Fed il QE finira solo nel 2020

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CROLLO BORSE, MILANO -17/ L’errore della Bce (e il Qe) dietro il giorno più nero

Le borse europee ieri hanno registrato la peggiore performance della storia. Piazza Affari ha perso il 17% e lo spread è salito vertiginosamente

Le borse europee ieri hanno registrato la peggiore performance della storia. L’indice italiano ha perso il 17% e dall’inizio della crisi è giù del 40%. I titoli di Stato italiani sono crollati. La Bce ha consegnato una performance incredibile e da non credere. Economisti, commentatori abituati ad anni di conferenza stampa non si sono capacitati della frase con cui la governatrice francese della Bce ha lasciato per strada non solo i Btp italiani, “non siamo qui per far rientrare gli spread”, ma in un certo senso l’economia continentale. Qualsiasi cosa che non sia il “whatever it takes” diventa il pretesto per vendere. Se la Bce non è qui per far rientrare il rendimento dei titoli di Stato dell’eurozona in una crisi che è evidentemente esogena, allora è liberi tutti. Poi c’è l’economia reale che verrà devastata da quello che sta succedendo. Il solito gioco europeo oggi rischia di essere di una miopia colossale.

Mentre i mercati europei, tutti e nessuno escluso collassavano, la domanda che aleggiava è dove finisse l’incapacità di comprensione dell’Europa e dove iniziasse la vecchia e inevitabile voglia di sfruttare le debolezze altrui. Nel nostro caso, autoinflitte da una gestione folle dell’epidemia e da 30 anni di gestione burocratica e statalista dell’economia. Il problema però, stavolta, è così grosso che si rischia di saltare tutti. Mentre assistevamo alla devastazione l’unico motivo di possibile ottimismo era sul versante americano. Gli Usa sono gli unici che ieri come nel 2008 hanno avuto la lucidità di comprendere il problema. Infatti, in serata la Fed portava il Qe ai massimi dalla crisi Lehman. E noi tutti europei dovremmo ancora una volta ringraziare la Fed.

Non è escluso che la Bce torni sui suoi passi, ma il danno di comunicazione è fatto e sarà complicatissimo da riparare. Se c’è un Paese in difficoltà, l’Italia, la difesa non può mai essere una mezza misura che fa dubitare dell’impegno reale al salvataggio. L’unica cosa che funziona è il whatever it takes che sconsiglia chi apre costose posizioni short.

C’è una cosa che però non bisogna assolutamente dimenticare. Nessun Qe potrà mai guarire dal coronavirus. Il mercato oggi vuole e aspetta solo una cosa e cioè buone notizie sull’epidemia e soprattutto buone notizie su metodi per gestirla, perché qualsiasi misura di contenimento, per quanto draconiana, non potrà mai essere la risposta ma al limite solo un tampone a un’emergenza.

Gli effetti dell’epidemia del coronavirus sono sostanzialmente ancora ignoti nel mondo occidentale. Nessuno, tra gli epidemiologi e figuratevi tra gli investitori, sa esattamente quando finirà nei Paesi al centro del problema e come esattamente si svilupperà in quelli che al momento sono ai margini, e cioè tutti tranne l’Italia. Nel caso italiano, quello sicuramente più vivisezionato, tutti comprendono che la chiusura delle attività è una misura tampone che frena l’emergenza, ma non può essere la soluzione. Banalmente, al termine di 15 giorni da tutto chiuso come si gestirà l’inevitabile scoppio di un nuovo focolaio? È chiaro che serve adottare prassi, comportamenti e anche tantissima tecnologia, sulla scorta dell’esperienza coreana con il tracciamento perfetto di tutti i contagiati, che oggi non c’è. Ripetiamo: due settimane di contenimento strettissimo non ci libereranno dal coronavirus.

Capite quindi perché il fermo delle attività e delle imprese è non solo devastante per l’economia, ma pone interrogativi pesantissimi sulla sua sostenibilità. Perché troviate la lattina di piselli al supermercato servono un numero altissimo e complesso di attori. Serve chi raccoglie i piselli, chi li inscatola, chi produce l’alluminio, chi lo mette su un camion che deve funzionare; e poi chi produce i conservanti, ecc.: è chiaro che il blocco delle attività produttive rischia di spedirci in situazioni veramente, ma veramente drammatiche. La sfida vera è continuare a produrre in modo sicuro per chi lavora e poi contenere e curare bene chi si ammala. Altrimenti alla fine di questo panico, in parte giustificato, l’unico modo per mangiare sarà l’autoproduzione.

Evitiamo per cortesia di ascoltare proposte pericolosissime che non tengono conto del fatto che il coronavirus, per quanto gravissimo, è pur sempre la parte di un tutto in cui c’è anche un dopo e anche milioni di persone che nel frattempo, non malate, devono continuare a vivere e a mangiare.

Fed, con Bernanke finirà l’era della super liquidità

Si ritira Summers, voci su Janet Yellen

È l’evento più atteso dagli investitori internazionali. Fra domani e dopodomani, al meeting del Federal open market committee (Fomc), il braccio operativo della Federal Reserve, si dovrà decidere se e come iniziare l’exit strategy dal Quantitative easing (Qe), il programma straordinario di erogazione della liquidità tramite l’acquisto di titoli sul mercato secondario. La discussione verte su quando comunicare il tapering, cioè l’assottigliamento, del volume mensile di acquisti del Qe, 85 miliardi di dollari. Le indicazioni che arrivano da Wall Street vedono una forward guidance ancora più spinta e un possibile annuncio del tapering. Il tutto mentre si ritira dalla corsa per la poltrona della Fed l’ex segretario del Tesoro Larry Summers (considerato il candidato numero uno al post Bernanke), che però non aveva convinto alcuni critici e andava incontro a difficoltà nel processo di conferma della nomination. A questo punto, per la successione del 31 gennaio 2020, prende quota il nome di Janet Yellen, vice di Bernanke: sarebbe la prima donna alla Fed.

Cinque anni fa il mondo prese coscienza, ancora una volta, che anche le banche più celebri possono fallire. Nel settembre 2008 Lehman Brothers faceva tremare il mondo e il suo crollo, culminato con la richiesta d’iscrizione al Chapter 11 dello U.S. Bankruptcy Code, finì per l’impattare con violenza su qualsiasi segmento finanziario. Fu in quel momento che la Federal Reserve e il suo numero uno, Ben Bernanke, decisero che serviva mettere in campo una rete di protezione mai vista, né sperimentata, prima. Lo spettro della crisi del 1929 era reale. E Bernanke aveva studiato troppo le mosse di Roy Young, il capo della Fed dal 1927 al 1930. Bernanke decise di intervenire con forza. Con il suo placet furono lanciati prima il Term Asset-Backed Securities Loan Facility (Talf) e poi il Troubled Asset Relief Program (Tarp), infine il Quantitative easing.

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Dopo una serie di Qe – siamo arrivati alla terza edizione – iniziata a cavallo di 2008 e 2009, è quasi tutto pronto per il graduale ritiro delle misure straordinarie. A testimoniarlo è la congiuntura macroeconomica. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) in giugno ha stimato che l’America crescerà dell’1,9% nel 2020, del 2,7% nel 2020 e del 3,5% nel 2020. Lo spauracchio di tutti i banchieri centrali, cioè l’inflazione, non rappresenta un pericolo. Per il Fmi sarà compresa fra un tasso dell’1,8% previsto per l’anno in corso e un tasso del 2,2% stimato per il 2020. In calo, invece, il tasso di disoccupazione, che rappresenta il vero target della Federal Reserve. Il Fmi ha calcolato che si passerà dall’8,1% fatto segnare nel 2020 al 5,4% nel 2020.

Quello che deve preoccupare è la mole di liquidità rilasciata sui mercati finanziari dal 2007 a oggi. Un esempio di questo si può scorgere osservando il bilancio della Federal Reserve e come si è espanso. Alla vigilia di quella che è considerata la data di inizio della crisi subprime, ovvero il 9 agosto 2007, il bilancio della Fed vedeva asset complessivi per 869 miliardi di dollari. Poi, fra i vari interventi di salvataggio degli attori del sistema bancario americano, la crescita è stata esponenziale. Due giorni dopo il collasso di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, il bilancio della Fed già sfiorava i 1.000 miliardi di dollari, toccando quota 995,093 miliardi. Nella settimana successiva il sorpasso di tale quota. Il 24 settembre 2008 gli asset in pancia alla Fed salgono a 1.211,825 miliardi di dollari, una settimana dopo 1.503,989 miliardi. Un mese dopo, il superamento dei 2.000 miliardi di dollari: il 5 novembre 2008 la Fed ha 2.074,205 miliardi di asset in bilancio. Dopo, l’espansione ha iniziato il suo rallentamento. Ma non è mai terminata. Anzi. L’ultima rilevazione, datata 4 settembre 2020, vede un bilancio della Fed pari a 3.654,182 miliardi di dollari.

Le incognite su cosa succederà dopo sono tante. Dall’impatto sui Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), passando per quello sul mercato statunitense, finendo con gli effetti sulla zona euro, sono diverse le conseguenze di un improvviso dietrofront dal Qe. Il timore di economisti e policymaker è che a seguito della politica monetaria espansiva della Fed si siano create delle bolle su determinate classi di asset, che siano bond o che siano valute. A fugare le paure ci ha pensato la scorsa settimana John Williams, numero uno della Fed di San Francisco: «Le bolle sui prezzi di certi asset, come anche i possibili scoppi di queste, sono qui per restare, fanno parte della natura umana». Chiaro il riferimento a quello che potrebbe succedere una volta che sarà utilizzata una forward guidance più aggressiva e mirata di quella usata finora.

Il meeting di settembre dovrà forse servire proprio a questo. Secondo l’opinione di Goldman Sachs, la Fed annuncerà ufficialmente il tapering del Qe, comunicando agli investitori in quali modalità, forse con un taglio di 10 miliardi di dollari. Opinione analoga per le altre principali banche di Wall Street. È possibile che già prima della fine dell’anno venga deciso di assottigliare il volume degli acquisti mensili, ma non si esclude che queste operazioni siano condotte solo a partire dal primo trimestre del prossimo anno. C’è infatti un monito che Bernanke e gli altri banchieri centrali statunitensi non possono non considerare.

«La Federal Reserve non può ignorare il rischio delle ripercussioni negative del tapering del Qe sui Paesi emergenti». Così il direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), Christine Lagarde, dal Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Ed è per questo che Williams ha ribadito pochi giorni fa che le comunicazioni delle azioni della Fed saranno tempestive, precise e incontrovertibili. In una sola parola: chiare. Del resto, durante il G20 di San Pietroburgo i Brics hanno lanciato un fondo di protezione dagli effetti del post-Qe sul mercato valutario, dato che il dollaro statunitense rimane la principale valuta di riserva al mondo. Valore totale? 100 miliardi di dollari.

C’è poi l’ultima incognita. Sarà Bernanke a fischiare l’inizio del ritiro della liquidità? Oppure sarà il suo successore? Il risiko per il futuro governatore della Fed vedeva in pole position Summers, con al secondo posto Janet Yellen, attuale vice di Bernanke e preferita dal mondo accademico. Con la dipartita di Summers, tutto è da rifare. E potrebbe però essere una terza persona a sedersi sulla poltrona della banca centrale americana. Un’altra incertezza per gli investitori.

Tag: quantitative easing

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