sistema di risoluzione e contribuire all’interruzione del circolo vizioso tra banche e debito pubblico.

Forex, Euro: sfide e rischi per BCE, QE e economia nel 2020

28 Dicembre 2020 – 08:37

Cosa aspettarsi nel 2020 dall’Euro, la politica monetaria della BCE e l’economia dell’Eurozona?

Sei anni dalla crisi finanziaria e la Banca Centrale Europea sta ancora lottando per risollevare l’economia. L’ultimo disperato tentativo di rilanciare la crescita e guidare al rialzo l’inflazione è avvenuto nel mese di dicembre, quando il presidente della BCE Mario Draghi ha annunciato una proroga della fine del QE di sei mesi.

Questo è solo uno dei segnali di quando sia profondamente radicato il rallentamento dell’economia. Nel terzo trimestre, l’economia dell’Eurozona è cresciuta di un mero 0,3%.
Durante lo stesso periodo, l’economia statunitense è cresciuta invece del 2%.

L’inflazione è bassa in tutto il mondo, ma la svalutazione sul cambio euro-dollaro di circa il 10%, insieme al QE della BCE lanciato nei primi mesi del 2020, avrebbe dovuto essere più efficace nel sostenere l’inflazione, che è aumentata di un annualizzato 0,2% nel mese di novembre – ben al di sotto del target della banca centrale al 2%.

Euro: le nuove sfide della BCE nel 2020

E il 2020 porterà sfide ancor più grandi per l’Eurozona. Nonostante la BCE possa anche essere soddisfatta dell’attuale orientamento della politica monetaria, avrà bisogno di estendere ancora il piano di acquisto titoli oltre settembre 2020.
È improbabile che a settembre la crescita o l’inflazione saranno migliorate abbastanza da giustificare una riduzione dello stimolo.

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Inoltre, se l’inflazione e la crescita non fanno progressi significativi, la BCE potrebbe avere bisogno di espandere il QE nel 2020. La decisione della BCE di fornire altro stimolo a dicembre ha mostrato un senso di urgenza e una preoccupazione generale per l’economia.

Gli sforzi della BCE stanno dando frutto; ci sono stati segnali di ripresa in Germania, ma altri rischi importanti rimangono ad aspettare l’Eurozona dietro l’angolo.
La prospettiva di altra debolezza dei mercati emergenti, in particolare in Cina, le situazioni geopolitiche instabili in Medio Oriente e Russia, l’alta disoccupazione, i salari stagnanti, sono solo alcuni dei problemi che presentano rischi al ribasso per l’Eurozona nel 2020.

I paesi della regione beneficeranno dal nuovo round del QE, di un euro più debole e dei prezzi del petrolio bassi, ma i vantaggi saranno molto lenti ad arrivare.

La Francia e l’Italia non hanno fatto molti progressi in termini di crescita e mentre la Spagna, che sta facendo bene, è solo la quarta più grande economia della regione.

Anche la posizione fiscale della maggior parte dei Paesi dell’area Euro è molto debole, in pochi sono riusciti a produrre un surplus di bilancio negli ultimi 3 anni. Il settore più grande, quello finanziario, soffre dei tassi di deposito negativi. Il livello di indebitamento è alto.

Euro: i rischi per l’Eurozona nel 2020

I rischi più grandi per l’Eurozona nel 2020 sono politici. La Grecia tornerà di nuovo sulle prime pagine, mentre il governo Tsipras si sforza di mettere in atto le riforme e soddisfare le richieste del piano di salvataggio. Secondo S&P’s, il paese è ancora a rischio default.

Allo stesso tempo, la crisi immigrazione sarà ancora un argomento delicato per l’Europa nel 2020. Nell’anno che sta per concludersi, le nazioni europee hanno accolto milioni di profughi siriani, ma gli attacchi di Parigi hanno trasformato l’atteggiamento dell’Europa, che ora chiede controlli alle frontiere più stretti.

I flussi migratori si intensificheranno rapidamente se l’ISIS porterà avanti nuovi attacchi in altri paesi. Nel 2020 l’occupazione della Russia in Ucraina ha mandato in frantumi l’illusione dell’Europa che il conflitto in quella parte del mondo fosse ormai finito.
L’UE è stata costretta ad emanare sanzioni, mettendo a rischio relazioni con la Russia e, a metà 2020, dovrà decidere se le sanzioni con scadenza a luglio dovranno essere eliminate o estese.

Così tra la crescita lenta, la profonda crisi dei rifugiati, il terrorismo dell’ISIS aggressività e le tensioni in Russia, il 2020 sarà pieno di sfide per l’Europa.

Forex: cosa aspettarsi dall’Euro nel 2020?

Riguardo gli effetti sull’euro (EUR) il messaggio è chiaro: dimenticatevi della parità. Nel 2020, molti analisti avevano previsto la parità, ma l’euro non ha mai raggiunto quel livello. Nel 2020 grandi nomi come Goldman Sachs, Deutsche Bank e BNP Paribas vedono ancora possibile il raggiungibile il target.

La prospettiva di tassi ancora più alti negli Stati Uniti e della continuazione dello stimolo della BCE manterranno l’euro sotto pressione, ma la parità non è altro che un obiettivo debole. Gli operatori esperti sanno che questi obiettivi così al limite sono difficili da raggiungere.

Nel 2020 il cambio euro-dollaro si muoverà verso il basso anche fino quota 1.05, ma le valute più deboli rafforzano le economia e a 1,05 l’Eurozona si trovaerà a beneficiare in maniera significativa dalla combinazione tra il QE della BCE e l’euro più basso.

Quando i benefici inizieranno a farsi sentire attraverso dei miglioramenti consistenti sui dati dell’Eurozona, la BCE si sentirà più ottimista e sarà meno sotto pressione affinché aumenti lo stimolo, il che sarà un segnale di svolta per l’euro.

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Tra solidarietà e ambiguità per un debito comune in Europa

Nel 1992 nacque l’Unione Europea, che si impegnò a promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati Membri e questi ultimi ad assistersi reciprocamente in base al principio di leale cooperazione. Questa crisi drammatica offre un’opportunità storica

di Biancamaria Raganelli 29/03/2020 20:14

tempo di lettura

Decisi a segnare una nuova tappa nel processo di integrazione europea intrapreso con l’istituzione delle Comunità europee nel rispetto, tra le altre cose, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nel 1992 gli Stati contraenti istituirono l’Unione Europea (Preambolo TUE). In questo contesto l’Unione si impegnò a promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati Membri e questi ultimi ad assistersi reciprocamente in base al principio di leale cooperazione (artt. 3-4).

Il tema della solidarietà, più volte evocato nei diversi momenti di difficoltà che ha conosciuto l’Europa a partire dal secondo dopoguerra ad oggi, torna ora prepotentemente alla ribalta nel dibattito politico europeo, chiamato a far fronte ad una importante emergenza sanitaria, che porta con sé una nuova crisi economica. Si evoca un necessario cambio di mentalità che consenta di affrontare uniti, in tempi di guerra, un nemico comune e di assumere decisioni importanti a tutela dei cittadini e dell’economia.

Da come i Governi decideranno di affrontarla dipenderà il futuro dell’Unione e quello dei popoli che ne fanno oggi parte.

La sfida rappresentata dalla crisi finanziaria 2007-2008 fornì all’Europa un’occasione per riportare al centro del dibattito la struttura del processo decisionale europeo sui mercati finanziari, di far fronte al “fallimento della regolazione” e di approntare una riforma regolatoria e istituzionale coraggiosa, sia pure ancora in fase di aggiustamento e sistematizzazione. La crisi ha allora avuto l’effetto di determinare un’accelerazione del processo evolutivo avviato con il Financial Service Action Plan del 1999 e proseguito con il contributo del rapporto Lamfalussy del 2001, rispetto al quale il rapporto De Larosière del 2008 si è posto in linea di continuità.

Il percorso è poi evoluto nella definizione nel dicembre 2020 di una tabella di marcia per la realizzazione di un quadro finanziario maggiormente integrato, nella prospettiva di realizzare una Unione bancaria, una Unione fiscale e una Unione politica in Europa.

Già le difficoltà emerse nel completamento dell’Unione bancaria hanno evidenziato visioni profondamente diverse in merito all’opportunità di procedere verso l’obiettivo di una maggiore integrazione fiscale e politica (manca ancora la realizzazione di un sistema unico di assicurazione dei depositi bancari che si affianchi a un meccanismo di supervisione e di risoluzione unici). Queste posizioni si sono talvolta radicalizzate e concentrate su dettagli tecnici che, seppur rilevanti, sfuggono alla comprensione e alla partecipazione dei comuni cittadini, spesso inconsapevolmente coinvolti a sostegno di posizioni semplicistiche o ideologiche.

Sul medesimo punto sembra finisca per incagliarsi il dibattito odierno sulla fattibilità di individuare una convergenza politica nell’Eurozona per la definizione di una risposta europea solidale a sostegno della crisi economica in corso, attraverso l’emissione di debito comune (eurobond).

Dietro la scissione tra Paesi che invocano più solidarietà a sostegno dell’emissione di debito e Paesi più cauti o riluttanti, si cela un’ambiguità di fondo non affrontata esplicitamente. A fronte dell’auspicata condivisione di quel debito, per offrire adeguate garanzie al rimborso futuro dello stesso è necessario essere pronti a condividere anche poteri decisionali in materia di gettito fiscale. La questione di fondo è la stessa che ha fin qui ostacolato la realizzazione di un sistema unico di assicurazione dei depositi, ovvero l’affidabilità dei singoli Paesi di far fronte agli impegni assunti.

La convergenza (unione) politica e quella fiscale risultano indissolubilmente connesse ad una piena realizzazione di un’unione bancaria e oggi condizionano fortemente la definizione di una strategia europea solidale in materia di emissione di debito pubblico e trasferimenti fiscali a sostegno della crisi economica in corso.

L’Italia e gli italiani sono pronti a condividere insieme ai debiti anche le fonti di rimborso degli stessi e dunque a delegare all’Europa altri ambiti di sovranità, finora attribuiti alle singole amministrazioni nazionali e locali?

Questa crisi non è imputabile a una cattiva gestione economica interna a questo o quel Paese, ma piuttosto ad una causa esogena, che è stata in grado di oltrepassare i confini geografici oltre che politici tra singoli Stati e di impattare su ciascuno di essi. Per far fronte ad un nemico comune e mobilizzare risorse addizionali rispetto all’impegno che ciascun Governo può e vuole profondere, l’Unione potrebbe emettere obbligazioni di lunga durata a tasso zero e prevedere una lista flessibile di meccanismi di rimborso e/o di rifinanziamento, attivando nel contempo un processo di graduale integrazione fiscale.

Si tratta sostanzialmente di capire se la preoccupazione sociale legata all’emergenza sanitaria in corso, unitamente al dibattito politico interno a ciascun Paese, saranno in grado di favorire la convergenza politica europea sulla questione e di sviluppare le adeguate necessarie soluzioni istituzionali.>

Se si riuscisse a procedere nella direzione di una integrazione fiscale a livello di Unione Europea, in mancanza di ulteriori aggiustamenti e semplificazioni difficilmente ipotizzabili a breve termine, si determinerebbe un importante cambio di modello. Si passerebbe dall’attuale sistema caratterizzato da una politica monetaria unica nell’Eurozona affiancata da 19 politiche fiscali vincolate al patto di stabilità per gli Stati che vi appartengono, ad un modello caratterizzato da una politica fiscale unica a livello di Unione Europea a 27 Stati, cui si affiancherebbe la politica monetaria della BCE per l’Eurozona e di otto banche centrali degli altri Paesi.

Questa nuova crisi, nella sua drammaticità, va colta anche come un’occasione preziosa per superare il duplice livello UE e Eurozona al fine di procedere verso una Europa più integrata da un punto di vista monetario, bancario, fiscale e politico per i paesi che decideranno di farne parte. Intorno a questo nucleo duro, l’Unione tout court, continuerebbero a ruotare i paesi che sceglieranno di mantenere con essa legami basati su diversi livelli di accordi commerciali o di altro tipo.

Raganelli è docente di Diritto dell’Economia e dei mercati finanziari, Università di Roma Tor Vergata

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